lunedì 28 agosto 2017

61. Mary Shelley - Frankenstein

Come si fa a parlare di un classico della letteratura come "Frankenstein" di Mary Shelley? Si è scritto, pubblicato, filmato di tutto e di più, tanto che forse l'opinione pubblica ne è stata un tantino sviata. Eppure è un romanzo di una semplicità e al contempo di una potenza di messaggio vivissima ancora al giorno d'oggi.

Ci sono tutta una serie di immagini e concetti su "Frankenstein" divenuti ormai popolari ma che nulla hanno a che fare con l'originale. Il mostro si chiama Frankenstein? Lo scienziato pazzo incanala un fulmine per svegliare la sua creatura? Esiste davvero l'aiutante gobbo Igor? E il mostro se ne va davvero in giro come un armadio col parrucchino muggendo?
Queste e tante altre sono le più comuni inesattezze che circolano sul romanzo di Mary Shelley, che forse pochi hanno letto, ma che moltissimi citano forti di aver visto due o tre adattamenti cinematografici. Lo dirò chiaramente: non esiste un film su Frankenstein che sia minimamente soddisfacente, secondo me.

Tornando al romanzo, due parole di presentazione. Mary Shelley pubblicò due versioni della storia, quasi identiche, una nel 1818 e l'altra nel 1831, contenente qualche revisione. Vale la pena ricordare che la prima edizione uscì anonima; Mary infatti era giovanissima e all'epoca era considerato immorale per una donna fare la scrittrice. Il suo nome compare soltanto dalla seconda edizione in poi, quando la storia era ormai divenuta famosa. Non che Mary avesse molta reputazione da difendere...
Mary Shelley, nata Godwin, fa parte dei più importanti scrittori romantici di prosa (insieme a Walter Scott e Jane Austen, che spesso viene scambiata, ahimè, per una scrittrice vittoriana...) e il cognome rivela la sua relazione con il celeberrimo poeta Percy Shelley. Mary era figlia d'arte: il padre William Godwin era un filosofo, giornalista e politico radicale, considerato uno dei primi sostenitori dell'anarchia; la madre Mary Wollstonecraft una scrittrice, considerata una delle fondatrici del femminismo e autrice del celebre "A Vindication of the Rights of Woman", in cui sostenne, tra l'altro, la necessità di educare le ragazze.
Mary fuggì di casa appena diciassettenne con il poeta Shelley, che all'epoca era già sposato, e con lui ebbe una figlia, purtroppo morta ancora neonata. Si sposarono due anni più tardi, nel 1816, dopo che la prima moglie di Shelley si fu suicidata; da lì in avanti la coppia, insieme ad alcuni amici intellettuali, tra cui il poeta e mito romantico Lord Byron, viaggiarono spesso per l'Europa.
Ecco, questo giusto per dire che la nostra Mary partiva già abbastanza svergognata, ma evidentemente il mestiere di scrittrice l'avrebbe davvero posta alla pari di una meretrice nella percezione generale...

Il romanzo "Frankenstein" nacque proprio, secondo la leggenda e anche secondo la Prefazione dell'autrice (che probabilmente invece fu scritta dal marito), in occasione di uno di questi viaggi.
Il 1816 fu un anno difficile per quasi tutto il globo. In seguito a una drammaticissima eruzione vulcanica in Indonesia (eruzione del monte Tambora) del 1815, tutto l'Emisfero Boreale nel 1816 visse quello che è conosciuto come "l'anno senza estate". Percy e Mary Shelley decisero di trascorrere questo simil-inverno in Svizzera, a Ginevra, ospiti di Byron. Essendo le condizioni meteorologiche penose (come d'altronde ci si poteva anche aspettare, nella soleggiata Svizzera...), gli amici optarono per attività indoor, tra cui la lettura di racconti di fantasmi. Da qui si generò una sfida: chi dei presenti sarebbe stato capace di scrivere la migliore storia del terrore? Ecco, mentre i maschietti presenti si deliziavano con racconti più o meno completi (e sicuramente poco famosi al giorno d'oggi), la nostra Mary gettava le basi di quello che sarebbe diventato un intero romanzo.

Il titolo completo del romanzo, che pochi apparentemente ricordano, è "Frankenstein; or, the modern Prometheus", facendo riferimento al Prometeo della mitologia greca. Chi era costui?
Prometeo, della stirpe dei Titani, appare in diversi episodi mitologici, in versioni più o meno contraddittorie e sviluppate nel corso dei secoli, da Esiodo a Platone. Alcune storie lo identificano come il creatore dell'umanità, altre ridimensionano il suo ruolo, facendone il benefattore: di certo è colui che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, venendo per questo punito crudelmente da Zeus: il mito vuole che il buon Prometeo sia incatenato ad una roccia per l'eternità e che ogni giorno un'aquila vada a beccargli via il fegato, che poi prontamente ricresce.
Quindi perché mai Mary Shelley avrebbe dovuto scegliere di associare il suo romanzo a una storia simile?
Ci sono diverse possibili risposte a questo quesito. Sicuramente i punti cruciali su cui si attrae l'attenzione del lettore sono tre: l'atto della creazione, il simbolo del fuoco e le conseguenze delle proprie azioni. E guarda caso questi sono anche, in buona parte, gli elementi fondamentali del libro.

Protagonista è appunto Frankenstein, Victor Frankenstein, giovane scienziato, che scopre il modo di ricomporre un corpo simil-umano e di infondergli la vita. Ciononostante, non appena la sua creazione apre gli occhi, Victor è così orripilato dalle proprie azioni che fugge, lasciando la creatura da sola. Quando molte ore più tardi rientra a casa è sollevato nel non trovarla più e pensa di essersene liberato. La creatura, però, è viva e, dopo alcuni incontri ravvicinati con gli umani andati decisamente male, si è rintanata nei boschi, dove invece vive felice e trova tutto ciò di cui ha necessità. Qui impara a parlare, ascoltando di nascosto una famiglia, poi a leggere; e alcune delle letture che fa influiscono fortemente sulla sua capacità di leggere il mondo e la propria vita. Decide quindi di risalire alle proprie origini, cioè al proprio creatore, Frankenstein. E' a questo punto che le loro vite si intrecciano nuovamente: la creatura scopre la città di origine dello scienziato, Ginevra, e vi si reca, in attesa. Purtroppo qui ha un incontro sventurato proprio col fratellino di Frankenstein e in un moto violento lo uccide. Questo è il primo di una serie di omicidi che distruggono un pezzo alla volta la vita affettiva dell'uomo; rimasto solo al mondo non gli resta che giurare vendetta e promette di trovare la creatura e di distruggerla, anche a costo di inseguirla in capo al mondo.
Infatti è proprio qui che li incontriamo per la prima volta, al Polo Nord. La storia è raccontata attraverso una serie di lettere, che a loro volta riportano diversi punti di vista che si intersecano e completano l'un l'altro. Sebbene il narratore principale sia Frankenstein, che confessa la propria drammatica storia, abbiamo altre due voci primarie: la creatura stessa, che parla sia attraverso il racconto di Frankenstein che dal vivo, alla fine, e Robert Walton, un giovane aspirante esploratore del Polo Nord, imbarcato su una nave con l'intenzione (suicida) di trovare una rotta per attraversare il Polo via mare. Walton rappresenta la cornice del romanzo: è colui che scrive le lettere, colui che ascolta la triste confessione di Frankenstein e infine colui che vede e parla con la creatura, potendone quindi confermare l'esistenza.

Leggendo, la mia prima impressione è stata di totale empatia con la creatura. Si sarà notato come mi sia rifiutata, fin qui, di chiamarlo "mostro"; non è stato casuale. Viene davvero da chiedersi chi sia il vero mostro all'interno di questa storia: la scellerata vittima di una creazione immonda o il creatore che quell'essere l'ha voluto e poi abbandonato? Victor Frankenstein è un uomo egoista ed egocentrico, tendenzialmente asociale, sicuramente incapace di assumersi le proprie responsabilità. Inoltre è pervaso da una bruciante sete di conoscenza, che diventa per lui un mezzo di affermazione di sé come essere umano di valore. Ha anche il tocco tipicamente romantico della drama queen, il nostro Victor, perché riesce a cadere in stato comatoso ogni volta che si trova in situazioni stressanti; roba che nemmeno Dante all'inferno, proprio...
Dall'altra parte abbiamo, appunto, la sua creatura, che nemmeno ha un nome. No, nemmeno quello ha fatto il creatore, neppure l'atto primo del riconoscimento di una vita, di un'identità: dare un nome. E' un essere mostruoso, enorme e sfigurato, perché così è stato assemblato, senza particolare attenzione per l'estetica. E' fortissimo, più resistente dei comuni mortali alle intemperie, alla fame e alla sete, alle ferite e alle malattie. Sarebbe un supereroe in potenza, la creatura, se non fosse un essere completamente isolato, rifiutato da qualsiasi società civile e anzi insultato e ferito. Si trova a vivere in un mondo di cui non conosce nulla, perché è proprio come un bambino neonato. Da solo scopre la fame, la sete, il freddo; da solo deve porre un rimedio ai propri problemi, sopperire alle proprie necessità. Non si può non empatizzare con la creatura, almeno un pochino, nonostante la furia vendicativa che più tardi la spinge ad uccidere diversi innocenti.
Victor e la sua creatura sono come un'immagine e il suo negativo, legati da molte somiglianze e per altri versi opposti.

Tornando alle tematiche legate al mito di Prometeo, la prima è appunto la creazione. Frankenstein non si prende alcuna cura dell'essere che ha generato. Come ho detto, la creatura è abbandonata a se stessa e Frankenstein è anzi felice di essersene sbarazzato. Ma non è forse vero che l'atto della creazione implica delle responsabilità? Senza toccare il lato affettivo o di contatto umano, non è prima di tutto dovere del creatore assicurarsi che un essere così grande e forte non possa nuocere all'umanità? Se davvero ha trovato la propria creazione così orribile, perché non gli ha subito tolto la vita, così come gliel'aveva data?
La creatura rinfaccia a Victor il proprio dolore, citando il "Paradise Lost" ("Paradiso Perduto") di Milton:

"Did I request thee, Maker, from my clay
To mould me Man, did I solicit thee
From darkness to promote me?"

("Ti chiesi io, Creatore, dall'argilla
di crearmi uomo, ti chiesi io
dall'oscurità di promuovermi?")

Mary Shelley pone quesiti pesanti, che risuonano in chi vive un'idea di genitorialità responsabile, scelta. C'è poi quel particolare dell'assumere in sé poteri che sono divini, come quello di infondere la vita, ma questo è un discorso molto più religioso che lascio volentieri perdere. Di certo è ὕβϱις, un atto contro natura, e come tale verrà punito dal fato.

Da qui è facile passare al tema delle conseguenze. Ovviamente tutto ciò che accade nella vita di Frankenstein è la conseguenza di quella scelta scellerata e dell'essersi rifiutato di assumersene le responsabilità. Ciononostante ci sono altri tipi di conseguenze negative presentate nel romanzo: quelle legate alla conoscenza.
Walton e Frankenstein hanno questo in comune: la volontà di scoprire qualcosa che il resto dell'umanità ignora, a qualunque costo, anche col rischio di morire e trascinare con sé le persone che di loro si fidano. La sete di conoscenza, quindi la scienza, il progresso, sono un'arma a doppio taglio, come il fuoco: possono dare sollievo, scaldare e cuocere, ma possono anche fare del male, bruciare e distruggere. Ci può essere un limite al conoscibile? La scienza si deve porre dei limiti etici, prima che pratici? Secondo Mary direi di sì. E' la creatura, ancora una volta, a regalarci un'amara considerazione sulla conoscenza.

"Of what a strange nature is knowledge! It clings to the mind when it has once seized on it, like a lichen on the rock. I wished sometimes to shake off all thought and feeling; but I learned that there was but one means to overcome the sensation of pain, and that was death - a state which I feared yet did not understand."

("Di che strana natura è la conoscenza! Si attacca alla mente, e una volta che ha preso il sopravvento è come un lichene su una roccia. Desideravo, a volte, scrollarmi di dosso tutti i pensieri e i sentimenti, ma imparai che c'era solo un mezzo per superare la sensazione di sofferenza, ed era la morte - uno stato che mi spaventava, anche se non lo comprendevo.")

Quante volte vorremmo non sapere! A me capita, ci sono situazioni in cui penso che sono felici coloro che non sanno, perché vivono sereni e non stanno male quanto chi, invece, ha coscienza, consapevolezza della verità. E' davvero sempre meglio sapere? Siamo sempre davvero in grado di gestirne le conseguenze? Non c'è risposta a questa domanda, non una giusta in modo universale, probabilmente, ma la Shelley ci lascia ad interrogarci (facendoci così soffrire!).

Ci sarebbe molto altro da dire su questo romanzo, che da solo ha fatto la storia dell'horror e ha posto anche le basi della fantascienza; tuttavia queste sono le riflessioni che mi sono rimaste più dentro. "Frankenstein" non è un romanzo perfetto, ha i suoi inceppamenti e lo stile si può percepire, al giorno d'oggi, un po' macchinoso, ma è un libro ancora attualissimo e vivo, che ha creato un immaginario intero attorno a sé e che lascia dentro tanti interrogativi su cui meditare. Quello che si definisce, del resto, un vero classico senza tempo.

3 commenti:

  1. Sempre piaciuto,proprio perché tocca questioni cruciali. Mi dicono che il film di Branagh sia piuttosto fedele...

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    1. Ti giuro che non c'entra una mazza. Non so come abbiano fatto a dire che è fedele. Ti dico solo che Frankenstein resuscita Elizabeth come "mostro"... tanto per darti un assaggio.

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