mercoledì 22 novembre 2017

Frances Hodgson Burnett - La piccola principessa + Il giardino segreto

Io ero una bambina precoce, lo devo dire. Mi sono bruciata l'infanzia, da un certo punto di vista, perché quando ho imparato a leggere (tardino per essere una bambina precoce, ma sospetto di essere un po' disgrafica e chissà, magari anche un po' dislessica, anche se questo ha sempre influito soltanto sulla mia velocità di lettura e scrittura) mi sono in fretta stancata delle storie per bambini. Le trovavo infantili, il che immagino sia naturale, ma la mia vena infantile si era già un po' prosciugata e agognavo a qualcosa di più adulto, più complesso. Quindi mentre ho continuato a guardare cartoni animati e film per bambini (e peraltro non ho smesso manco adesso...) nelle letture mi sono rivolta a qualcosa di più adolescenziale: fantascienza, fantasy, horror soft. Ai tempi la Mondadori riforniva i preadolescenti di collane a tema e io mi ci sono tuffata con 4 o 5 anni di anticipo, facendone una scorpacciata.
Così mi sono persa tutto un mondo di classici per l'infanzia. Come si suol dire, non è mai troppo tardi: sto recuperando ora, un libro alla volta. So che leggere questo genere di romanzi da adulti non fa e non può fare lo stesso effetto di leggerli nel momento giusto, ma è anche interessante riscoprirli con uno sguardo diverso, cercando di immedesimarsi nel piccolo lettore e al contempo nello scrittore che ha voluto lasciare questa storia alle nuove generazioni.
Ciò che mi sta molto aiutando in questo è il mio lavoro, per assurdo. Purtroppo per il secondo anno di fila mi tocca guidare per 40 minuti circa per raggiungere una delle scuole in cui insegno. Questo significa 1 ora e 20 minuti di tempo di guida buttato, tempo che avrei potuto utilizzare con profitto leggendo qualcosa, se non lavorando. Grazie al cielo c'è chi ha inventato gli audiolibri. Io per molto tempo sono stata restia ad avvicinarmi a questo mondo, perché ascoltare un romanzo è diverso da una lettura personale, ragionata. Le tempistiche, le modalità, il coinvolgimento... Tutto è differente. Però ho scoperto che per me l'audiolibro è proprio il modo migliore per affrontare i classici per l'infanzia. Hanno una velocità diversa dai romanzi per adulti, sono fatti un po' per essere anche letti ad alta voce, no? Inoltre le descrizioni tendono a essere meno lunghe e complesse, il linguaggio utilizzato in generale più diretto e le elucubrazioni ridotte notevolmente.
Tutto ciò quindi mi ha portato a setacciare il web alla ricerca di fonti di audiolibri. Ci sono tantissimi siti, tanto che andrebbe fatto un post a parte. Io amo leggere in lingua originale, se possibile, e quindi mi sono rivolta a Librivox, un sito di audiolibri americano, in cui i lettori sono tutti volontari e i libri tutti scaricabili gratuitamente, perché non più coperti da copyright. C'è veramente di tutto su quel sito, va esplorato.

La mia scelta è ricaduta, per plurime ragioni, su una serie di libri che aspettavano da tempo il loro momento, e i primi due selezionati sono stati "A Little Princess" ("La piccola principessa") e "The Secret Garden" ("Il giardino segreto"), due dei romanzi più famosi di Frances Hodgson Burnett. Quest'autrice, di origini britanniche ma poi emigrata negli Stati Uniti, ha trovato la propria fortuna proprio nella scrittura di romanzi per l'infanzia, non tanto perché le storie entusiasmassero i bambini quanto le mamme. La sua prima opera, "Little Lord Fauntleroy" ("Il piccolo Lord") ebbe un incredibile successo di pubblico e ancora oggi a Natale ce lo becchiamo ogni anno in versione cinematografica. La mia generazione, invece, ha conosciuto "La piccola principessa" attraverso i cartoni animati giapponesi, con la celeberrima serie "Lovely Sara", che ora posso dire fatta piuttosto bene.
Quante ore passate a piangere...

"La piccola principessa" vede come protagonista la piccola Sarah Crew, un bambina già orfana di madre cresciuta dal padre che la adora e la vizia in ogni modo possibile ed immaginabile. Per garantirle la migliore istruzione viene iscritta in un collegio per ragazze di buona famiglia a Londra e così Sarah si ritrova a dover lasciare la natia India e il padre per affrontare questa nuova avventura. Trascorrono così alcuni anni, finché la sua sorte volge al peggio e anche il papà della povera Sarah viene a mancare... Da quel momento la sua vita si fa più dura: senza più denaro né parenti che si possano prendere cura di lei, la bambina viene spogliata di qualsiasi avere e tenuta all'interno della scuola come aiutante e tuttofare, vittima di continue angherie, per non parlare del freddo, della fame e della solitudine.

Conoscevo già la storia, almeno a grandi linee, ma il personaggio di Sarah mi ha piacevolmente sorpreso: pur essendo una bambina straordinaria, per forza d'animo e intelligenza, l'autrice riesce a non farla apparire perfetta e quindi irreale e fastidiosa. Viene ripetuto più volte come Sarah non sia considerata granché bella e, per quanto sia una bambina di buon carattere, è sicuramente poco socievole, più interessata ai libri e ai propri sogni che agli altri. Il suo modo di relazionarsi è sempre piuttosto egocentrico, basato sui propri passatempi, e per questo tende a raccogliere attorno a sé le ragazzine dal carattere più debole e problematico, che hanno bisogno di un leader da seguire e da cui dipendere. Spesso si arrabbia e risponde male sia alle compagne che alle insegnanti, mostrando una sicurezza di sé giustificata dalla propria intelligenza e cultura ma certamente poco incoraggiabile in una ragazzina di fine '800. Ovviamente questi dettagli non fanno di lei una creatura davvero meno perfetta, ma lasciano un po' di spazio all'immedesimazione. Inoltre mi ha colpito come la scrittrice sottolinei che l'essere tanto brava, per Sarah, non è un merito, ma il risultato del semplice destino: la bambina è nata con un carattere naturalmente paziente, curioso e incline alla lettura e alla riflessione, è portata a prendersi cura degli altri e all'insegnamento. Nulla di tutto ciò è frutto di sforzo di volontà né della sua educazione; anzi si sottolinea come qualsiasi altra bambina, al suo posto, sarebbe divenuta arrogante, viziata e tirannica assai più dell'odiata Lavinia, l'allieva più temuta della scuola. Un tocco extra che mi ha fatto apprezzare questa ragazzina è quanto alcuni aspetti della sua personalità mi abbiano ricordato me da piccola. Non ero proprio così, ma alcuni comportamenti li ho riconosciuti e posso confermare che di meritevole nell'essere un topo da biblioteca e un avvocato delle cause perse non c'è nulla, ma solo una certa fortuna.

Lo stile della Burnett è quello tipico dei libri per bambini, con dialoghi semplici e descrizioni brevi ma efficaci, nessun riferimento storico o politico e con la frequente intromissione dell'autrice nella narrazione. La trama è piuttosto scontata, almeno dalla metà in poi si capisce come si concluderà, anche se mantiene quel pizzico di crudeltà da non garantire un lieto fine al cento per cento.
La mentalità dei personaggi è intrisa delle idee dell'epoca, con una forte divisione in classi sociali e pesanti giudizi razziali, che al giorno d'oggi ci fanno storcere il naso. Becky, la piccola serva di casa che diventerà la più intima compagna e alleata di Sarah una volta rimasta orfana, non potrà mai davvero essere sua amica, perché l'abisso sociale che le divide impedisce una tale parità di ruoli: potrà diventare la sua domestica, o la sua dama di compagnia, ma per quanto venga trattata con affetto ci sarà sempre un "Miss" di troppo, tra loro.
Mi ha sorpreso, invece, l'assenza di una certa stucchevole religiosità onnipresente che ho spesso ravvisato in altre pubblicazioni per il pubblico femminile dell'epoca. Ho sempre pensato che l'eccesso in questo rendesse i protagonisti irreali e un po' esasperanti; almeno questo è l'effetto che mi ha fatto, tanto per citare un romanzo, "Piccole Donne" di Louise May Alcott. In questo romanzo, al contrario, la presenza del divino è quasi inesistente. I personaggi non pregano mai perché Dio intervenga a risolvere i loro problemi o perché dia loro forza, Sarah e le altre non vengono mai incitate a sforzarsi di essere buone bambine per andare in paradiso, persino la morte è vissuta in modo molto laico e Sarah non trascorre molto tempo a immaginare il fato dei propri genitori. Ogni azione buona sgorga dal cuore, non da un precetto, ed è basata sull'osservazione del mondo e l'empatia, un approccio molto moderno e che ben si adatta alla società odierna.

Il capitolo finale racchiude, a mio avviso, il vero messaggio dell'autrice per i suoi lettori. Protagonista non è più Sarah, ma Anne, una bambina povera e affamata salvata da una panettiera che la prende con sé. Sarah, che per prima ha aiutato Anne quando viveva per strada, le affida il compito di prendersi cura degli altri bambini poveri della zona, in ricordo delle loro passate sofferenze. E' un'investitura, quasi, perché Sarah pensa che la bontà si trasmetta: chi fa del bene ispira altre persone a fare lo stesso, perché il bene può essere contagioso quanto e più delle cattive azioni e un solo gesto di gentilezza può cambiare la vita di una persona per sempre.

Ci sono molte somiglianze tra Sarah Crew e la protagonista del secondo romanzo di quest'autrice che ho ascoltato, "Il giardino segreto". In questa storia incontriamo Mary Lennox, che potremmo definire una Sarah mai amata e nata con un pessimo carattere. Entrambe sono nate in India, sono bambine cresciute sole e rimangono presto orfane. Entrambe vengono spedite in Inghilterra contro la propria volontà e vi arrivano da outsiders, da estranee. Eppure sono due personaggi dal carattere completamente diverso.
Personalmente ho trovato Mary difficile da sopportare ed essendo una bambina egocentrica e stizzosa la scrittrice è riuscita perfettamente nel suo intento. Peccato abbia reso più faticoso l'andamento del romanzo... Mary è una bambina che ha sofferto un enorme torto: le è stato completamente negato l'amore. I genitori, in particolare la madre, sono stati totalmente assenti e anaffettivi; i servitori, che di lei si sarebbero dovuti occupare, erano tutti nativi indiani e provvedevano solo a fare in modo che la bambina non desse problemi, creando un piccolo mostro malaticcio, sporco, aggressivo e infinitamente solo. La vita di Mary cambia radicalmente quando un'epidemia di colera scoppia nella zona in cui la sua famiglia vive e stermina prima i servitori e poi entrambi i suoi genitori. Chi rimane in vita scappa e lei rimane lì, abbandonata e dimenticata. Sarebbe morta di fame e di sete se non fosse stata trovata per caso da alcuni ufficiali dell'esercito... La scena in cui Mary si scopre sola è di una tristezza mortale, così come la reazione della bambina alla morte dei genitori e della balia: non prova niente, perché lei con tutte queste persone non è mai stata capace di creare legami.
La sua vita non sembra migliorare granché, però, nel giungere in Inghilterra: a prendersi cura di lei ora dovrebbe essere lo zio, un uomo tormentato dalla propria menomazione fisica (è gobbo dalla nascita) ma ancor maggiormente dalla tragica perdita della moglie, dieci anni prima. Mary si ritrova nuovamente sola, nuovamente rinchiusa in una casa che non conosce e non può esplorare e senza alcun legame affettivo. La sua sorte sembrerebbe segnata, se non fosse per Martha, la giovane domestica che si occupa di lei, e soprattutto per il grande giardino di villa Craven, che tanti segreti nasconde...

"Il giardino segreto" è una storia di guarigione, di lutto e solitudine ma anche di speranza e ripresa. Mary, il signor Craven e Colin, il cuginetto segreto di Mary, sono accomunati da una vita dolorosa che ha compromesso in parte la loro capacità di amare e farsi amare e che ha tolto loro la gioia di vivere e il futuro. La scrittrice sottolinea quanto l'amore sia fondamentale per la vita di chiunque perché si possa essere felici mettendo a confronto questi personaggi cupi, tutti ricchi, e la famiglia di Martha, la cui madre ha dato alla luce ben dodici figli che non navigano certo nell'oro, ma che sono tutti amati e curati e per questo sereni e pieni di voglia di vivere.
Ecco, qui cominciano le magagne che io ho trovato in questo romanzo e che me l'hanno fatto piacere meno del precedente, nonostante sia considerato l'opera migliore dell'autrice. Molti dei personaggi sono piuttosto assurdi, per non dire proprio irreali, primo fra tutti Dickon, il fratello di Martha che vive tanto in contatto con la natura da saper parlare con gli animali. Altrettanto estremizzata e quindi non credibile è la madre di Martha e Dickon, una sorta di madre assoluta, capace di prendersi cura di tutti, anche dei bambini degli altri, di tenere la casa in perfetto ordine e funzionamento, sfamare tutti e fare una serie di lavoretti. In più è un pozzo di saggezza popolare, stimata da chiunque la conosca. Una figura mitica, oserei dire... D'altronde non è nemmeno realistico che un bambino come Colin, allettato da dieci anni (10!), possa riprendersi alla velocità descritta nel romanzo, cambiando anche caratterialmente in modo tanto repentino.

Il messaggio di speranza è bello e l'amore per la natura che la scrittrice trasmette con le proprie descrizioni (un inno allo Yorkshire) è palpabile, ma non mi è bastato. Ho trovato il libro più pasticciato dell'altro, anche nei contenuti. La narrazione è più frammentaria, diversi capitoli utilizzano il punto di vista di personaggi secondari, incluso un pettirosso, e l'attenzione si sposta nel corso del romanzo da Mary a Colin, tanto che nell'ultima parte del romanzo sembra che tutto giri soltanto attorno a lui. Molte sono anche le cose accennate e rimaste irrisolte o non spiegate: la misteriosa bambina dei ritratti, la stanza indiana... A queste si aggiungono i capitoli sulla magia secondo Colin, una tiritera infinita che è un mix di religiosità e ispirazione new age anzitempo ma che mi ha annoiato fino alla morte. Persino il finale sembra un po' tranciato, come se mancasse qualcosa. Affrettato, ecco, questa è la parola che mi viene in mente.
L'impressione generale che ne ho avuto è di una storia molto ripetitiva nei contenuti, in cui l'autrice passa molto tempo ad allungare il brodo dicendo sempre le stesse cose e che invece manca di approfondimento e di una conclusione adeguata. Brutalmente trovo che il romanzo peggiori da quando Mary incontra Colin.

Quindi un pollice alzato assolutamente per "La piccola principessa", mentre mi riservo di esprimere una certa delusione per "Il giardino segreto", che comunque ha avuto tanta fortuna anche sullo schermo senza aver bisogno della mia approvazione. Frances Hodgson Burnett mi è sembrata una scrittrice interessante con alcuni spunti piuttosto moderni e mi ha lasciato con la voglia di approfondire la sua terza opera maggiore, "Il piccolo Lord".

mercoledì 15 novembre 2017

75. José Eduardo Agualusa - Teoria generale dell'oblio

Credo che il Realismo Magico, come genere letterario, abbia cambiato la storia della letteratura mondiale. Parte dall'Europa, come di consueto, ma chi l'ha portato alla ribalta con più successo, secondo me, sono gli scrittori sudamericani della seconda metà del Novecento, come Gabriel García Márquez, che mica per niente vinse il Nobel. Non si è però certo fermato lì: più mi inoltro nelle letterature del mondo più noto che questa corrente è ancora piena di forza in molti Paesi in via di sviluppo, forse perché questo genere ben si adatta a raccontare Paesi in preda alla guerra, mischiandovi però le stranezze delle leggende e del folklore locale. Di certo è più facile raccontare la guerra se la vita delle persone è intrisa di un po' di magia...

José Eduardo Agualusa è, a quanto pare, uno dei più importanti scrittori contemporanei in lingua portoghese. Un'altra cosa che si impara girando per il mondo letterariamente è che i Paesi colonizzati dal Portogallo sono proprio tanti, sia in Africa che nel Sud-Est asiatico, e ancora oggi per loro la lingua della cultura è il portoghese. Uno di questi Paesi è l'Angola e Agualusa è proprio angolano, bianco ma angolano. Questa è un'altra delle cose che mi ha colpito molto nei libri ambientati in ex-colonie: la grande presenza di bianchi e meticci nella popolazione. Sarà che molti scrittori sono in effetti bianchi o di origini miste, ma nella mia mente l'Africa aveva colori molto più scuri. Be', buon per me e la mia ignoranza.
"Teoria generale dell'oblio" è un romanzo del 2012, che però io ho scoperto solo quest'anno perché è stato finalmente tradotto per Neri Pozza (una nota di pregio a Neri Pozza che, negli anni, ha portato in Italia molti romanzi di scrittori africani contemporanei). Mi ha attirato subito e, appena mi è arrivato, è finito in cima alla pila dei libri del mondo da leggere.

Il romanzo è ispirato a una storia vera. Diciamo che tutti gli elementi fondanti sono veramente successi, mentre il tocco di Realismo Magico è opera dell'autore. Protagonista della vicenda è Ludo, una donna portoghese affetta da un brutto caso di agorafobia, dovuto a un trauma adolescenziale spiegato soltanto nelle ultime pagine del romanzo. Essendo molto legata alla sorella, quando questa decise di sposare un uomo angolano e di trasferirsi con lui a Luanda Ludo si lasciò convincere a seguirla. Tutto sarebbe andato liscio se in Angola, pochi anni dopo, non fosse scoppiata la rivoluzione...
L'Angola ottenne l'indipendenza dal Portogallo nel 1975, in seguito a una rivoluzione armata che mise in campo una serie di forze diverse, perlopiù di ispirazione comunista, ma sostenute da mercenari di svariati Paesi, soldati sudafricani, congolesi, brasiliani e cubani. Com'è ovvio, l'instabilità del nuovo potere politico portò il Paese immediatamente alla guerra civile, che si protrasse in maniera particolarmente sanguinosa nel sud del Paese fino al 1988/1991. Non che sia del tutto cessata l'ostilità tra i gruppi politici interni: ancora nel 2004 lo stato era in una costante situazione di guerriglia e fu necessario l'intervento dell'ONU per aiutare il governo a catturare i ribelli... Ciononostante ad oggi l'Angola è un Paese mediamente benestante, dove in anni recenti c'è stato un grande sviluppo economico, grazie anche alla ricchezza principale del territorio: i diamanti.
Potremmo dire che il libro di Agualusa parla di tutto questo, ma ciò che noi percepiamo leggendolo è solo uno scorcio dei ribaltamenti storici e politici: Ludo infatti, terrorizzata dalla guerra e dalla scomparsa improvvisa della sorella e del cognato, si chiuse in casa e murò la porta d'ingresso, vivendo così in completa reclusione per più di vent'anni. Fu un bambino a ritrovarla, ormai invecchiata, quasi morta di fame e bisognosa di cure, un orfano di nome Sabalu che andò a vivere con lei e si prese cura di quella che da allora considerò la sua nuova famiglia.

"Teoria generale dell'oblio" è fondamentalmente la storia di una solitudine; anzi, più precisamente di una sparizione. Ci furono molte sparizioni misteriose in Angola in quegli anni, come riporta nel romanzo il giornalista Daniel Benchimol: non solo Ludo potrebbe non essere mai esistita, così come sparisce il suo appartamento, ma si narra di aerei interi che si sono come vaporizzati da un momento all'altro. Spariscono persone e animali, oggetti e persino luoghi.
Ludo, tra le mura della casa che è il suo unico riparo dal mondo, scrive: diari, quaderni di riflessioni, e finita la carta inizia ad usare le pareti: quella è la sua teoria dell'oblio, le memorie ed elucubrazioni di una donna sola ed isolata dal mondo, e che ciononostante ha ancora tanto da dire.
Mi ha affascinato molto il personaggio di Ludo e la sua strana, drammatica vita da reclusa. Una monaca di clausura laica, da un certo punto di vista, che coltiva la propria mente nascondendo il proprio corpo. Ho sofferto molto con lei il dramma della fame e della sete, della scelta di bruciare dei libri, di sacrificare altri esseri viventi alla propria sopravvivenza. Per quanto sia una donna distrutta dal proprio passato, Ludo è una lottatrice, una donna che non si arrende mai. Sarebbe stato facile lasciarsi morire in quella grande casa, nel silenzio della propria camera da letto, smettendo di mangiare e bere. Invece lei, assurdamente, vuole vivere. Dico assurdamente perché Ludo chiaramente vive una nonvita, essendo chiusa in casa e priva di affetti. Ci fa riflettere sul valore della vita, su ciò che significa davvero essere vivi.

Attorno a Ludo, nel romanzo, turbinano una miriade di altri personaggi. Inizialmente non si coglie davvero il nesso, ma quella è la magia: farli convergere tutti, spiegare ogni accadimento intrecciando la vita di una decina di persone legate dal destino. Devo ammettere che mi sono un po' persa tra i vari personaggi secondari, perché faticavo a ricordare i nomi e le loro storie, ognuna così diversa e particolare ma slegata dalle altre. Alla fine però tutto viene spiegato, acquista un senso, ogni curiosità del lettore viene soddisfatta.

Lo stile di Agualusa è semplice, scorrevole, i capitoli brevi fanno l'effetto delle ciliegie, uno tira l'altro. E' un romanzo piuttosto breve, 221 pagine in tutto, che mi sono divorata in 3 giorni e senza nemmeno avere tanto tempo per leggere.
L'unica nota negativa è che alla fine mi sembra che il romanzo sia andato un po' decrescendo in emozione. Mentre la prima metà, focalizzata soprattutto su Ludo, mi ha molto coinvolta (e infatti non riuscivo a smettere di leggere), nella seconda parte i molti personaggi frammentano un po' la narrazione, facendo diventare il racconto più vario ed avventuroso, ma portando via un po' di quello slancio emotivo di empatia con la protagonista. Perché diciamocelo, a parte il piccolo Sabalu c'è poco da empatizzare con gli altri.
Comunque "Teoria generale dell'oblio" è un bel libro, dalla storia curiosa e che dà prova di una grande capacità narrativa africana.

venerdì 10 novembre 2017

74. Patrick McGrath - Follia

"Follia" è un romanzo dalla fama incontrastata, almeno nel mio cerchio di conoscenze. Considerato da tutti un libro bellissimo, siano essi miei coetanei o miei studenti, ho deciso che potesse corrispondere alla definizione di "un libro che ha la fama di essere impossibile da mettere giù" e l'ho inserito nella Reading Challenge.
Il titolo si può dire abbastanza azzeccato, sebbene l'originale sia "Asylum", cioè manicomio. Infatti gran parte della vicenda ha luogo tra le mura di un manicomio inglese degli anni '50. Patrick McGrath sceglie come protagonista per la propria storia una donna ancora giovane e bella, seppure non più freschissima. Stella, questo è il suo nome, è sposata con un eminente psichiatra, Max Raphael, la cui carriera sta rapidamente avanzando, tanto da essere assegnato ad un manicomio piuttosto rinomato. Qui si trovano anche criminali con problemi psichiatrici e si cerca di facilitare nei pazienti una ripresa della vita quotidiana normale attraverso lavori interni al complesso della clinica e momenti d'incontro e di svago.
Stella si trasferisce con Max e il figlio Charlie all'interno del manicomio, in una villetta d'epoca vittoriana, e inizia un quieto tran tran che verrà sconvolto dall'incontro con Edgar Stark, proprio uno dei detenuti ricoverati.

La prima cosa da sottolineare è che questa storia non è raccontata da un narratore esterno alla vicenda, ma da Peter, uno psichiatra di successo non più giovane, che ha avuto tra i propri pazienti sia Edgar Stark sia Stella Raphael. Questo è un po' uno spoiler, ma nemmeno tanto visto che viene detto nelle prime pagine: è evidente fin dall'inizio che Stella ed Edgar inizieranno una relazione clandestina e che la salute mentale di entrambi ne uscirà devastata. E' anche vero però che il narratore interno alla vicenda è inevitabilmente inaffidabile: nonostante parli con la calma e la freddezza di un professionista, il suo sguardo è carico di emozioni e gli eventi ne risultano deformati.

Il romanzo parla di follia, ma essa ha molti volti all'interno della vicenda. Stella, Edgar, Max, lo stesso Peter, ognuno di loro ha dentro di sé un disagio mentale grande, che porterà gli eventi in una direzione ben precisa e chiara fin dall'inizio.
Stella, figura centrale, non si può dire pazza: ciò di cui soffre è una comunissima, per quanto drammatica, sindrome depressiva. Depressione che però la spinge mano a mano verso comportamenti sregolati e autodistruttivi: l'alcool ed Edgar Stark sono due facce della stessa medaglia, la disperata ricerca di senso nella propria vita, di emozioni forti, di qualcosa che sembri ampliare gli orizzonti e darle una speranza per il futuro. Ciò che più ha depresso me, leggendo, è vedere come i segni siano evidenti fin dall'inizio, come Stella lanci notevoli richieste d'aiuto, sebbene piuttosto indirette, soprattutto al marito, ma questi, nonostante la preparazione e l'esperienza sul campo, pare non accorgersi di nulla. Non c'è niente, credo, che spinga un depresso ancora più a fondo quanto vedersi ignorato, incompreso, o peggio criticato per il proprio disagio. Ci sarebbe stato spazio di salvezza per Stella, credo, nelle prime pagine di questa vicenda; purtroppo nessuno si prenderà carico del suo dolore e questo si trasformerà in distruttività, per se stessa e per gli altri. E' proprio la depressione a fornire a Stella l'instabilità mentale per accettare la pazzia di Edgar, la sua violenza, le sue precarie condizioni di vita.
Edgar, l'artista, sì che è pazzo. Maniaco e paranoide, assassino efferato per amore, o meglio per ossessione, è tanto freddo e calcolatore quanto è folle nelle sue fantasie di tradimento e nella sua manipolazione dei ricordi. Edgar è un personaggio che rimane per tutto il libro un po' in ombra, seppur sia una delle figure chiave della vicenda. Non sappiamo mai cosa pensi, cosa senta, cosa voglia davvero; ciò che ci arriva è solo un riflesso, l'opinione di chi lo conosce e ha a che fare con lui, in particolare quella soggettivissima di Stella e di Peter, in entrambi i casi troppo carichi di pregiudizi per dare una lettura veramente oggettiva del personaggio. Ciò che è sicuro è che Edgar è un pazzo di quelli pericolosi e che in un certo senso diventa il motore di una serie di altre follie in altri personaggi, che da lui si fanno trascinare nel baratro.
Si può dire però che i due dottori coinvolti nella vicenda, Max e Peter, siano del tutto sani di mente?
Max è un uomo perso nel proprio ego, incapace di empatia e di tenerezza, che ignora la moglie non solo emotivamente ma anche fisicamente, e questo nonostante la donna sia ancora giovane, bella e desiderabile. Diciamo che è un personaggio fortemente detestabile, che non riesce a fare pena al lettore nemmeno nei momenti peggiori, quando tutto gli si rivolta contro e, a poco a poco, si ritrova a stringere in mano un pugno di mosche. Max ha un rapporto morboso di dipendenza dalla propria madre, è ottenebrato dall'ansia di successo e pensa che ignorando i problemi questi scompaiano. Non è un atteggiamento che non ho mai visto, soprattutto negli uomini, ma non si può dire che sia normale né tanto meno maturo.
Peter sembra il più posato del gruppo; stranamente dolce e attento al prossimo nonostante il proprio lavoro sia uno di grande responsabilità e stress emotivo, è un uomo misterioso, che vive solo e sembra dedicare tutto il proprio tempo libero alla cultura e ai pochi amici, tra cui Stella. E' l'unico ad accorgersi della condizione di sofferenza di Stella e a insistere perché Max faccia qualcosa per aiutarla, invano. Eppure la follia c'è, è lì in agguato... Anche lui è un uomo incapace di valutare la realtà per ciò che è davvero, preda di fantasie romantiche e incline a mentire a se stesso, pur di ottenere ciò che vuole. E' un'acqua cheta che nasconde un gorgo oscuro. Fino alla fine, anche quando sarà in parte colpevole del drammatico epilogo della vicenda, Peter sembra immune da veri sensi di colpa, completamente assorbito da quella che appare a tutti gli effetti come un'ossessione: entrare nella mente di Edgar Stark e tenere Stella con sé. Però ci aveva avvertito fin dall'inizio: le storie d'amore catastrofiche contraddistinte da ossessione sessuale sono il suo interesse principale da molti anni...

Una cosa che mi ha colpito tanto, oltre alla tristezza per la condizione di solitudine di Stella e l'indifferenza in cui la sua depressione si aggrava, è l'estenuante desiderio sessuale che la circonda. Stella è una bella donna, viene ripetuto più volte. E' seducente ed elegante, ha modi naturalmente attraenti. Apparentemente è anche circondata da allupati; o forse dovremmo dedurne che gli uomini, qualsiasi sia la loro natura, cercano tutti di approfittare sessualmente delle donne che percepiscono più disponibili o fragili, qualsiasi sia la situazione in cui si trovano? Stella è una donna distrutta ed è naturale provare un certo risentimento nei suoi confronti, da un certo punto in avanti, sebbene questo sia moderato dalla pena per la sua malattia e per l'ingenuità a volte surreale. Gli uomini che l'attorniano però fanno proprio una figura orribile, uno dopo l'altro e senza salvarsi. Tutti indistintamente sono attratti da Stella, sia ella sana o malata, carina o sciupata, ben truccata o trasandata. Tutti la vogliono e cercano di possederla, anche se ognuno con mezzi diversi: puro erotismo o romanticismo di facciata, gesti bruschi o gentili; comunque sempre al sesso si torna, come avvoltoi che girano attorno ad una bestia morente. Stella reagisce a questi assalti asfissianti come ho visto fare a molte donne: arrendendosi, lasciando via libera a tutti, che facciano, basta che non le diano problemi. Il sesso è usato da molte donne come un'arma, per altre è una liberazione; per altre ancora è un prezzo da pagare, a cui prima o poi bisogna far fronte. Io Stella l'ho vista un po' così, in cerca di passione ed emozione ma incastrata in una ragnatela di uomini che non fa che chiederle disponibilità fisica ignorando le sue manifestazioni di disagio.
Non metto in dubbio di essere, in questo, prevenuta. Essendo una donna mi è più congeniale proiettarmi nell'unico personaggio femminile centrale alla vicenda e quindi vedere la vicenda attraverso i suoi occhi. Sicuramente un occhio maschile noterà cose diverse, avrà meno pazienza con Stella. Mi incuriosisce sapere con quale dei personaggi maschili un uomo si immedesimerebbe di più, leggendo questo romanzo, e come vedrebbe questo nugolo di pretendenti al letto di un'unica donna fondamentalmente fuori di testa.

Questo libro mi è piaciuto? Sì, abbastanza, sebbene non mi abbia tenuta incollata alle pagine quanto mi sarei aspettata. E' una bella (o brutta) storia di ossessione, gli ingredienti sono ben dosati e si respira un'aria di malattia mentale perfettamente orchestrata, ma forse c'era troppa amarezza e un filo di disperazione in eccesso perché riuscissi a lasciarmi davvero trasportare dalla vicenda. E' un libro che però mi sento di consigliare, perché merita di essere letto, e che offre sicuramente spunti di confronto interessanti. Inoltre un evento chiave all'interno del libro (che non nominerò per non fare spoiler, ma che avevo previsto fin dalle prime pagine) mi ha riportato alla mente due classici della lettura: "Le affinità elettive" di Goethe, che ho letto grazie al gruppo di lettura un paio d'anni fa, e "L'innocente" di Gabriele D'Annunzio, che non ho ancora letto ma che ho preso in mano subito dopo aver finito questo romanzo e sarà una delle mie prossime letture.
Prima però mi avventurerò in lande più esotiche...

P.S.: Trovo la copertina della mia edizione del romanzo bellissima e quanto mai azzeccata. Il dipinto si intitola "Barracoon" ed è di Andrew Wyeth. Davvero perfetto.

lunedì 6 novembre 2017

73. Derek Smith - L'enigma della stanza impenetrabile

Io non sono una grande lettrice di gialli. Non so quante volte l'ho già detto, ma amo ripetermi. Ogni tanto mi sforzo e ne leggo uno, soprattutto se obbligata, ma come genere proprio non mi attrae. Non so quale sia il problema; so che mentre a tanti miei amici il giallo stuzzica l'intelletto e li tiene incollati alle pagine, io mi annoio enormemente. Non becco mai l'assassino, non capisco mai nulla prima e anche quando mi spiegano ciò che è accaduto rimango indifferente, fredda. Non mi riesco nemmeno ad immedesimare nei vari detective, non temo per i personaggi che potrebbero trasformarsi in nuove vittime, insomma zero assoluto. Ci sono pochi gialli che mi hanno preso davvero, tra cui sicuramente la quadrilogia di Duca Lamberti di Scerbanenco e "Dieci piccoli indiani" di Agatha Christie, e in alcuni casi anche questi mi sono un po' scaduti sul finale.
Quindi perché son qui a recensire un giallo? Perché, molto semplicemente, dovevo leggerne uno per la Reading Challenge e in libreria mi è passato per le mani questo bel volumetto di Derek Smith, scrittore non esattamente famoso ma grandissimo amante del genere. Il titolo è un po' banale, "L'enigma della stanza impenetrabile", anche se non è affatto una traduzione fedele dell'originale titolo inglese ("Whistle Up the Devil", tradotto infatti anche come "Un fischio al diavolo"), però riesce se non altro ad essere esauriente: si tratta proprio di un giallo della camera chiusa.

Per giallo della camera chiusa si intendono tutti quei delitti che avvengono all'interno di una stanza sigillata, almeno apparentemente, all'interno della quale quindi nessuno sarebbe potuto entrare o uscire senza essere visto. Tutti i più grandi giallisti si sono presto o tardi misurati con questo rompicapo, creando storie anche notevoli. Derek Smith, con questo romanzo, vuole proprio rendere omaggio a tutti loro, citandoli e ricordandoli tra le pagine mano a mano che la vicenda si evolve.

La trama è piuttosto classica: un ispettore di polizia di Scotland Yard si reca da un giovanissimo consulente investigativo, Algy Lawrence, per chiedere il suo aiuto: un amico, tale Roger Querrin, è in pericolo di vita, o almeno così pensano la sua bella fidanzata e il fratello minore Peter, e l'ispettore vorrebbe che Algy lo tenesse d'occhio. Nonostante l'iniziale resistenza, Algy parte per il piccolissimo paesino di campagna in cui i Querrin risiedono. La minaccia che grava su Roger è questa: per molte generazioni i Querrin hanno tramandato di padre in figlio un segreto, ma da qualche generazione ciò non è più stato possibile, poiché una notte, nella stanza designata a questo incontro rituale, padre e figlio morirono insieme, uno pugnalato, l'altro per un attacco di cuore. Da allora si dice che sulla famiglia gravi una maledizione... Roger ha osato sfidare il fantasma di Thomas Querrin, l'uomo morto molti anni prima d'infarto, e ha intenzione di inscenare l'incontro nella stanza misteriosa per dimostrare che siano tutte sciocchezze.
Algy Lawrence farà sigillare la stanza e cercherà amici e supporto tra i residenti per prevenire il peggio, ma ahimè, se non ci fossero delle vittime questo non sarebbe un giallo della camera chiusa...

La trama, come dicevo, è vista e stravista, ma a Derek Smith non premeva essere innovativo. Questo romanzo, come ho già detto, è un tributo ai più grandi scrittori gialli della storia e dalle loro opere Smith pesca a piene mani. E' simpatico vedere come, mano a mano che la storia procede, l'autore cita in modo più o meno diretto diversi scrittori e romanzi considerati pietre miliari del genere: partendo da Wilkie Collins con "La pietra di luna", considerato forse il primo romanzo giallo, ed Edgar Allan Poe, il precursore del genere con i suoi racconti del raziocinio, si passa ad autori come Hanshew, O'Brien, Hamilton, Rupert Penny e Freeman Wills Croft. Tutti nomi che forse al lettore medio del giorno d'oggi dicono poco o niente, ma che sono stati tra i maggiori giallisti anglofoni dell'epoca d'oro del genere, tra gli anni '20 e gli anni '40. Smith cita anche scrittori che, oltre ad aver pubblicato storie proprie, sono considerati esperti e critici del genere letterario: trovano così spazio Fell, Carr e soprattutto Rawson, i cui meccanismi del delitto della camera chiusa vengono citati in modo estensivo all'interno della narrazione. Questa lista di nomi fa capire al lettore che il vero fulcro del romanzo non è tanto il mistero di villa Querrin in sé, quanto rendere omaggio e far conoscere ai lettori quelli che, secondo Smith, sono i giallisti da leggere assolutamente. Purtroppo molti titoli dei suddetti autori sono molto difficili da reperire in Italia, ma internet, in questo, ci dà una mano e offre numerose possibilità.

Alla fine devo dire che questo libro mi ha anche divertito, per quanto non mi abbia convinto che il genere giallo mi si addica. E' una lettura semplice e rilassante, non genera grandi aspettative ma l'autore ha fatto bene il suo lavoro e gli si perdona anche qualche scivolata stilistica e un finale piuttosto manieristico, che tanto ricorda l'hard-boiled di Chandler, tanto per fare un esempio.
Non è un romanzo sconvolgente né un capolavoro, ma ogni tanto ci sta bene anche un romanzo facile, un po' da ombrellone, per spegnere il cervello senza abbruttirsi.

sabato 4 novembre 2017

72. Antoine de Saint-Exupéry - Volo di notte + L'aviatore

Ci sono storie con cui non si può fare a meno di empatizzare, di immedesimarsi. Ci sono invece storie con cui farlo è impossibile. Non sempre è colpa dell'autore: molto anzi dipende dal lettore. Credo che la difficoltà sia massima quando tra il lettore e il protagonista/i protagonisti c'è troppa differenza caratteriale, o quando i principi su cui basano la propria vita sono troppo lontani da quelli di chi legge. E' così che valuto l'esperienza negativa legata al libro "Volo di notte" di Antoine de Saint-Exupéry.

Antoine de Saint-Exupéry è famosissimo, ma per altri scritti. Chi non ha mai sentito parlare de "Il piccolo principe"? Questa storiella brevissima, negli anni, è diventata un libro di culto, studiato in psicologia e sociologia, preso ad esempio come massima definizione dell'amicizia e dell'amore. Me lo sono ritrovato anche al corso di abilitazione all'insegnamento, nelle ore di Psicologia.
So che ci sono persone che ne collezionano le edizioni anche in lingue diverse e ne ho vista una copia in dialetto piemontese. Insomma, per non conoscerlo una persona deve proprio essere vissuta sotto un sasso.
Essendo io una donna cinica e crudele, "Il piccolo principe" non mi ha mai affascinato. Ho provato a rileggerlo l'anno scorso, in occasione di un saggio di danza a tema, ma niente da fare, io tutta questa meraviglia proprio non ce la vedo. Anzi, trovo che il finale sia un filo sconvolgente, dopo tutta quell'imbastitura da fiaba per bambini. Ripeto, sicuramente è un limite mio, perché probabilmente non ho la disposizione d'animo o la profondità necessaria per apprezzarlo.

Lo scrittore però ha pubblicato anche un sacco di altri romanzi e racconti, tutti per adulti e quasi tutti relativi alla sua vera, grande passione: il volo. Antoine de Saint-Exupéry era un aviatore; anzi, fu proprio volando che trovò la morte, abbattuto dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale.

"Volo di notte" è una storia corale, poiché racchiude le voci e i pensieri di tanti, diversi personaggi, in qualche modo legati a un lavoro oggigiorno sorpassato ma negli anni '30 quanto mai moderno - e pericoloso: il corriere postale.
Un lavoro fondamentale, soprattutto in zone impervie, in cui per ragioni legate alla conformazione del territorio i trasporti su strada erano ancora lenti e difficoltosi, e allora bisognava affidarsi al cielo, alla posta aerea. Così alcuni coraggiosi uomini con la passione del volo sceglievano di fare da postini dei cieli e ogni giorno, o meglio ogni notte, trasportavano il loro carico di lettere attraverso catene montuose e foreste, fiumi e zone desertiche. Una delle zone in cui questo servizio era particolarmente importante era il Sud America e anche l'autore lavorò per una compagnia simile per molti anni, sotto la ferrea supervisione di Monsieur Didier Daurat, che ha ispirato uno dei personaggi principali del romanzo, l'inflessibile e a tratti disumano Rivière.

Proprio un aviatore e Rivière sono i protagonisti principali del romanzo, o forse è meglio chiamarlo lungo racconto, perché il numero di pagine è proprio esiguo.
L'aviatore è un uomo giovane e sicuro di sé, immune alla paura, perché il suo compito è proprio andare oltre il limite che l'uomo si pone a causa del timore di morire. Ciò che mi ha un po' impedito di entrare in contatto con questo personaggio è proprio questo sprezzo del pericolo, giustificato non da una scelta morale, da un bene superiore, ma da un'inclinazione personale, una passione fine a se stessa. Gli aviatori del servizio postale non pensano mai che il proprio carico di lettere e pacchi possa essere importante, vitale per qualcuno, che molte persone dipendano da loro, perché non è questo che li fa volare; invece è l'emozione del vedere il mondo dall'alto, è la soddisfazione di arrivare in orario e non avere un richiamo, è dimostrare al mondo e a se stessi di essere capaci, in ogni situazione, di arrivare alla meta. Io sono un'amante della sopravvivenza, fatico già a mettermi nei panni dell'eroe che si sacrifica, immaginarsi se riesco a immedesimarmi in chi lo fa per nessun motivo se non per soddisfazione personale o divertimento. Aviatori, piloti di velocità, alpinisti, cultori di sport estremi: per me una categoria incomprensibile. Trovo addirittura fastidiosa questa mancanza di coscienza sul pericolo a cui si espongono, lo sprezzo della morte. Non riesco mai a rattristarmi quando il fattaccio succede, quando qualcuno in queste condizioni non riesce a salvarsi. A differenza di una donna che cammina per strada di notte, questo sì che se l'è cercata... Insomma, sarò ancora una volta insensibile e cinica, ma proprio non provo nulla e non ho provato nulla leggendo dell'aviatore del Sud America di Saint-Exupéry.
Ho invece sentito molta vicinanza per il suo marconista, a cui la propria pelle piace e vorrebbe salvarla, e per la moglie dell'aviatore, con cui si è sposato da appena 6 settimane ma a cui non potrà mai essere davvero legata: lui ha il cielo nel cuore e lei è sulla terra. Mi ha fatto arrabbiare quest'egoismo del volersi fare una famiglia, avere una casa pulita, un pasto e un letto caldo a cui tornare, quando l'aviatore sa che non potrà mai dare grandi attenzioni a quella donna e che rischia ogni giorno di lasciarla vedova. Se da una parte non concepisco l'amore per gli sport estremi, dall'altra penso che chi ha per sua natura questa inclinazione dovrebbe fare il sacrificio di rimanere da solo, perché non si può trascinare un altro essere umano in questo tormento continuo.

Rivière invece è il prototipo del capo freddo ed efficiente, il burocrate che non sente ragioni, anzi, che usa il pugno di ferro nell'illusione che questo faccia funzionare tutto al meglio. Punire anche chi non lo merita, sanzionare anche quando il lavoratore non poteva fare altrimenti: questa è la sua filosofia. Un personaggio antipatico, sicuramente, insensibile e quindi impenetrabile. Tuttavia ho apprezzato un briciolo della sua filosofia di vita: in un passaggio spiega perché, secondo lui, il capo non dovrebbe mai essere amico dei dipendenti. Secondo Rivière non bisogna dare confidenza, scherzare, fare i simpatici con i sottoposti perché crea un falso clima di uguaglianza, una finta atmosfera positiva, che spinge solo i lavoratori a non seguire le regole per filo e per segno, ma soprattutto serve solo al capo per attutire il senso di colpa nel portare a termine il suo lavoro: il suo compito è prendere decisioni, anche se scomode e crudeli, e assumersene le responsabilità. Tra le conseguenze c'è anche il risentimento dei sottoposti e il capo deve accettarlo, che gli piaccia o no. Insomma, forse meglio questo di tanti capi attuali, che con la politica dell'amicone poi te lo mettono in quel posto lo stesso...

Il tema del pericolo e della morte incombente nella vita dell'aviatore è ripreso anche, nell'edizione che ho acquistato, dal racconto messo in coda (sempre per far pagine, credo...), "L'aviatore" appunto. Una storia che mi ha fatto saltare all'occhio ancora di più ciò che non mi era andato giù nella prima parte e mi ha lasciata con un senso di inutilità della vita umana e l'amaro in bocca.

Insomma, questo genere di libri non fa per me e temo, a questo punto, che il caro Antoine de Saint-Exupéry ed io non abbiamo nulla da dirci. Non sempre può funzionare, il bello dell'umanità è che siamo così diversi. Diciamo semplicemente che questo libro non lo consiglierei a chi non ha la passione del rischio. Se invece siete degli aspiranti superuomini e amate superare i limiti, allora è il libro perfetto: breve, con uno stile semplice ed evocativo e pieno di dettagli sul volo che possono piacere a chi ne capisce qualcosa.

domenica 29 ottobre 2017

71. William Goldman - The Princess Bride (La storia fantastica)

Ci sono film che segnano una generazione. Per me, nata nel 1980, i film che hanno fatto epoca sono "Ghostbuster", "Gremlins", "I Goonies", "La storia infinita" e tanti, tanti altri. Impossibile fare un elenco accurato. Uno dei film su questa lista però è senz'altro "La storia fantastica", titolo assolutamente lontano dall'originale (che sarebbe "La principessa sposa") ma ormai passato nella memoria a lungo termine di tutti noi. Chiunque abbia tra i 35 e i 40 anni e non riconosca la frase "Hola. Mi nombre es Inigo Montoya, tu hai ucciso mi padre, preparate a morir!" è probabilmente una persona losca e indegna d'amicizia. Un po' come uno che non sa chi è Artax, per intenderci.
A proposito, in caso ci sia qualcuno che sguazza nell'ignoranza e voglia rimettersi in pari con l'umanità, abbiamo un contributo cinematografico da Youtube:


Quello che non molti sanno, invece, è che il film "La storia fantastica", che vede tra i protagonisti il mitico André the Giant e una giovanissima Robin Wright, è stato tratto da un libro. Tipo, io questo film lo conosco a memoria, eppure del libro non sospettavo l'esistenza. Sacrilegio!
Quando ho scoperto il titolo del romanzo è entrato in direttissima nella top dei libri da comprare. Poi, misteriosamente, (ma mica tanto, perché è una cosa che, ahimè, succede abbastanza spesso in questa casa) è rimasto a prendere polvere su uno scaffale... Fino a quest'anno, quando mi sono decisa, finalmente, a concedergli un po' del mio tempo per raccontarmi la sua storia.

La prima cosa che devo sottolineare è che, per chi è familiare col film, il libro non ha praticamente nulla di sorprendente da dire, e anche di elementi extra ce ne sono ben pochi. Questo non tanto perché il libro sia scarno, ma perché il film è stato fatto con la massima fedeltà all'originale, mantenendo i dialoghi quasi inalterati e gli eventi fondamentalmente coincidenti. Cosa abbastanza usuale per gli anni '80 (mentre non va molto di moda al giorno d'oggi) ma ancora più probabile quando lo sceneggiatore del film e lo scrittore del romanzo sono la stessa persona. William Goldman ha scritto molte sceneggiature per Hollywood, siano esse adattamenti o originali, e sul suo materiale ha fatto un ottimo lavoro. Quindi se avete amato il film ritroverete ogni dettaglio, se vi ha fatto schifo non c'è salvezza.
Però prendiamo in considerazione la possibilità che qualcuno non conosca nemmeno il film e voglia farsi un'idea del romanzo da zero.

"The Princess Bride" è una storia fantastica (ahahahahah) imperniata sulla figura di una giovane, bellissima fanciulla, Bottondoro (o nell'originale Buttercup), e del suo innamorato Westley. Non si può dire granché del romanzo senza spoilerare in parte la trama, ma ciò che sicuramente si può dire è che si tratta di un "classico di vero amore e travolgente avventura" o, come dice il retro di copertina della mia edizione, "un fiaba di scherma, lotta, tortura, veleno, vero amore, odio, vendetta, giganti, cacciatori, cattivi, buoni, bellissime fanciulle, serpenti, ragni, bestie, inseguimenti, fughe, menzogne, verità, passione e miracoli". Ebbene sì, c'è tutto questo nel romanzo suddetto, e forse anche qualcosa in più.

Tuttavia qualche magagna a questo libro l'ho trovata. Sarà che i ricordi d'infanzia generano aspettative altissime, ma non sono stata del tutto soddisfatta dalla lettura. Ecco cosa mi ha infastidito.

Prima di tutto la cornice. Goldman finge di aver soltanto tagliato l'originale, ad opera di tale Morgenstern, tenendo la parte ricca di trama ed eliminando tutti i riferimenti storici e le parti descrittive. Secondo Goldman, Morgenstern è stato uno dei più importanti scrittori di Florin, il Paese in cui è ambientata la storia, e l'autore intendeva con questa fiaba ironizzare sulla società e la politica dello stato. Naturalmente tutto questo non è altro che una baggianata alla Manzoni, il classico "ho trovato un manoscritto in un baule con sopra questa storia sensazionale, state a sentire!". Ci potrebbe anche stare, se non fosse che per essere una baggianata è ripetuta decine di volte, in modo estremamente dettagliato e prende pagine e pagine di introduzione. Decine di pagine. Troppe, a mio avviso. In più questo dà modo all'autore di corredare la storia di commenti piuttosto intrusivi per tutta l'opera, cosa a tratti simpatica, ma in alcuni punti francamente un po' pesante.
Anche nel film c'è una cornice: il nonno che racconta la fiaba al bambino. In parte riprende i commenti dell'autore e la storiella di come lui sentì la storia per la prima volta da suo padre, mentre era molto malato. La differenza è che nel film sono momenti brevi, funzionali e anche simpatici, mentre nel libro l'autore sbrodola troppo.

Un'altra cosa che si percepisce molto di più nel libro che nel film è lo strisciante maschilismo che ne imbeve le pagine. Nel film la protagonista non è davvero Bottondoro: a ben vedere praticamente nessuno si ricorda di lei, mentre tutti noi, anche le femminucce, abbiamo empatizzato con Westley o con gli altri personaggi, ad esempio Inigo Montoya. Sono le storie, i sentimenti, la forza d'animo di un personaggio a renderlo importante e caro al lettore/spettatore. Invece nel libro ci si focalizza molto su Bottondoro, sottolineando in continuazione quanto sia bella, bellissima, la più bella del mondo, ma per il resto un'incapace, ignorante come una capra, stupida e pure maleducata. Non viene detto una volta, ma più e più volte; lo stesso Westley si sente di far presente a Bottondoro di non sforzarsi troppo a pensare, che lei è bella, ma di cervello non ne ha. Devo dire che l'effetto è stato sgradevole. Se penso che questa fiaba è stata inventata dall'autore per allietare le figliolette mi viene un po' di angoscia...

Anche il finale è un po' deludente, secondo me. L'autore non vuole chiudere con un semplice "e vissero tutti felici e contenti" e allora butta lì qualche riferimento a future disgrazie, ma poi non elabora. Rimane così, un po' incompiuto, e sinceramente allora avrei preferito una conclusione banale.

Positivo invece è lo spazio maggiore che viene dato ai coprotagonisti, Inigo e Fezzik, alla loro storia e alla loro personale avventura nel salvataggio di Bottondoro. Sono due personaggi che mi hanno sempre catturato molto e sono stata molto felice di leggerne di più.
Un'altra sorpresa è stato scoprire che Vizzini, uno dei cattivi, si chiama davvero Vizzini nel libro e che, proprio come nel film, è il Siciliano! Niente versioni italiane rivedute e corrette per una volta, è una soddisfazione.
Tutto sommato i cattivi nel libro sono più cattivi e i buoni più buoni e gli innamorati più innamorati. E' tutto un po' più.

Consiglierei la lettura di questo romanzo? Bella domanda... Non è un imperdibile, secondo me, se si conosce la versione cinematografica. Per una volta sono abbastanza intercambiabili. Forse se non avessi visto il film e mi fosse soltanto capitato in mano il libro l'avrei amato di meno. Però per chi ha amato il film è un modo per riscoprire la storia e arricchirla di particolari, rivivendo le emozioni che ci hanno accompagnati da bambini.

martedì 24 ottobre 2017

70. Ishmael Beah - Memorie di un soldato bambino


Ishmael Beah era solo un ragazzino di dodici anni quando la guerra gli è piombata addosso. Un ragazzetto normale, come quelli che si possono incontrare per le strade delle nostre città anche qui in Italia. Aveva una passione, la musica rap, si vestiva con stile cercando di emulare i suoi miti hip hop, passava il tempo imparando a memoria i testi delle canzoni con un gruppo di amici affiatatissimo. Sì, andava anche a scuola, come fanno tutti, anche se non ne aveva sempre tanta voglia, e aveva qualche problemino in famiglia, perché papà e mamma avevano divorziato e mamma abitava in un villaggio vicino insieme al fratellino più piccolo, mentre Ishmael e suo fratello più grande erano stati lasciati a vivere col papà e la sua nuova moglie, che con loro non aveva proprio un buon rapporto...
Che cosa distingue questo ragazzino simpatico e un po' scavezzacollo dai tanti preadolescenti che conosciamo? Be', tanto per cominciare il fatto che Ishmael vivesse in Africa, più precisamente in Sierra Leone, all'epoca di questa storia. L'altro dettaglio è che tutte le persone di cui ho parlato, a parte Ishmael, non esistono più. Sono stati spazzati via dalla guerra civile, all'improvviso, tutti tranne lui, che forse ha subito una sorte persino peggiore: dopo aver visto la morte in faccia, aver camminato fino a non poter più muovere le gambe ed essere quasi morto di fame, Ishmael è stato obbligato a diventare un soldato bambino.
La storia di Ishmael, nonostante lo stile scorrevole, chiaro e coinvolgente, non è una delle tante inventate per scrivere un bel romanzo avventuroso; di bello non c'è proprio nulla in una storia come questa, perché è vera e racconta un mondo tragico, una disumanità mostruosa, ma che ancora oggi è la quotidianità di milioni di persone in giro per il mondo. Ishmael ce l'ha fatta, è sopravvissuto (se no non avrebbe potuto scrivere questo libro...) ma i segni di ciò che ha visto e ha fatto resteranno con lui e in lui per sempre, non potrà mai dimenticare né cancellare la verità: soltanto venire a patti con essa e imparare a sopravvivere, poi a vivere, guardare avanti...
Oggi Ishmael vive negli Stati Uniti, il suo nuovo Paese, la casa che l'ha accolto, grazie a una donna coraggiosa e generosa che l'ha preso con sé senza esitazione quando lui non aveva più nessuno a cui affidarsi. Ha potuto studiare, si è sposato. Lieto fine, insomma. Sono stata felice di vedere che questo giovane, mio coetaneo, ha trovato una via d'uscita dal proprio passato, perché mi ha dato speranza, non solo per lui ma per tutti coloro che si trovano e si troveranno nei suoi panni, perché non è mai detta l'ultima parola e anche dall'inferno si può uscire vivi.
Ma torniamo un passo indietro.

E' il 1993. Ishmael vive in un villaggio del sud della Sierra Leone, Mogbwemo. E' un giorno normalissimo e lui se ne sta tranquillo coi suoi amici, anche se si dice che alcuni villaggi siano stati attaccati dai soldati ribelli. Loro però non danno molto peso a queste notizie; se fosse vero e ci fosse pericolo le loro famiglie si sarebbero mosse, no? Invece tutto scorre normalmente e quel giorno Ishmael e i suoi amici decidono di marinare la scuola, per recarsi in un villaggio vicino a fare uno "spettacolo rap". Mettono la loro musica americana, rappano sulla voce dei loro idoli e ballano, intrattenendo i passanti. Si divertono e alla gente piace, soprattutto ai ragazzini. Sono conosciuti lì attorno. Poi di colpo arriva una notizia incomprensibile: Mogbwemo è stata attaccata, distrutta, gli abitanti sono in fuga e molti sono morti, uccisi dai ribelli. Ishmael e i suoi amici non possono credere alle loro orecchie: la loro famiglia, tutto ciò che hanno al mondo è appena andato distrutto.
Né le brutte notizie finiscono lì: i ribelli sono in marcia, si spostano, continuano ad avanzare perché hanno bisogno di cibo, munizioni e uomini, quindi bisogna scappare, perché arriveranno presto anche lì. Inizia così la lunga migrazione di Ishmael, che perde i suoi amici e li ritrova, rimane nuovamente solo e si perde nella foresta, trova nuovi amici e un villaggio sicuro e poi si ritrova di nuovo, in un secondo, in mezzo alla guerra.
Sembra quasi che lo segua, quella guerra maledetta. Ovunque vada, per quanto si nasconda quella lo stana sempre, gli sta dietro fino a che lui non scapperà dal Paese, attraversando il confine con la Guinea, a nord, in un ultimo viaggio della speranza che infine lo porterà, rifugiato, negli Stati Uniti.

La storia di Ishmael è straziante. Attorno a lui succedono cose agghiaccianti, la morte è ovunque, la violenza è inimmaginabile. Lui è soltanto un bambino ma si ritrova solo e cerca di sopravvivere come può. Ogni capitolo che passa sembra che i suoi sforzi vadano nella direzione giusta, poi di colpo arriva qualcosa di peggio. Ho pensato seriamente che io mi sarei arresa, verso la metà, quando il destino pare giocargli uno scherzo peggiore degli altri. Invece Ishmael è resiliente. E' forte, è determinato, vuole sopravvivere. Forse sarà proprio questa resilienza a farlo arrivare fino in fondo, almeno in parte, a tenere insieme i pezzi di un'anima molto ferita.

Ci sono due cose che mi hanno colpito molto in questo libro, a parte la crudezza di alcune immagini e la violenza gratuita, perché quelle in un libro così le do quasi per scontate.
La prima è che per buona parte del libro il lettore identifica i cattivi con i ribelli che hanno distrutto il villaggio di Mogbwemo; tuttavia non saranno loro a fare di Ishmael un soldato bambino, ma l'esercito regolare sierraleonese. I buoni mandati a difendere l'ordine obbligheranno tutti i maschi in grado di prendere in mano un fucile a diventare soldati, insegneranno loro a sparare, a strisciare nel fango e a tagliare la gola ad un uomo, daranno loro droga in grandi quantità e li porteranno a fare strage di altri combattenti e inermi civili.
Credo che sia uno di quei punti dolenti con cui si deve confrontare, ad un certo punto, qualsiasi pubblico adulto: nella storia, quella vera, i buoni e i cattivi non esistono, non nell'accezione che noi diamo al termine. Sia una parte sia l'altra sono fondamentalmente grigie, hanno ragione e sono colpevoli allo stesso tempo, sebbene chi è a capo delle più importanti decisioni abbia sicuramente una responsabilità, in positivo o in negativo, più definita. Hitler era cattivo, ma anche Truman e Stalin non scherzavano. Il discorso è complicato, molto più di quanto possa essere commentato così, con due parole su un blog, ma questo libro trabocca di questa verità: i soldati bambini di cui fa parte Ishmael non sono né più buoni né più cattivi di quelli catturati dai ribelli e, con gli stessi identici mezzi, costretti a combattere contro l'esercito. Sono tutti innocenti, vittime di carnefici spietati che li usano come pedine sacrificabili e ne deturpano il fisico e la psiche senza battere ciglio, e allo stesso tempo sono ovviamente colpevoli di non essersi sottratti, a costo di morire, di aver accettato di uccidere qualcun altro, spesso in modo efferato, per sopravvivere.
Ad ogni modo questo racconto ci dà anche una visione più realistica della situazione in Africa, nelle zone in cui si parla di guerra civile: spesso l'esercito che si ritrova a difendere l'ordine è peggio in arnese delle truppe ribelli, spesso è composto da persone che non hanno una formazione militare seria e quasi sempre si scontrano con gli stessi livelli di violenza e scorrettezza. Non c'è una linea di condotta, c'è solo la necessità di portare a casa la vittoria per sottrarre al nemico vettovaglie e munizioni.

La seconda cosa che mi ha colpito è il racconto di quando Ishmael viene salvato dalla boscaglia, portato via da un gruppo di volontari dell'Unicef e inserito in una comunità protetta per il recupero di bambini soldato. E' il 1996, sono passati 3 anni dall'inizio della guerra per Ishmael e lui è molto cambiato, così come tutto il mondo attorno a lui. Ciò che mi ha colpito è la violenza che lui e i suoi compagni esternano in continuazione una volta portati in salvo. Sono arrabbiati, drogati in crisi d'astinenza, sono contrariati: vorrebbero tornare a combattere, ormai è quello il loro posto, si sentono al sicuro solo con un fucile sulla spalla. Allora insultano, aggrediscono, distruggono. Infrangono le regole del centro ancora e ancora, forse sperando di essere mandati via, rimandati nella foresta; tuttavia non succede. Il personale è gentile e sorridente nonostante tutto, i materiali distrutti vengono quotidianamente riforniti, i loro eccessi violenti perdonati una volta passati. Ho ammirato questi eroi, gente che ha scelto di stare così sul fronte, a combattere ogni giorno perché almeno uno di tutti questi ragazzi riscoprisse la propria umanità e potesse essere reinserito in società. Che forza di carattere, che animo... Io non sarei mai in grado di sopportare di lavorare in una condizione simile, sarei vissuta nel costante terrore di essere aggredita, avrei reagito per difendermi e avrei potuto dire cose di cui mi sarei poi pentita, probabilmente. Davvero sono queste le persone che, con la loro perseveranza e il loro spendersi per gli altri, soprattutto per i più giovani, cambiano il mondo.
La comunità in cui Ishmael è stato inserito gli ha salvato la vita, su questo non c'è dubbio. Gli ha restituito prima di tutto la capacità di provare emozioni, di affezionarsi, di affidarsi, di sognare un futuro.
Questo momento della vita di Ishmael mi ha fatto pensare a quanti oggi vivono la guerra, chi si ritrova a scappare per salvarsi la pelle e chi deve uccidere per farlo, ma anche chi magari la guerra l'ha vista solo di sfuggita, ma ha passato mesi, a volte anni, nell'angoscia di una morte incombente. Tante volte i rifugiati che arrivano in Europa dall'Africa o dal Medio-Oriente hanno comportamenti antisociali, aggressivi o genericamente maleducati, usano la forza per imporsi e commettono reati. Possiamo far finta che non sia vero ma è così. Quello che però è anche vero e la gente pare non ricordare mai è che questa gente nella maggioranza dei casi ha vissuto esperienze così traumatiche da non essere più se stessa: hanno dovuto spegnere la loro parte umana per sopravvivere alla violenza e una volta che i sentimenti sono addormentati quello che esce è l'istinto ferino, in totale mancanza di empatia. Molte di queste persone sono in stato di shock, hanno gravi sindromi post-traumatiche e avrebbero bisogno di lunghe cure psicologiche per ritornare alla normalità. Purtroppo non ci sono i soldi né le strutture per sostenere questo sforzo e questa povera gente viene lasciata a se stessa e finisce per farsi sopraffare dalla paura che si trasforma in rabbia, dai ricordi della violenza che diventano aggressività incontrollata.
Ciononostante c'è una via d'uscita, ce l'ha mostrata proprio questo libro: dall'inferno si esce, se aiutati, le ferite possono rimarginarsi e la psiche ricomporsi. C'è speranza, tanta speranza, e vita e amore. Con il carico di dolore che portava con sé questo libro sono contenta che il messaggio sia alla fine uno di speranza, di sopravvivenza, e non di compatimento e di morte.

Noi in Europa di tutte le guerre africane degli ultimi cinquant'anni sappiamo poco e niente, anzi non sappiamo praticamente nulla nemmeno di quelle in corso. Fatichiamo a capire le ragioni, le rivalse territoriali di tribù dai nomi per noi strani che si fondono a lotte religiose e a rivolte politiche spesso orchestrate ad arte da qualche riccone per il possesso delle risorse del Paese. La Sierra Leone è una nazione relativamente piccola, schiacciata tra tanti altri stati fondati dagli Europei, e ha una triste storia legata al traffico degli schiavi. Freetown, la capitale della Sierra Leone, ha un nome benaugurante, che voleva essere l'incarnazione della speranza nel futuro di chi, dall'America, era tornato in patria nuovamente un uomo libero. Invece la violenza ha prevalso ancora e il Paese non è molto stabile politicamente nemmeno adesso, sebbene la guerra civile sia conclusa.
Forse è proprio nel leggere storie africane che il mio giro del mondo letterario acquista maggiormente senso: scoprire la storia che abbiamo ignorato, i popoli che abbiamo dimenticato, e dare un volto ai tanti milioni di persone che vivono in quel continente senza avere una chiara voce. Ho molti altri libri sull'Africa da leggere e molti parlano, ahimè, di guerra. Spero mi diano tanto quanto Ishmael Beah in "Memorie di un soldato bambino".

giovedì 19 ottobre 2017

69. Margaret Atwood - The Handmaid's Tale

"There is more than one kind of freedom," said Aunt Lydia. "Freedom to and freedom from. In the days of anarchy, it was freedom to. Now you are being given freedom from. Don't underrate it."


("Esiste più di un genere di libertà, diceva Zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell'anarchia, c'era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo.")

A volte è proprio grazie a un film o a una serie televisiva che si scoprono gioielli della letteratura. Non avevo mai sentito parlare di questo romanzo prima che venisse girato il serial andato in onda quest'anno, ma una volta adocchiato ho bramato disperatamente averlo e leggerlo. Ecco la copertina della mia copia, rigorosamente in lingua originale, altro regalino che mi sono fatta da Blackwell's a Oxford...

"The Handmaid's Tale" ("Il racconto dell'Ancella" nella versione italiana) è un romanzo distopico pubblicato ormai trent'anni fa, nel 1986, da Margaret Atwood, scrittrice e poetessa canadese.
La prima cosa che mi ha colpito di questo romanzo è la costruzione e lo stile narrativo: raccontato tutto in prima persona, è una sorta di memoria orale, solo in seguito trascritta, di una donna senza nome, e quindi senza identità. Partendo dalla descrizione della propria routine, dei propri spazi vitali e delle poche persone che la circondano, la donna ci mostra poco a poco gli orrori del mondo in cui vive, una dittatura teocratica di ispirazione cristiana veterotestamentaria in cui la vita di ogni essere umano è controllata e decisa a priori da una rigida serie di leggi.
Lo stile della Atwood è delizioso: delicato, raffinato, ricco di potere evocativo, scorre fluido e disegna attorno a noi un paesaggio mano a mano più cupo, freddo e aspro. Ciononostante per tutto il libro sono stata accompagnata da immagini luminose, cariche di colori forti, rosso, blu, verde, ma sfumati nel bianco dei veli, delle tende, delle lenzuola. Non mi ha sorpresa scoprire che quest'autrice ha scritto anche poesia; a mio avviso il tocco si sente. Inoltre la narrazione è perfettamente dosata, bilanciata: i capitoli si susseguono come una collana di perle, impossibile fermarsi, e ogni sezione è inframmezzata dalla Notte, il tempo del riposo ma anche della solitudine e della meditazione. Il tempo delle cose segrete, dei ricordi e delle follie. Se non avessi ricominciato a lavorare questo libro me lo sarei divorata; così è durato qualche giorno in più...

Impossibile parlare di questo romanzo senza spoiler. Quindi mi spiace ma chi non l'ha letto salti alla fine.

[Beware! Spoilers ahead!]

Ho sentito dire un po' di tutto di questo libro. Devo dissentire con alcuni pareri.

Secondo me questo romanzo non si concentra sullo sfruttamento sessuale della donna; il centro della storia non è quello. Non è solo la vita delle Ancelle ad essere costellata di continui abusi, poiché le Marta (le serve di casa) e le Mogli sono altrettanti impotenti, relegate al loro ruolo e alla maschera che devono indossare quotidianamente. Compito dell'Ancella è accoppiarsi col Comandante di casa, del quale porta il nome, e dargli una prole, ma il palese abuso sessuale intrinseco non è né meglio né peggio di ciò che passano le altre donne, probabilmente. La Atwood, piuttosto, fa qui una riflessione sui rapporti tra i sessi e i delicati equilibri che rischiano di spezzarsi in continuazione all'interno della nostra società. Inoltre vi è una evidente attenzione alla pericolosità della religione quando diventa una scusa per imporre il proprio stile di vita e diffondere la violenza.
La Atwood scrive pochi anni dopo aver visto la realizzazione di una catastrofe sociale molto simile: la rivoluzione in Persia e l'instaurazione di quello che è l'attuale governo teocratico in Iran. Probabilmente quegli eventi erano molto freschi nella mente della scrittrice e per una donna colta e sensibile all'arte non poteva passare inosservato non solo l'uso criminale della violenza nelle purghe della rivoluzione, ma anche la veloce presa di potere di un gruppo di estremisti religiosi che per prima cosa attaccarono le donne e la diffusione della cultura stessa. Limitazione del movimento, dell'abbigliamento, delle attività consentite, censura dei libri, dei film, della musica. E ci sono riusciti, il regime è ancora lì: in pochi anni la Persia passò da un grande stato simil-occidentale, per quanto piagato da annosi problemi interni, a un mondo isolato, arretrato e controllato tramite il terrore. Non è forse questo che narra la Atwood? Persino di più: quel che vuole dirci è che il problema non è la religione islamica, checché ne dica qualche scrittore o scrittrice occidentale, perché potrebbe succedere anche qui, anche a noi, anche nella diversissima, modernissima e cristianissima America del Nord.
Personalmente ho sentito un velo di inquietudine avvolgermi quando l'autrice cita, con nonchalance, gli eventi all'inizio della rivoluzione, l'attentato alla Casa Bianca di matrice islamica, poi rivelatosi una montatura per destabilizzare il Paese, e le milizie armate che se ne stavano pronte ad aspettare di intervenire e prendere il controllo... Se fossi un po' più complottista direi che è uno scenario per lo meno credibile in questi giorni di tensione politica, proprio e soprattutto negli Stati Uniti.

La vita della protagonista, ovviamente, è orribile, un inferno, in cui lei combatte, cercando di restare disperatamente attaccata ai ricordi della sua vita normale per non impazzire, per non perdere se stessa e la speranza, per non suicidarsi.
Non ha nome, la nostra protagonista, e credo che ci siano due motivi alla base di questa scelta. Prima di tutto togliere il nome a una persona è un modo per togliere l'identità, per farlo diventare un numero, un ingranaggio. Deumanizzare per controllare, annullare la resistenza psicologica. Le Ancelle non hanno più un nome di battesimo ma prendono il nome di chi le possiede perché si mettano bene in testa che sono ormai solo un involucro al servizio del padrone di casa. Se passasse abbastanza tempo, se nessuno pronunciasse quel nome abbastanza a lungo, l'Ancella finirebbe per perdere se stessa, per sempre.
Non solo. L'Ancella è senza nome perché è ogni donna. "Everyman", la famosa morality play, vale a dire un dramma allegorico, ha come protagonista proprio un uomo di nome Everyman, cioè "Ogni uomo", perché egli è rappresentativo di tutta l'umanità. Così l'Ancella volutamente senza nome è simbolo, immagine di qualsiasi donna, di ciò che potrebbe diventare.
Questa è una delle cose che più mi hanno dato fastidio nella serie televisiva, così come nella resa filmica: subito le hanno appioppato un nome, di fantasia chiaramente, perché non poteva esistere una protagonista senza un'identità. Volevano sapere chi fosse, darle una connotazione, che invece non doveva avere. D'altronde questo ha influito sulla caratterizzazione che poi è stata data a questa donna nelle succitate versioni: alla fine viene sempre ritratta come una combattente, una ribelle, una capopopolo quasi, che lotta per liberarsi e difendere le persone a cui vuole bene. Ne hanno fatto un'eroina e delle Ancelle un esercito, ma sono quasi certa che Margaret Atwood non volesse questo. L'Ancella non è un'eroina, ma solo una donna resiliente, che si piega ma non si spezza, che resiste in silenzio, cercando di non morire. Tutto qui. Perché non è credibile che una donna qualsiasi levi la testa in quel tipo di società e non venga giustiziata all'istante e perché le donne qualsiasi non lo fanno. Sono poche le vere ribelli, le altre hanno paura, com'è normale, e si difendono come possono. Credo che volesse parlare di loro l'autrice, che di eroi senza macchia ce ne sono già tanti nella letteratura e con quelli non si entra mai davvero in empatia.

L'autrice parla anche della corruzione insita nella società umana. Nemmeno Gilead, lo stato ideale fondato dai rivoluzionari nel romanzo, riesce a sottrarsi a questa condanna. Anzi, sono gli stessi capi della rivoluzione a mantenere in vita, con una serie di infrazioni al regolamento, usanze ritenute immorali, oggetti ormai proibiti, persino bordelli segreti. Pare che l'uomo, secondo la Atwood, sia geneticamente incapace di rinunciare alla trasgressione. In fondo in Italia questo modo di fare lo conosciamo bene, la gogna è sempre per gli altri, le regole sono per tutti tranne che per noi stessi, che se invece possiamo aggirarle è meglio. Chissà, probabilmente questa inclinazione alla trasgressione è anche lo spazio di manovra che permette all'umanità, ogni volta che si trova in una situazione di sofferenza senza sbocco, di rinnovarsi, ricominciare da capo con nuove regole.

Come ho già citato, alla fine di questa lettura ho subito provveduto a vedere sia il film del 1990 sia l'acclamata serie televisiva. Io sono una difficile, nelle trasposizioni; è vero, non mi piace quasi mai niente. Se devo dire la mia, il film mantiene molto meglio le atmosfere che io ho immaginato leggendo e anche l'identità dei protagonisti. Il telefilm invece, nonostante ciò che si è detto su qualsiasi piattaforma, per me è stato un calvario.
Probabilmente per chi non ha letto questo libro la serie ha un appeal maggiore. Chiaramente, in assenza di un parametro, ogni cosa può sembrare ben fatta. Eppure c'è così tanta diversità, non tanto negli eventi in se stessi, perché quelli si sa che possono e a volte devono essere un po' rimaneggiati per poterli narrare in altra forma, ma proprio nel sentimento alla base del romanzo e nella sensazione che questo trasmette.
Una delle scelte più scellerate, secondo me, è la sessualizzazione estrema che è stata portata avanti, puntata dopo puntata. Se ci si fa caso, c'è almeno una scena di sesso in ogni singolo episodio, spesso più di una. Nel romanzo il sesso è certamente presente ed è sicuramente il momento più traumatico della vita della protagonista in casa del Comandante, ma è molto evanescente, poco descrittivo, poco presente. Persino la Cerimonia, cioè il momento in cui l'Ancella si accoppia col Comandante, viene citata più volte nei primi capitoli, ma sempre come allusione e non viene descritta fino a circa la metà del romanzo. La metà, vale a dire dopo diversi capitoli. Un'altra cosa che certamente si sente è l'estrema differenza tra il sesso che lei è costretta a fare con il Comandante e quello che fa più avanti con Nick, nelle sue scorribande pseudo-sentimentali. Ci sono alcuni dettagli che aiutano a trasmettere al lettore il disgusto per il sesso che è obbligata a fare, primo tra tutti la descrizione del Comandante stesso: un uomo vecchio, coi capelli bianchi e un fisico ormai cadente. A questo si aggiunge la presenza della Moglie, Serena Joy, che è ormai invecchiata a sua volta e la tortura affondandole il proprio anello di fidanzamento nelle mani. Una delle cose che l'Ancella ripete più spesso è che tiene sempre gli occhi chiusi, durante la Cerimonia, aspettando che sia tutto finito.
Che scelta fanno invece nel telefilm? Scelgono un attore ancora giovane per la parte del Comandante; non solo, un uomo piacente, potremmo dire sexy, dal sorriso misterioso e seducente come i suoi occhi scuri. Joseph Fiennes può piacere o no, non si discutono i gusti, ma è la cosa più lontana da un vecchio con la pancetta e i capelli bianchi. Mi piacerebbe sapere cosa ha giustificato una scelta simile. Purtroppo temo che qualche spettatrice/spettatore, guardando la serie, abbia anche pensato "Be', io da uno così mi farei dare una ripassatina anche subito, altro che Cerimonia...". Se anche soltanto una persona avesse formulato un pensiero simile guardandola, questa resa dell'opera avrebbe perso ogni valore, tradendone anzi lo spirito. Perché poi anche la Moglie sia stata rappresentata come una donna giovane e bella mi sfugge totalmente. Forse vecchia e disabile non sarebbe piaciuta al pubblico, che avrebbe pensato che in fondo il Comandante aveva ragione a rimpiazzarla... E perché quell'Ancella tiene sempre gli occhi aperti durante il sesso? Ma se pensiamo che addirittura l'hanno fatta depilare, cosa che nel libro era proprio sottolineata come proibita...
Sono tanti i perché generati da questa serie, almeno nel mio cervello. A fronte di una continua attenzione al sesso, quasi morbosa, tanto che hanno aggiunto personaggi extra per parlarne ancora un po', la Gilead televisiva è molto meno controllata di quella del libro, le Ancelle si muovono liberamente per casa e chiacchierano spensieratamente in ogni dove; tutto ciò mentre la parte forse più angosciante del romanzo è la costante sensazione di essere spiati, l'incapacità di gestire qualsiasi aspetto del proprio tempo e del proprio corpo in modo indipendente. Anzi, è proprio quel mutismo forzato, l'impossibilità di alzare gli occhi e salutare un uomo all'interno della casa stessa, l'essere costrette a leggersi praticamente le labbra per parlare che instilla una costante ansia, la paura che paralizza anche la protagonista per quasi tutto il tempo.
Come ho già detto, se devo scegliere una versione video del romanzo, mille volte meglio il film del 1990. Anni luce, proprio.

Dimenticando tutto questo parlare di televisione, vorrei spendere le ultime due parole sul finale. L'autrice simula una convention di studiosi del periodo storico a cui risale la testimonianza anonima dell'Ancella, dandoci così una visione di ciò che è successo dopo, non alla protagonista ma al suo mondo. 150 anni dopo la Repubblica di Gilead sembra essere collassata su se stessa, per tornare a una società molto simile a quella precedente, cioè alla nostra società contemporanea. Messaggio positivo, quindi: tutto passa. Non sappiamo invece se la nostra Ancella sia riuscita a scappare, a sopravvivere, ma ancora una volta forse non era quello il focus per la Atwood: lei è solo una tra tante e sappiamo che altre ce l'hanno fatta, si sono salvate e hanno lasciato le loro storie, e che il mondo è andato avanti e ha superato quel periodo.
Quello che mi ha lasciato un senso di disagio, riguardo quest'ultima parte, è la leggerezza con cui si parla di quel periodo storico e del racconto dell'Ancella. Sono i posteri: l'autrice dà un'idea del distacco emotivo con cui si guardano e giudicano gli eventi e le esperienze altrui quando sono lontane dal nostro vissuto. Sono vite umane, quelle di cui si parla, violenze, morti, ma visto che sono così distanti da chi le legge ci si può anche fare una battuta sopra, e perché no qualche risata.
Non serve vivere nel futuro per avere quel genere di distacco dagli eventi. Noi stessi siamo tremendamente freddi nel discutere al bar delle situazioni in Medio-Oriente o in Africa...

[End of spoilers!]

Conclusione: questo romanzo è meraviglioso e struggente allo stesso tempo, non capisco perché non fosse più famoso a livello mondiale, ma merita di essere letto e discusso al giorno d'oggi come trent'anni fa. Un libro modernissimo, fortemente attuale nel suo essere una distopia (quindi riuscitissimo). E' entrato di prepotenza nella mia lista dei preferiti. Deve essere letto. Soprattutto se si è familiari con la cittadina di Bangor, Maine, negli Stati Uniti! (Sì, ci ho messo un po' a capirlo, ma è proprio ambientato lì. Vicino a casa di Stephen King, dove tanti altri eventi orrorifici hanno regolarmente luogo in letteratura. Brrr...)

sabato 14 ottobre 2017

68. Kurt Vonnegut - Ghiaccio-nove

Il gruppo di lettura in estate non va in vacanza: raddoppia. Quest'estate, dopo "Rinascimento privato" di Maria Bellonci è toccato a "Ghiaccio-nove" di Kurt Vonnegut.
Due romanzi che più diversi non si può, uno è un mattone, l'altro un libricino minuscolo; uno un romanzo storico, che parla di fatti veramente accaduti, l'altro un romanzo fantascientifico distopico, carico del graffiante sarcasmo tipico di Vonnegut. Uno l'esaltazione dell'Umanesimo, l'altro un ritratto del potenziale autodistruttivo dell'uomo.

Bisogna subito dire due cose su questo romanzo:
1. l'avevo già letto e amato qualche anno fa, anche se stavolta penso di averlo amato e capito di più;
2. il titolo italiano fa schifo. Il titolo originale è "Cat's cradle", tradotto "La culla del gatto" e fa riferimento a quel giochino che magari avrete imparato da piccoli, fatto con un elastico o un filo annodato, e che consiste in una serie di scambi e passaggi di mano, così che il filo possa assumere varie, affascinanti conformazioni. Cat's cradle è il nome che si dà a questo gioco in inglese (in italiano non credo esista un nome, anche se nel libro cita un termine, ripiglino, sinceramente mai sentito).  Se ancora non sapete di cosa sto parlando guardate qua:


Il fatto che l'autore abbia voluto mettere l'accento su questo gioco, citato alcune volte all'interno della narrazione, e non sul composto chimico Ghiaccio-nove qualcosa vorrà dire. Ma andiamo con ordine.

La storia è raccontata a posteriori dal protagonista, che all'inizio in una palese citazione di "Moby Dick" dice di chiamarsi Jonah, o meglio John. Tutto cominciò, dice, quando decise di scrivere un libro, intitolato "Il giorno in cui il mondo finì", facendo riferimento al giorno in cui fu sganciata la bomba atomica su Hiroshima. Questo lo portò a contattare i familiari di uno dei padri di quella bomba, il dottor Felix Hoenikker, per chiedere loro come il padre, ormai defunto, avesse vissuto quella particolare giornata.
Ecco, fino a qui, quindi fino a pagina 10 circa, il riassunto racchiude già tutto il libro. Ebbene sì, perché "Ghiaccio-nove" è proprio la storia di come il mondo finì, o meglio di come l'umanità riuscì a inventare qualcosa di mostruosamente pericoloso e poi, con somma stupidità, ad autodistruggersi.
Parlare di questo libro è davvero difficile, perché ha così tanti livelli di lettura da lasciare veramente un po' spiazzati. Cercherò di mettere un po' di ordine in questa recensione e, attraverso di essa, nella mia mente.

Alla base sta appunto la storia di John, un nome a caso, il nome più banale, più comune della lingua inglese. Un nome che però, come Ismaele, ha forti connotazioni bibliche (il famoso Giona che visse nella balena). Se dobbiamo partire da lì, Giona era un portasfiga di livello divino, perché dio ce l'aveva con lui e lo voleva punire, mandandogli ogni calamità. Ecco, diciamo che il nostro John o forse Jonah le sue belle calamità se le porta proprio dietro.
Come dicevo contatta la famiglia Hoenikker, in particolare il più piccolo dei tre figli dello scienziato. Questi gli risponde pure e inizia così un avvicinamento che poi arriverà per vie traverse, ma fortemente manovrate dal fato, a fargli incontrare i colleghi più prossimi del dottor Hoenikker prima e l'intera famiglia (ovvero i tre figli) poi.
Quello che invece John non sa è che i tre portano con sé qualcosa di preziosissimo e allo stesso tempo letale, l'ultima invenzione del padre: il Ghiaccio-nove. Questo non è altro che un tipo di ghiaccio molto più resistente, che fonde alla temperatura di circa 45 gradi. La vera particolarità di questo ghiaccio, esistente soltanto in frammenti, è che a contatto con qualsiasi molecola d'acqua esso è in grado di trasformarla a sua volta in ghiaccio-nove. John quindi abbandonerà il proprio intento letterario per farsi trascinare, insieme a una sgangherata combriccola di personaggi, su un'isola sperduta dei Caraibi, dove risiedono personaggi misteriosi e straordinari.

Come si intuisce dal commentino fatto poco sopra, la storia finisce malino. Non proprio male, ecco, ma decisamente con l'amaro in bocca.
Naturalmente però l'autore ripete al lettore che questa storia è falsa, tutta falsa, dall'inizio alla fine. Una marea di scempiaggini. Come lo fa? Be', in ben tre modi.
Innanzitutto con le prime parole del libro, nella dedica:

"Niente è vero, in questo libro."

Il messaggio mi sembra cristallino. Nella stessa pagina inoltre riporta una citazione dal libro di Bokonon. Cos'è il bokononismo? Chi è Bokonon? Si tratta di una religione inventata, proprio spudoratamente inventata a tavolino, da un uomo normalissimo che, assunti i panni del santone per incanalare l'energia della povera gente in una religione consolatoria e piena d'amore per il prossimo, che facesse loro dimenticare il Paese disastrato in cui vivevano, prese appunto il nome di Bokonon e sparì dalla circolazione. Vonnegut con questa religione fa una critica alle religioni tutte, oppio dei popoli, anche se questo culto è diverso: Bokonon stesso rivela, nei suoi libri, che tutto ciò che è scritto sono foma, panzane. Eppure più il lettore apprende gli insegnamenti di Bokonon più li trova veri, profondi e significativi. Quindi una religione che si manifesta come falsa e invece si percepisce come verità? Sempre più complicato...
E c'è anche la culla del gatto, non dimentichiamocene. La culla del gatto che, ad un gatto nella cesta, non assomiglia proprio per niente. La culla, o cesta, del gatto diventa all'interno del romanzo una metafora per qualcosa che si dice, a cui si finge di credere, che si cerca di considerare reale anche se in verità è una menzogna, anche se non esiste.

"Lo vede il gatto? La vede la cesta?"

Questa domanda è ripetuta ancora e ancora, nei capitoli centrali del libro, e funge da commento alla religione, così come alla finzione di una felicità familiare inesistente. E non bisogna dimenticarlo, è il titolo del libro. Un libro che è un coacervo di panzane; eppure riserva tanta verità...

La storia finisce male, come dicevo, ma non malissimo. In fondo è consolatoria, perché è meglio della realtà. Nel libro ciò che scatena la fine del mondo è il famigerato ghiaccio-nove del titolo italiano. (Come un titolo può dare un peso diverso al contenuto di un romanzo... Non finirò mai di dirlo) Come mai ciò accade? Non lo rivelo, non voglio fare spoiler, ma posso dire che succede per amore: nella fattispecie i tre figli di Hoenikker, ognuno in possesso di un frammento di ghiaccio-nove, hanno ceduto questo tesoro dalle complicazioni mortali a tre persone diverse...per amore. Non è in fondo bellissimo, pensare che la fine del mondo sia causata dalla stupidità umana che, pur di sentirsi amata, sarebbe disposta a pagare qualsiasi prezzo?
Già, sarebbe bello pensare che sia così. Che sia l'amore quel motore che ci fa fare pazzie, anche sbagliare. Ciononostante la vita reale non è così. La storia ci ha insegnato qualcosa di diverso e Vonnegut ce ne parla fin dalla prima pagina del romanzo. Il protagonista voleva scrivere un libro sul giorno in cui il mondo finì, che lui aveva identificato come il giorno in cui gli USA sganciarono la prima bomba nucleare su Hiroshima.
Vonnegut ci riporta quindi alla Seconda Guerra Mondiale, che è un leitmotiv di molti suoi romanzi. Non riusciva proprio a tenerla fuori dai suoi scritti la propria esperienza autobiografica... La guerra, l'esperienza sconvolgente della morte l'aveva segnato così a fondo da riversarsi poi in molti dei suoi romanzi. Impossibile non citare qui quello che è forse considerato il suo capolavoro, "Mattatoio n. 5", libro che lessi alcuni anni fa appena prima di questo e che rimane, ad oggi, uno dei libri che più mi hanno emozionato, commosso e fatto male in tanti anni di letture. Se qualcuno non l'avesse ancora letto, affrettatevi, perché non sarete più gli stessi dopo.
Questa volta l'attenzione è puntata sulla bomba nucleare, che però non è stata affatto sganciata per amore. L'uomo si elimina per ragioni molto più squallide nella realtà. Si autodistrugge perché tutti, da Oriente a Occidente, vogliono vincere a Risiko. Quindi mi piace pensare che sia consolatoria la fine dell'umanità secondo Vonnegut, che parte da San Lorenzo, un'isola dimenticata da tutti, per la stupidità e l'incapacità di un gruppetto di idioti sfortunati.
Che la fine del mondo autocausata sia inevitabile, d'altronde, lo dice anche Bokonon nel Quattordicesimo libro:

"Che speranze può nutrire un uomo ragionevole per l'umanità su questa terra, tenendo conto dell'esperienza dell'ultimo milione di anni?
Nessuna."

Mi pare che questo commento trasudi amore da tutti i pori. A questo posso solo aggiungere che il libro pullula di citazioni che vorrei condividere, tra le quali una delle più belle celebrazioni funebri che io abbia mai letto.


"Dio creò il fango.
Dio si sentiva solo.
Così Dio disse a un po' di quel fango: 'Levati a sedere!
Guarda quante cose ho fatto,' disse Dio, 'le montagne, il mare, il cielo, le stelle.'
E io ero un po' di quel fango che si levò a sedere per guardarsi intorno.
Fortunato me, fortunato fango.
Io, fango, mi levai a sedere e vidi che bel lavoro aveva fatto Dio.
Ben fatto, Dio!
Nessun altro avrebbe potuto farlo all'infuori di Te, Dio! Certamente io non avrei potuto!
Mi sento molto insignificante in confronto a Te.
L'unico modo di sentirmi un tantino più importante sarebbe di pensare a tutto il fango che non si è neppure levato a sedere per guardarsi intorno. 
Io ho avuto così tanto, e la maggior parte del fango ha così poco.
Grazie per l'onore!
E ora il fango giace di nuovo e va a dormire.
Che bei ricordi per il fango!
Quanti altri tipi interessanti di fango seduto ho conosciuto!
Ho amato ogni cosa che ho visto!
Buona notte."

Non è meraviglioso? Io vorrei che la leggessero al mio funerale, se mai qualcuno se ne ricordasse. Assolutamente commovente.

Non dico che questo romanzo debba piacere a tutti. Lo stile di Kurt Vonnegut è molto particolare, frastagliato e a tratti sconclusionato, come lo sono sempre i suoi personaggi, folli maschere grottesche dell'umanità. Molti questo stile di scrittura, fatto di capitoli cortissimi e di salti narrativi continui, non lo digeriscono proprio e non posso farne una colpa a nessuno. Però io l'ho amato tanto. Non posso dire che questo libro sia perfetto solo perché so che Vonnegut può fare ancora di più, sconvolgere ancora di più l'esistenza di un lettore. Sfiora il gradino alto, ma si ferma al secondo posto.

Chiudo con un'ultima citazione, questa amara, che mi ha fatto tanto pensare a quanti vedo attorno a me, incattiviti da una vita che non ha dato loro ciò che si aspettavano e per cui hanno faticato.

"Guardati dall'uomo che lavora sodo per imparare qualcosa, e una volta che l'ha imparato, non diventa più saggio di prima. Egli nutre un risentimento omicida per la gente ignorante che non ha dovuto faticare per la propria ignoranza."

giovedì 12 ottobre 2017

67. Maria Bellonci - Rinascimento privato




Isabella d'Este in Gonzaga. Cosa ne sapete di questa potentissima, bellissima donna del Rinascimento, che ha tenuto testa a re e papi mentre intratteneva la propria corte a suon di artisti e intellettuali, tanto da diventare un punto di riferimento per l'intera penisola italiana? Se la risposta è "Assolutamente nulla" siete in buona compagnia. Temo infatti che questo valga per un sacco di altre persone in giro per l'Italia, frutto forse di una storia studiata male (o per niente) negli anni di mezzo (la seconda media e la terza superiore, sono veramente anni bui... altro che Medioevo!) o di un taglio didattico che ancora relega le storie di vita vissuta in uno sgabuzzino e le donne potenti della storia in solaio. Io per prima sono un'esponente di questa meravigliosa casta di ignoranti che del Rinascimento italiano pensano di sapere poco e invece non sanno una mazza di niente.

Anche per questo forse esistono, grazie al cielo, gli scrittori di romanzi storici e biografie romanzate: per riempire quei vuoti, quei buchi neri che con indulgenza chiamiamo lacune, con qualche nozione calata nel quotidiano, a cui leghiamo emozioni, avventure e sconvolgimenti personali.
Io non sono un'appassionata lettrice di romanzi storici, anzi possiamo dire che non ne leggo per nulla. Sarà una certa propensione al sopracciglio alzato sviluppata a causa della lettura di alcuni autori italiani contemporanei considerati maestri del genere, come Valerio Massimo Manfredi, che secondo me è al suo meglio quando scrive fanta-storia più di quando si finge serio. (Sarò strana io e tiratemi pomodori marci, ma secondo me la saga di Alexandros è agghiacciante.) Ma sarà anche che io e la storia non siamo mai andate troppo d'accordo e l'idea di ciucciarmi il resoconto di politica, guerre e menate affini non mi attrae. Conosco un sacco di colleghe che si abbuffano di questo genere di romanzi; io sopporto la storia solo se viene raccontata in modo leggero e semplice, chiaro, con collegamenti e qualche immagine o documento storico a fare da sottofondo. Quei bei documentari pure a tratti divertenti che fa di solito la BBC, per intenderci, o il buon Alberto Angela (ma sempre a piccole dosi). Tutto questo per dire che io non solo la lettrice ideale di "Rinascimento privato".

Ho scoperto dell'esistenza di Maria Bellonci quando questo suo romanzo è giunto in casa mia. E' una bella edizione a copertina rigida e pagine patinate, dal profumo delizioso e dal peso specifico del plutonio. Un mattoncino in tutti i sensi. E' finito sulla libreria, è bello da vedere e ha fatto presto amicizia con gli altri classici italiani del Novecento. Pensavo che lì sarebbe rimasto per sempre.
Questo libro non ha una gran fama. L'anno scorso una mia collega lo stava leggendo per la sua Reading Challenge con lo sguardo da condannato a morte e questo non mi ha dato buoni auspici. La mia compara di letture, proprietaria del libro in questione, desiderava segretamente leggerlo da anni ma non trovava la forza morale di iniziarlo per paura del peso specifico della lettura, e lei legge dai 6 ai 10 libri al mese. Anche questo non faceva prevedere meraviglie. Poi il gruppo di lettura l'ha scelto come libro per l'estate. E quindi quando tocca tocca.

Devo dire che sono contenta di essere stata costretta a leggerlo. Di mio non l'avrei mai fatto e posso dire che non è stata un'esperienza traumatica quanto mi sarei aspettata. Basta prenderlo con lo spirito giusto.
Maria Bellonci in questo libro ci racconta la vita di Isabella d'Este facendola parlare in prima persona, come un diario, o meglio una memoria: Isabella ormai anziana che si racconta, ripercorrendo le tappe più importanti della sua vita a partire dalla sua infanzia in quel di Ferrara, la sua vita da duchessa di Mantova, le gioie e i dolori che questo le ha riservato, i suoi figli, i viaggi e gli intrighi politici. Tutto però con un taglio più emotivo, più personale, intimo, meno attenzione per la scena politica vera e propria, per gli sconvolgimenti che cambiavano volto alla penisola italiana, e più per quegli avvenimenti che hanno in qualche modo segnato un punto di svolta nella sua vita. Secondo Maria Bellonci, ovviamente.

Maria Bellonci non è la prima cretina che passa. Ha dedicato la vita a studiare in archivi storici, in particolare la famiglia dei Gonzaga, di cui Isabella diventa un membro centrale sposando Francesco Gonzaga. "Rinascimento privato" è l'ultimo libro della Bellonci cronologicamente parlando che vede come protagonista questa famiglia e gli altri famosi esponenti del Rinascimento italiano. Il suo primo lavoro racconta la vita di Lucrezia Borgia, altra donna potentissima contemporanea di Isabella e sua acerrima nemica da molti punti di vista. Sarebbe interessante leggere anche quello per vedere come l'autrice sia riuscita a passare da una all'altra e come nel tempo il modo di rappresentare quel mondo sia cambiato.
C'è chi dice (ad esempio Antonella) che non abbia fatto un gran lavoro di ricostruzione del personaggio in questo libro. Io non posso giudicare, perché non ne so una mazzafionda di nulla, ma posso dire che a mio avviso è un buon romanzo. Buono, ma non ottimo.

La prima problematica è sicuramente lo stile narrativo. La Bellonci voleva probabilmente ricalcare un lessico arcaico, una parlata antica, per farci immedesimare meglio nel personaggio, per rendere il tutto più realistico. Io capisco il trucco e sono in grado di reggerlo per 551 pagine, ma il mondo non è come me. Capisco che per molti questo è un primo scoglio a tratti insormontabile.
Il secondo problema è che la buona Isabella (e quindi la Bellonci) fa riferimento che leggerezza e facilità a una lunga serie di personaggi ed eventi storici importantissimi. Com'è giusto. Si riferisce a fratelli, cognate e teste coronate d'Europa chiamandoli per nome, dimenticandosi a volte il titolo. Com'è naturale. Dà per scontato che si sappia l'esito di una determinata guerra o le conseguenze di un certo trattato. Com'è assolutamente credibile. Il problema è che io questo cose non le so. Dopo una decina di pagine stavo già schiumando. Perché io sono quel tipo di lettore psicopatico che, se l'autore fa dei riferimenti storici/biografici e io non so di cosa sta parlando vado a cercare su internet, su un'enciclopedia, vado a leggermi tutto ciò che bisognerebbe sapere in merito e poi torno al libro, rinfrancata. Questo approccio, sicuramente patologico, è impossibile con la signora Bellonci. Mi sono dunque trovata ad un bivio: o mollo la lettura o me ne sbatto dei riferimenti storici e leggo senza cercare nulla. Ha vinto questa linea di pensiero e devo dire che, per magia, il libro ha iniziato a volare.
L'ultimo appunto che devo fare alla Bellonci è di aver utilizzato un espediente per giustificare questo tuffo nel passato da parte di Isabella (e darci uno sguardo esterno sulle vicende, anche se non veramente oggettivo) che per me non ha funzionato per nulla. L'autrice immagina che nel corso della sua vita Isabella abbia conosciuto un personaggio inventato, un prete, che poi ha continuato a scriverle per tutta la sua vita, alternando lodi sperticate alla sua bellezza (ricordiamo che Isabella d'Este è stata un po' il sex symbol di Italia in quel periodo) a consigli, brevi riassunti di eventi politici in giro per l'Europa e commenti sul suo magnifico operato.

Sex symbol italico, annata Quattrocento

Per me questa presenza costante nella vita di Isabella è stata soltanto un disturbo, l'equivalente della zanzara nell'orecchio mentre dormi. Sì, per carità, ha aiutato a porre nella giusta sincronia vari eventi storici, ma per la maggior parte del tempo non fa altro che gonfiare l'ego di Isabella con elogi folli, come se questa ne avesse bisogno. Una donna così timida e insicura. Tsk.

Invece ciò che ho apprezzato è la carrellata di Rinascimento che questo romanzo porta con sé. Mi ha aiutato tantissimo a collocare personaggi storici, artisti, intellettuali e la costruzione e creazione di monumenti, palazzi e opere d'arte. Un po' forse Maria Bellonci voleva fare la sborona, mostrandoci quanti nomi celebri riusciva a inserire, ma per me è stato bellissimo, quasi una rivelazione. La struttura della scuola, la divisione netta tra materie, la non sincronicità dei programmi spesso impedisce questa ricostruzione del periodo storico; con questo romanzo sono riuscita a rimettere insieme i pezzi ed è stato bellissimo. Inoltre ho scoperto cose bellissime su Pico della Mirandola che Wikipedia non dice ma la sua tomba sì. Andate e documentatevi, o LGBT+.
Scherzi a parte, credo che sia questo il maggior pregio del libro: sottolineare la centralità di una figura femminile in un periodo in cui le donne, per lo più, erano fattrici e merce di scambio, relegabili in caso contrario al convento, mentre ci insegna che attorno a queste corti c'era un mondo di arte, letteratura e politica, profondamente compenetrato.

Per quanto riguarda poi il mio giudizio personale sul personaggio così conosciuto, attraverso le pagine di "Rinascimento privato", posso ammettere candidamente che io Isabella l'ho odiata e l'avrei affogata in un pozzo al primo capitolo. L'ho trovata una donna egocentrica, ipocrita e volubile, anche se dotata di grande coraggio e di una caparbietà notevoli che le hanno permesso di tenere testa a imperatori e papi. Sarà stata una brava politicante, ma appare come una madre orribile, innamorata del primogenito maschio Federico, un cretino imbarazzante che grazie a dio ho scoperto essere morto soltanto un paio d'anni dopo la madre, e assolutamente fredda e a tratti sprezzante nei confronti degli altri, in particolare della figlia più grande, Eleonora, ma anche della sorella Beatrice. Un filo maschilista, la donna più potente d'Italia. A volte ho sentito anche poco credibili certi eccessi nella personalità di Isabella; posso solo dire che se fossi vissuta a quei tempi l'avrei trovata una donna di una freddezza e di una boriosità intollerabili e non mi sarei stupita nel vedere tanti uomini pendere dalle sue gonne (si sa che avvenenza fisica e modi da madre chioccia ai maschi italici piacciono, checché ne dicano) mentre non riusciva a tenersi un'amica cara di sesso femminile. Persino la sua carissima Elisabetta, quasi una sorella a suo dire, non sembra poi esserle così tanto affezionata...
Bisogna d'altronde ricordare che siamo nel primo Rinascimento e il concetto di rapporto uomo-donna, così come i rapporti umani in genere, era molto diverso da quello a cui siamo abituati oggi. Questo per spezzare una lancia in difesa della ricostruzione della Bellonci, che di certo non voleva né sminuire né rendere antipatica la povera Isabella. Per primeggiare in quel mondo non credo abbia avuto alternative. Ciononostante è stato divertente leggere, alla fine del libro, il commento caustico di Pietro Aretino, che la definì nei suoi ultimi anni di vita una donna "vecchia con i denti falsi e il viso imbellettato". A sentire la bella Isabella raccontare pensavo fosse un vampiro e dimostrasse massimo 40 anni, invece era una vecchiaccia pure lei.

Isabella d'Este modello vecchiaccia

Nel complesso posso dire che il romanzo mi ha a tratti appassionato e a tratti annoiato, ma che sul finale avrei voluto saperne di più della famiglia Gonzaga, tanto che sono andata a leggermi che fine ha fatto ciascun personaggio. Non è il mio genere di romanzo e non lo sarà mai, ma è stata una lettura interessante e sono contenta di averla portata a termine. Ho accarezzato anche l'idea di provare un altro libro dell'autrice, "Tu vipera gentile", di cui si parla tanto nell'introduzione a "Rinascimento privato" e che ho scoperto di possedere tra i libri ereditati insieme alla casa dei nonni. Purtroppo avevo troppi libri in attesa per dar seguito a questa pulsione insana e mi sa che "Tu vipera gentile" rimarrà sul suo scaffale a prendere polvere per molto, molto tempo...
Consigliato? Non saprei. Dipende dalla passione per la storia e le ricostruzioni storiche in genere, oltre a un buon livello lessicale. Però ha vinto il premio Strega nel 1986. Diamole una chance.

Ma soprattutto... Com'è che non ci siamo estinti per la sifilide?!? Domanda che rimarrà, ahimé, insoluta...