lunedì 17 luglio 2017

59. Antonia Arslan - La Masseria delle Allodole

Più riguardo a La masseria delle allodoleDopo un turco che racconta l'Italia, ho pensato di leggere il libro di una donna italiana che squarcia un velo sulle atrocità avvenute in Turchia durante la Prima Guerra Mondiale. "La Masseria delle Allodole" è un romanzo autobiografico di Antonia Arslan pubblicato nel 2004, che racconta il genocidio degli Armeni del 1915. Possiamo definire questo romanzo autobiografico nonostante la scrittrice non fosse nemmeno nata all'epoca, perché questa è la storia della famiglia Arslanian, delle sue origini, di suo nonno Yerwant che si salvò soltanto perché tanti anni prima aveva trovato una nuova casa in Italia, a Padova.

Quello del genocidio armeno è un tema molto discusso, poiché nonostante le testimonianze (poche, è vero, perché quando i sopravvissuti sono pochi è difficile trovare racconti di prima mano, e il regime ha agito con accuratezza nel tappare la bocca a coloro che mostrarono compassione per il popolo armeno all'indomani della guerra) e l'esistenza persino di fotografie rubate da coraggiosi giornalisti europei, il negazionismo è forte a livello storico e politico. La Turchia ha addirittura legiferato in tal senso e ad oggi è illegale utilizzare il termino "genocidio" in riferimento agli Armeni. Alcuni storici cavillano sulla definizione di genocidio e sulle intenzioni più o meno manifeste del governo turco dell'epoca. Tutto molto bello e sono certa di grande valore filologico, ma la realtà rimane la stessa: nel 1915, nel giro di pochi mesi, la popolazione armena residente in Turchia fu brutalmente attaccata. I maschi adulti furono eliminati subito, mentre le donne e i bambini furono costretti a mettersi in viaggio verso i confini dell'Impero Ottomano, soprattutto verso sud, dove si trova la Siria. Coloro che sopravvissero alla fatica e alle malattie, alle violenze e alle esecuzioni sommarie, alla fame e alla sete del viaggio attraverso il deserto, furono infine giustiziati e i loro corpi abbandonati. E' la storia di uno sterminio vero e proprio, che ha portato alla morte di migliaia, forse milioni di uomini, donne e bambini.
Non è chiaro il motivo per cui l'impero turco, nel bel mezzo di una guerra mondiale, si sia messo a massacrare parte della popolazione; ci sono molte teorie in merito, opinioni discordanti. Sicuramente gli Armeni erano cristiani in un territorio a maggioranza turca e quindi musulmana, che da qualche tempo covava il sogno di un grande stato nazionalista di cui gli Armeni non potevano essere parte integrante. Sicuramente la Turchia temeva rivoluzioni interne appoggiate dalla Russia, all'epoca avversaria in guerra, e gli Armeni avrebbero potuto essere la miccia di una guerra civile. Sicuramente tra gli Armeni c'erano famiglie ricche e rispettate, i cui beni furono incamerati dallo stato e ridistribuiti tra i cittadini turchi e curdi, con grande guadagno del governo. Sicuramente gli Armeni erano un bersaglio già noto all'Impero Ottomano, visti i precedenti dei massacri hamidiani, ma non l'unica spina nel fianco, visto che dopo di loro fu il turno di Assiri e Greci. Tutto questo e molto altro è stato negli anni valutato e documentato e si possono trovare molti articoli istruttivi sul web, ad esempio questo.
Forse chi si avvicina a questo romanzo ha l'idea di farsi una cultura proprio su questa tragedia storica e si aspetta di trovare dissertazioni sulle motivazioni storiche e le ricadute culturali e sociali dell'accaduto. Per questo credo che alcuni rimangano delusi, perché ad Antonia Arslan tutto questo interessa davvero poco. Ciò che conta, per l'autrice, è ricostruire la storia della propria famiglia così com'è, senza aggiungere lazzi e approfondimenti, senza renderla l'esperienza universale di un popolo, ma anzi focalizzando la narrazione solo ed esclusivamente su di loro, gli Arslanian.

Farò riferimento a qualche critica letta in giro per il web volta a questo libro.
C'è chi ha trovato lo stile dell'autrice povero, asettico, pieno di pecche stilistiche. A me lo stile narrativo di questo romanzo invece è piaciuto molto, l'ho trovato particolare ed evocativo nel suo essere asciutto, stringato. D'altronde non penso che una scrittura ampollosa o frizzante sarebbe stata adatta a raccontare una storia come questa. Mi spiace per coloro che hanno trovato questo libro noioso e pesante; per me l'esperienza è stata diametralmente opposta.
Un'altra critica rivolta all'autrice è la mancanza di suspense. La Arslan ha, come tratto caratteristico del suo narrare, l'abitudine ad anticipare ciò che accadrà, accennando con mezze parole alla fine di ciascun personaggio della storia. Per me questo è stato uno dei motori del romanzo: sapevo che sarebbe finito male (in verità, non tanto male, ma il lieto fine è un'altra cosa...), sapevo di dovermi aspettare morte e devastazione da un momento all'altro, l'autrice me l'aveva anticipato...ma ad ogni pagina che passava senza che la tragedia si compiesse la mia ansia cresceva. Leggevo con l'angoscia di sapere come e perché si sarebbe arrivati al peggio, ma con quel timore con cui si guarda un horror che fa paura, coprendosi il viso nelle scene più macabre. Ancora una volta potrei sbagliarmi, ma dubito che la scrittrice volesse creare un thriller o una storia di avventura carica di dramma e mistero. La verità, la vita, è quella che è e non ha bisogno di essere trasformata in un pappone adrenalinico.
E' importante, secondo me, che il lettore si disponga a leggere questo libro con in mente ben chiaro l'intento dell'autrice. Non credo che Primo Levi abbia scritto "Se questo è un uomo" con l'intento di intrattenere... Lo stesso vale per "La Masseria delle Allodole".

La storia inizia in un paesino non meglio definito della Turchia, nell'agosto del 1914. La famiglia Arslanian è una famiglia agiata e florida di Armeni, che si stringono attorno al patriarca Hamparzum, vecchio e ormai morente. Dopo la sua dipartita sarà Sempad, suo figlio, a prendere le redini della famiglia. Non è il primogenito, ma suo fratello maggiore Yerwant vive in Italia da quando aveva 13 anni: è un medico affermato, ha sposato un'italiana con cui ha creato una famiglia numerosa e non ha nessun motivo per tornare in patria. Attorno a Sempad si stringe la cerchia delle donne: la matrigna ormai anziana, le sorelle minori Azniv e Veron, la bella moglie Shushanig e i tanti figli. Vivono in pace con tutti, lavorando onestamente, e l'orgoglio di famiglia è una casa di campagna che Sempad non vede l'ora di rimettere in sesto, come una vera residenza moderna e occidentale: la Masseria delle Allodole.
Da quei giorni di fine estate inizia il conto alla rovescia che porterà alla distruzione della famiglia e alla morte della maggior parte dei suoi membri. Antonia Arslan segue le vicende di ciascuno dei personaggi senza mai approfondire troppo, scivolando costantemente dall'uno all'altro, cercando di donare così una visione d'insieme chiara ma mai troppo personalizzata. E' il calore della cerchia familiare e il dolore della separazione, che l'autrice vuole farci sentire, la perdita della casa e dell'amore, delle proprie radici. Potrebbe insistere su un solo personaggio, la bella Azniv ad esempio, giovane donna armena volitiva e indipendente, che non sa se la sua infatuazione per un soldato turco è vero amore. Tuttavia non lo fa, perché il fine ultimo non è l'empatia con una sola figura, ma con l'intero gruppo.
Nel corso del romanzo molti moriranno di morti orribili e violente. Non è un libro facile, da leggere per passare il tempo. E' un libro che scava, che lascia un segno e porta a riflettere. Però c'è speranza.
La speranza dei bambini che riusciranno ad arrivare in Italia e a sopravvivere. La speranza dell'aiuto inaspettato che viene dall'esterno, dai turchi che non riescono a nascondere la testa sotto la sabbia o che si pentono di averlo fatto, dai greci che sanno di avere i giorni contati, o semplicemente da chi ama i soldi più del sangue. E' un romanzo duro ma non disperato. In fondo Antonia è esistita e ha avuto la voce per raccontare il passato; di questa infusione di ottimismo per il futuro ne sentiamo tutti il bisogno.

Esiste un film tratto da questo libro, di produzione italiana, con lo stesso titolo. L'ho guardato appena finito il romanzo e, ahimè, non mi ha soddisfatto per nulla. E' difficile rendere sullo schermo una storia così dolorosa e il taglio cinematografico ne edulcora sempre qualche aspetto, rendendola meno incisiva, meno struggente. Mi dicono che tutta quella violenza non avrebbe funzionato in un film, che si trova soltanto in produzioni splatter horror. Peccato che la realtà in questo caso fosse proprio horror.
Esiste anche un seguito, intitolato "La strada di Smirne", che segue i protagonisti sopravvissuti durante la conclusione del lungo viaggio per la salvezza e racconta poi le stragi dell'incendio di Smirne del 1922, ad opera di Mustafa Kemal Atatürk. Non ce l'ho, non l'ho letto e non ne ho sentito parlare altrettanto bene, quindi non credo lo leggerò, ma sarò ben felice di sentirne qualche recensione.

Quando ho messo Italia e Turchia come Paesi di origine di questo romanzo mi sono sentita un po' in colpa. Per un po' mi sono chiesta se non avrei fatto meglio ad inserire Armenia al posto di Turchia. L'Armenia però qui non c'entra niente, perché gli efferati massacri di cui ci parla "La Masseria delle Allodole" sono avvenuti in territorio turco e fanno parte della storia di quel Paese, che a loro piaccia oppure no.
Questo romanzo andrebbe letto, non per le incredibili doti letterarie di Antonia Arslan né per passare qualche ora emozionante, ma perché la storia si ripete ancora e ancora, l'oggi è figlio di quel passato prossimo e certi avvenimenti non possono e non devono essere negati. Il genocidio armeno, la morte di più di un milione di persone, non va dimenticato, ma trasmesso, insegnato ai nostri figli, ricordato sui banchi di scuola tra le grandi tragedie del XX secolo. Leggiamo libri come questo, ogni tanto. Rimaniamo umani.

mercoledì 12 luglio 2017

58. Sei la mia vita - Ferzan Özpetek


E' solo quando riesci a mettere radici in un luogo che puoi davvero andare lontano. Perché sapere da dove vieni ti aiuta a tenere a mente chi sei, ovunque ti trovi.

Come definire questo libro? Un'autobiografia romanzata? Un romanzo con forti componenti di vita reale? E poi, possiamo davvero definire questo lungo monologo, questa narrazione in prima persona dedicata alle orecchie senza nome dell'amore dell'autore, un romanzo?

Ho comprato questo libro in seguito ad una recensione positiva trovata su Facebook. Sì, probabilmente non la fonte più affidabile del mondo, ma quale recensione lo è, dal momento che ognuno di noi ha gusti e necessità diverse? In verità quella recensione non ha fatto altro che accendere la mia curiosità: non avevo mai sentito parlare di questo libro e mi ha subito spinto a fare qualche indagine. Conoscevo Özpetek come regista, naturalmente, e sapevo che aveva pubblicato un primo libro, "Rosso Istanbul", da cui aveva poi tratto un film. Questo me l'ero perso.

Le prime righe della presentazione mi hanno convinto. Özpetek è abbastanza famoso anche per le proprie tematiche LGBT, che ha avuto il coraggio di esporre sul grande schermo italiano quando ancora l'Italia non sapeva nemmeno cosa fosse un Gay Pride, quasi. Questo libro, "Sei la mia vita", si riallaccia a queste tematiche. Niente di spinto né di erotico in senso stretto, anzi; l'autore è estremamente delicato nell'affrontare il tema dell'amore omosessuale e non, ma il protagonista ama un uomo, e questo è un dato di fatto. Uomo avvisato, mezzo salvato: chi non gradisce eviti di leggerlo, prego!

Come dicevo, non si può dire che questo libro sia un romanzo, perché tre quarti delle cose raccontate vengono dirette dirette dalla vita del regista, trasformandolo praticamente in un'autobiografia. E il quarto che avanza? Ecco, è quello che mi ha spiazzato. Perché in mezzo a tutta questa vita vissuta Özpetek ci ha infilato qualcosa che invece non c'entra niente, che è totalmente inventato e che conduce al finale del libro. Quindi come andrebbe considerato?
Questo libro mi ha destabilizzato davvero. Ho avuto un momento di crisi iniziale, quando mi sono resa conto che non stavo leggendo un romanzo, ma la vita dell'autore stesso. Ho dovuto reimpostare le mie antennine letterarie, perché leggere una storia vera, intima, non è come sognare o immergersi nell'inventato, nel frutto di una fantasia. E' più delicata, la realtà, ha diritto a un maggior rispetto e fa anche più male. Mi sono dunque avventurata nella vita del regista con occhi nuovi e ciò che ho visto mi è piaciuto, mi ha divertito, mi ha emozionato...finché non ho capito che il personaggio dell'uomo amato era inventato. Questo mi ha fatto un po' crollare il trasporto e la voglia di continuare a leggere.

Torniamo un attimo indietro, però, alla storia. Si comincia in medias res, con il protagonista e narratore, un regista di successo di origini turche ma ormai residente in modo stabile in Italia, alla guida di un'auto diretta chissà dove, tra le montagne. Al suo fianco il compagno amato, colui a cui è dedicato tutto il libro. E' per lui che il regista, mentre guida, racconta la storia della propria vita in Italia, per dirgli attraverso lunghe catene di ricordi più o meno legati alla loro storia d'amore "Tu sei la mia vita".
La scusa è un po' farlocca, si vede subito. Özpetek voleva narrarci a modo suo gli anni '70 e '80 a Roma, la comunità omosessuale dell'epoca, le esperienze e i cambiamenti, le piccole tragedie personali e le grandi soddisfazioni. Aveva bisogno di una scusa per farlo e sceglie questa modalità monologo/lettera aperta che a tratti è un po' pesante e forzata, ma lo stile agile dell'autore (dubito che il libro sia tutta farina del sacco di Özpetek, mi pare scriva troppo bene in italiano...) aiuta a dimenticare la cornice e a godere delle singole scene, come degli episodi di una fiction ambientata in via Ostiense a Roma.

Io non so molto di Özpetek e della sua vita, non mi sono mai interessata ai suoi gusti, alle sue fonti di ispirazione. Ciononostante chiunque legga questo libro non potrà più avere alcun dubbio: Özpetek scrive e racconta sempre e solo se stesso. Cambia i nomi, qualche situazione, rimescola gli avvenimenti, ma quella che ricrea con i suoi film è la storia della sua vita. Leggere la prima parte di "Sei la mia vita" è immergersi ne "Le fate ignoranti": si riconosce il condominio, il gasometro che contraddistingue il quartiere, la terrazza su cui pranzare la domenica e l'appartamento col soppalco. Ma sono tante le storie che l'autore ripercorre tra le pagine di questo libro e moltissime sono conosciute, familiari, perché Özpetek le ha già raccontate sullo schermo. Una delle critiche ricorrenti che ho visto fare a questo libro è proprio la banalità, l'effetto di trito e ritrito, la sensazione che Özpetek non abbia nulla di nuovo da dire e continui a mungere la stessa vacca. Non dico che non sia vero, ma a me ha fatto piacere riconoscere i posti e i personaggi che ho conosciuto sul piccolo e grande schermo nella narrazione, questa volta nella loro vera dimensione, cioè di persone e luoghi reali (?). Piuttosto si potrebbe dire che è banale nei film, visto che pesca a piene mani dal proprio vissuto, ma in un libro semi-autobiografico quella è semplicemente la verità...

E così torniamo al punto dolente: la storia d'amore con finale a sorpresa (che poi tanto a sorpresa non è...). Il libro, come dicevo, ha dal mio punto di vista un valore, perlomeno affettivo, se racconta l'esperienza vera di Özpetek. Tuttavia sappiamo per certo che la storia tra il protagonista e il partner non ha nulla a che fare con la realtà. Özpetek si è sposato l'anno scorso, dopo anni di convivenza col compagno Simone. Il finale del libro non si può raccontare, lo so, ma posso dire che non è un matrimonio segreto. Quindi come si dovrebbe interpretare questa intromissione fantastica? Che significato ha la successione di eventi che portano a quel finale? Perché con tutta la buona volontà non riesco a capire. Mi sembra piuttosto che Özpetek abbia scomodato un tema anche doloroso e faticoso per dare un'altra passata di smalto ad una storia che già aveva la consistenza di una caramellina di zucchero. Peraltro il modo in cui tratta il tema in questione è di una superficialità agghiacciante e rischia di smuovere nel lettore sensi di colpa e stuzzicare ferite ancora aperte, quando non se ne sente proprio la necessità.

Alla fine devo dire che il libro mi è abbastanza piaciuto: ben scritto, scorrevole, con uno stile elegante nella sua semplicità ed evocativo nelle descrizioni. Troppo dolce in alcuni passaggi, stucchevole, tanto che ho dovuto inframmezzarci un po' di letture gotiche per smorzare gli zuccheri, ma godibile. Tuttavia rimane il grande ma sul finale. Un libro che non rileggerò e che non mi sento di consigliare, a meno che non si amino le storie smielate.

domenica 9 luglio 2017

57. Morbose fantasie - Jun'ichirō Tanizaki

Più riguardo a Morbose fantasieJun'ichirō Tanizaki è un maestro della scrittura giapponese. Nato nel 1886, sorprende per la modernità delle tematiche, o meglio per la natura scioccante dei suoi scritti. Tanizaki si addentrò con il proprio lavoro nei desideri oscuri dell'uomo, nelle fantasie inconfessabili, nel torbido della libido, concentrandosi soprattutto sul tema del rapporto uomo-donna. Il concetto di amore in Tanizaki è masochistico: l'uomo è sempre in balia di una donna bellissima e crudele, una dea malvagia che può fare di lui ciò che vuole, anche togliergli la vita.
Il romanzo breve "Morbose fantasie", opera giovanile pubblicata a puntate in Giappone nel 1918, non si discosta in questo dal resto della produzione dello scrittore.

I protagonisti sono fondamentalmente due: Takahashi, uno scrittore, persona rispettabile e pragmatica ma pronto a spendersi per gli amici o chi ritiene sia in pericolo, e Sonomura, suo ricco amico dalla passione morbosa per il macabro e considerato da Takahashi sull'orlo della pazzia.
A questi si aggiunge una donna misteriosa, bella seppur imperfetta, perché carismatica, passionale e soprattutto crudele e perversa: Eiko. Ma la bella Eiko apparirà in un secondo momento...

La storia si apre con una telefonata: Sonomura chiama l'amico per chiedergli di andare con lui ad assistere a un omicidio. Inizio inquietante e misterioso, da vero thriller, con tanto di momento investigativo: Tanizaki, che era un grande fan di Edgar Allan Poe, si ispira ad alcuni dei suoi racconti, in particolare alle sue detective stories e a "Lo scarabeo d'oro", citato apertamente da Sonomura nel romanzo. E' proprio durante questa strana ricerca che i due vedono per la prima volta Eiko e ne rimangono folgorati. Inevitabilmente il loro incontro finirà per cambiare la vita di entrambi, in particolare quella di Sonomura.
Proprio Sonomura è, a mio parere, il protagonista della storia, sebbene non ne sia il narratore. Ci viene presentato come un uomo annoiato dalla vita, alla continua ricerca di nuovi stimoli, nuove passioni, e per questo disposto a fare qualsiasi cosa, anche mettere a repentaglio la propria vita. Sonomura incarna secondo me il nucleo morboso dell'opera. Il suo desiderio di evasione e di cambiamento lo rende una persona instabile, un uomo disperato che cerca qualcosa di estremo pur di sentirsi vivo. Per un uomo così, anche la vita perde di senso e diventa un bene come un altro, a cui si può persino rinunciare.

Come dicevo, l'inizio è quasi quello di un giallo ed è a mio avviso molto appassionante. Tanizaki ha uno stile fluido e semplice, eppure ricco di particolari. Se avessimo una mappa di Tokyo di inizio secolo si potrebbero seguire gli spostamenti dei protagonisti passo passo, per quanto il tragitto è dettagliato. Le atmosfere sono innegabilmente giapponesi ma molto moderne; insomma, se non fosse per i progressi tecnologici ci si accorgerebbe a malapena di visitare un Paese vecchio di un secolo.
Tuttavia verso la fine il tono del romanzo cambia e il finale giunge inaspettato, spiazzante e, per me, un po' deludente. Forse è stato il crollo della tensione accumulata, che mi ha annebbiato la mente nel momento in cui i protagonisti fornivano tutte le spiegazioni del caso...

Tanizaki è famoso, come già accennato, per la sua esplorazione delle fantasie sessuali e delle relazioni più morbose. La fantasia centrale, in questa storia, è quella dell'omicidio. Tuttavia si potrebbe dire che ci troviamo di fronte a una serie di scatole cinesi, perché se a prima vista l'incarnazione di tale fantasia malata è Eiko, presto ci si rende conto che Sonomura lo è altrettanto, nel suo smodato desiderio di presenziarvi prima e di esserne protagonista poi. E che dire del narratore, che a sua volta cede alla tentazione di assistere non a uno, bensì a due omicidi, il secondo dei quali con l'amico Sonomura come vittima?
Questo gioco di specchi, questa fantasia nella fantasia, è un po' il trend del romanzo. Anche il tema della follia ha lo stesso sviluppo contorto. Sonomura viene presentato come pazzo, ma presto ci rendiamo conto che la sua lucidità mentale è impressionante, direi superiore a quella di Takahashi, e quelle che si credevano sue illusioni si rivelano fondate. Tuttavia il suo comportamento torna ad essere folle, in un susseguirsi di scelte scellerate che rivelano la verità soltanto alla fine.
Anche il personaggio di Eiko, la trasformista, colei che ammalia, seduce e tradisce, si rivela una sovrapposizione confusa di strati, tra verità supposte, inganni e depistaggi. Femme fatale, personaggio che mai può mancare nelle storie di Tanizaki, ha in questo libro un carattere particolare, più imperniato sulla maschera che porta che sulla sua vera natura di dominatrice.

Arrivati dunque in fondo, posso dire che questo romanzo mi sia piaciuto? Sicuramente è godibile e accattivante; la prima parte scorre e cattura il lettore e la storia è tutt'altro che banale, anzi riserva alcuni colpi di scena. Ciò che non mi ha convinto del tutto è stato il finale, che continua a parermi un po' sottotono rispetto al resto del libro. Insomma, una lettura gradevole che mi ha introdotto ad un autore talentuoso che vorrei conoscere meglio e che approfondirò; ciononostante questo non si può definire un suo capolavoro. Perfetto per una lettura veloce (soltanto 82 pagine!), da divorare tutto in un weekend.

giovedì 22 giugno 2017

56. Agostino - Alberto Moravia

Più riguardo a AgostinoQuesto romanzo è il primo che leggo di Moravia. Conosco quest'autore per fama, ma non avevo mai avvicinato uno dei suoi scritti. "Agostino" mi ha attirato, un po' mi vergogno a dirlo, per la sua brevità prima di tutto. Inoltre la tematica, cioè il passaggio del protagonista dall'infanzia all'adolescenza, mi ha sempre affascinato. Quindi ho deciso che fosse giunta l'ora e l'ho letto tutto d'un fiato.

Non si può davvero definire "Agostino" un romanzo, quanto un racconto lungo (126 pagine), diviso in quattro parti. Il titolo altro non è che il nome del protagonista, un ragazzo di tredici anni di famiglia agiata in vacanza con la madre al mare. Orfano di padre, la madre rappresenta tutto il suo mondo familiare, la sua sicurezza e l'amore incondizionato e puro. Questo finché non arriva una figura maschile ad interporsi tra lei ed Agostino, un giovane per cui la madre cambia atteggiamento e si rivela donna.

"Agostino" è una storia di iniziazioni, di scoperte del mondo e di passaggio dall'innocente ignoranza fanciullesca alla dolorosa e tormentata consapevolezza adolescenziale.
La prima iniziazione è quella sessuale. Agostino, grazie ad un gruppetto di ragazzi del paese, scopre l'amore fisico, carnale, e si rende conto che sua madre è, ahimè, una donna, e pure desiderabile. La tematica edipica è fortissima e trattata magistralmente. Nel momento in cui Agostino scopre il significato dei gesti, degli atteggiamenti e più in generale dei rapporti tra uomo e donna (e di conseguenza della madre col bellimbusto, non a caso entrambi senza nome) si accende dentro di lui qualcosa di mai provato prima, di sconosciuto ed inesplorato. Giunto completamente innocente fino a 13 anni, per Agostino è il momento di fare i conti con le proprie pulsioni sessuali, e ancora prima con le proprie fantasie erotiche. Sì, perché di fisico c'è davvero poco in questo romanzo, mentre molto è pensato, fantasticato, immaginato, come il vedo-non vedo delle vestaglie indossate dalle donne nella storia.
Non concordo con l'introduzione al romanzo, che vede Agostino andare "pericolosamente vicino al desiderio edipico": Agostino nel desiderio edipico ci sguazza fino al collo, ed è proprio questo il suo tormento e la fonte del suo malessere. Una volta presa consapevolezza del fatto che la madre è una donna e come tale desiderabile e desiderosa di contatto sessuale a sua volta, Agostino lavora con tutte le sue forze per cercare di mettere tra loro una barriera, una distanza che gli restituisca la serenità.

Gli pareva che il giorno in cui non avesse visto in sua madre che la bella persona che ci scorgevano il Saro e i ragazzi, ogni infelicità sarebbe scomparsa; e si accaniva a ricercare le occasioni che lo confermassero in questa convinzione. Ma con il solo risultato di sostituire la crudeltà all'antica riverenza e la sensualità all'affetto.
La madre, come in passato, non si nascondeva in casa dai suoi occhi di cui non avvertiva lo sguardo cambiato; e maternamente impudica, pareva ad Agostino che quasi lo provocasse e lo ricercasse. [...] Si ripeteva "Non è che una donna," con un'indifferenza obbiettiva di conoscitore; ma un momento dopo, non sopportando più l'inconsapevolezza materna e la propria attenzione, avrebbe voluto gridarle: "Copriti, lasciami, non farti più vedere, non sono più quello di un tempo."

Agostino cerca per tutto il romanzo, invano, di esorcizzare questa nuova sessualità. Alla fine dovrà accettare che non è giunto ancora il momento, per lui, di viverla attivamente, ma dovrà sopportare il peso di queste fantasie per il resto della sua adolescenza.

Gli artefici del cambiamento in Agostino sono una banda di ragazzotti di Viareggio, dove lui sta trascorrendo le vacanze. Il gruppo è quanto di più dissimile da ciò che lui è e dal mondo in cui normalmente vive, in cui è cresciuto e di cui fa parte. Sono villani nel senso più letterale, paesani rozzi e violenti. Sono ragazzi delle classi sociali più basse. Agostino non aveva mai trascorso del tempo con ragazzi come questi, prima, e vive una costante contrapposizione di sentimenti: li disprezza, li trova sporchi, rudi e volgari, inferiori, eppure desidera stare con loro, diventare uno di loro, partecipare ai loro giochi, ai loro divertimenti. L'imbruttimento di Agostino, la maschera che sceglie di indossare nella speranza di essere accettato, cosa che non avverrà mai, è la seconda iniziazione all'interno del libro. In quanto bambino non aveva mai pensato che altri fanciulli della sua età potessero essere diversi. Non aveva mai preso in considerazione la vita di chi non era fortunato come lui, perché non sapeva nemmeno esistesse un'altra vita. Non è un'esistenza che gli piace davvero, perché spesso la sua tentazione profonda è di allontanarsi anche dai pari, ma essi sono qualcosa di diverso e lo straniamento che prova in loro compagnia lo distrae un po' dal disagio che vive in casa.
Moravia descrive questi ragazzi con un occhio critico che rivela un certo disgusto, un senso dell'inferiorità di questa masnada di adolescenti.

Erano, contro lo sfondo delle canne verdi in parte bruni e in parte bianchi, di una bianchezza squallida e villosa, dall'inguine fino ala pancia; e questa bianchezza rivelava nei loro corpi quel non so che di storto, di sgraziato e di eccessivamente muscoloso che è proprio della gente che fatica manualmente.

Leggendo descrizioni come queste ho pensato a Pasolini e a "Ragazzi di vita" che lessi un paio d'anni fa. Là gli stessi ragazzi venivano descritti con simpatia e un velo di desiderio, qui Moravia li presenta come fisicamente menomati dalla propria condizione sociale, quasi che il ceto si trasmettesse per via genetica.

Infine c'è una terza iniziazione brutale per Agostino: la presa di consapevolezza del male. Fino a quel momento Agostino era stato chiuso nella sua bolla di cristallo, protetto dalle brutture, dalla scorrettezza, da chi avrebbe anche voluto fargli del male. Invece scappando dal grembo materno trova una compagnia di ragazzi che rubano, che mentono sfacciatamente, che si picchiano e sono pronti a umiliarlo senza un vero perché, se non per divertirsi. Scopre la deformità fisica, il mondo della prostituzione, la trasgressione del fumo e dell'alcool e subisce le attenzioni di un pederasta. Agostino è sconvolto da tutte queste brutture, soprattutto dall'ultimo evento, che lo imbarazza e gli attira le beffe dei compagni; tuttavia ne è attratto, come se se ne volesse immergere completamente, perché sente che questo passaggio lo renderà uomo.

La conclusione ha un che di doloroso per il ragazzo: dovrà prendere atto della fine della propria spensierata fanciullezza e dell'inizio di un'età più dolorosa e cupa: l'adolescenza. Moravia presenta magistralmente questo periodo della vita come una fase di passaggio, di trasformazione, in cui si smette di essere bambini, si scopre il brutto del mondo e il disagio di essere se stessi, ma ancora non si è adulti e non si può vivere come si vuole, liberi di esplorare e costruirsi un'identità. Da qui, dalla consapevolezza degli anni che dovranno passare prima di essere riconosciuti come adulti, nasce il tormento adolescenziale. C'è un unico lato positivo: se, come Agostino, si ha il coraggio di alzare la voce e chiedere al mondo di riconoscerci come nuovi, diversi, il mondo potrebbe ascoltarci e iniziare a trattarci da uomini e non da bambini.

Questo romanzo fu pubblicato da Moravia nel 1945, anche se fu scritto qualche anno prima, durante il fascismo, quando lo scrittore subì una censura totale da parte del regime. E' la prima opera di quest'autore che leggo e so che non ebbe lo stesso incredibile successo di romanzi quali "Gli indifferenti" o "La romana", ma come primo contatto direi che è stato perfetto. Un libro veloce, godibile, che a tratti mi ha ricordato l'atmosfera soffocante di "Morte a Venezia" di Mann e che in poche pagine è stato capace di mettere in scena una metamorfosi coinvolgente nel suo dolore.

venerdì 16 giugno 2017

55. The Circle - Dave Eggers

Più riguardo a The CircleSiamo tutti in rete, tutti interconnessi tramite internet, i social, le app. Ma qual è il limite accettabile al potere che questi strumenti possono avere sulla nostra vita?
In poche parole il fulcro del romanzo "The Circle" di Dave Eggers, portato recentemente alla ribalta dalla versione cinematografica con Emma Watson e Tom Hanks, si può riassumere così. L'autore si immagina un mondo del futuro più prossimo (oserei dire che il romanzo, pubblicato nel 2013, già puzza un po' di vecchio guardando lo sviluppo che ha avuto la tecnologia digitale...) in cui una grande azienda, il Cerchio appunto, ha stravolto il concetto di web e di identità digitale con una serie di fortunatissime e utilissime (all'apparenza) invenzioni. Le app del Cerchio sono così diffuse che ormai la ditta ha soppiantato i vecchi mostri sacri di internet, come Google e Facebook, e incamera un fatturato disgustosamente elevato, che l'azienda spende (in apparenza) nella ricerca e per innalzare lo stile di vita dei propri dipendenti.
La protagonista, Mae Holland, è una ragazza giovanissima, da poco laureata in una università prestigiosa ma condannata ad una vita noiosa e deprimente nel tran tran della propria cittadina, dove ha un lavoro d'ufficio mal pagato e poco soddisfacente. La sua vita però sembra essere ad una svolta quando Mae, per disperazione, chiede aiuto alla sua vecchia amica e coinquilina Annie, ora un pezzo grosso all'interno del Cerchio, al fine di ottenere un lavoro per il colosso del web. Quando Mae ottiene il lavoro non può credere alla propria fortuna e si dedica anima e corpo a questa nuova avventura, ansiosa di dimostrarsi degna di questo onore. Ma poco alla volta dovrà anche prendere coscienza di quanto il Cerchio chieda sempre più spazio anche alla sua vita privata...

La trama del romanzo non è esattamente innovativa, visto che nel '900 gli autori distopici hanno già scritto a profusione del tema dell'invasione della tecnologia e della sottrazione della privacy a favore di una trasparenza apparentemente positiva a livello sociale, ma che spesso nasconde la lunga mano di una dittatura o di un potere forte che vuole il controllo assoluto sulla società. Non è innovativa, dicevo, ma ciò non vuol dire che non sia fortemente attuale e interessante. Ero molto curiosa di leggere questo libro, che occhieggiavo da un po' sugli scaffali della libreria da cui mi servo di solito, e trovarlo in lingua originale in un piccolo negozio sul lago mi è sembrato un segno del destino, per cui l'ho acquistato e letto immediatamente. Ahimé, mi tocca dire che il libro, a mio avviso, si è rivelato un po' "meh". "Meh" è un'espressione presa proprio dal romanzo e piuttosto diffusa nella lingua inglese e sul web per indicare un commento né positivo né negativo, ma abbastanza indifferente. Una cosa del tipo "non mi dice nulla" o "non mi entusiasma". La protagonista della storia esprime più volte la propria opinione tramite le tre opzioni "Smile" (sorriso), "Frown" (broncio) o "meh". Insomma, come le emoticon. E questo libro per me è proprio meh. Non è brutto, non è uno di quei libri da sconsigliare assolutamente, perché qualche spunto interessante c'è e avrebbe delle potenzialità, ma non entusiasma, non va da nessuna parte, non arriva a una conclusione vera e propria. Meh...

Punto forte del romanzo è sicuramente la descrizione ansiogena di un futuro completamente collegato in rete. Per chi negli ultimi anni ha avuto a che fare con la burocrazia telematica, cioè quasi tutti noi, il punto di partenza del romanzo non può che essere familiare e seducente: l'avventura del Cerchio nasce dalla creazione di un giovane programmatore, Ty, che riesce a unificare account e password di ogni sito, social o istituzionale, in un unico profilo certificato. Interessante come l'autore suppone che questo possa arginare il proliferare di troll e bulli da tastiera; io non sono del tutto convinta che servirebbe a qualcosa negare l'anonimato visti certi commenti su Facebook corredati da nome e cognome...
Da quell'invenzione si sviluppa il Cerchio: via via nuove funzionalità vengono aggiunte, sempre più persone si iscrivono al servizio e tutti i dati e le informazioni di tutti gli utenti vengono salvate e classificate all'interno del cloud, parola che abbiamo imparato a conoscere molto bene negli ultimi anni, pronti ad essere ripescati in qualsiasi momento. 
La tematica è attualissima, è inutile far finta di niente. Tutti noi ormai siamo schedati sul cloud, chi più chi meno. Basta avere un cellulare connesso a Facebook e con il GPS acceso... Negli ultimi anni abbiamo visto la diffusione sempre maggiore di pubblicità su misura, basate sui nostri acquisti web, e i cookies che siamo obbligati ad accettare per poter navigare servono proprio a questo: salvare la nostra traccia sulla rete, i nostri interessi, le nostre scelte, e riutilizzarli per anticipare i nostri futuri bisogni. Naturalmente anche vendendo tali informazioni a ditte specializzate... Letto su pagina fa più impressione, anche perché Eggers porta questa realtà all'estremo, ma lo viviamo ogni giorno e, felicemente o meno, ci sguazziamo dentro. Possiamo sottrarci a questa rete globale? Eggers dice di no e io un po' gli credo. Così come i tentativi nel romanzo di nascondersi dal Cerchio hanno un esito assai infelice, non posso non pensare che ormai internet permei la nostra vita così profondamente da rendere la connessione obbligatoria per tutti prima o poi.
Strettamente legato a questo discorso è quello sulla privacy a cui accennavo prima. Ormai di privacy ce ne è rimasta ben poca, per lo più illusoria. Il cloud già sa dove siamo in ogni momento, se il cellulare sta nella nostra tasca o in borsa; sa chi sono i nostri amici, i nostri parenti, le persone che frequentiamo per studio o lavoro, persino chi sono i nostri vicini di casa. Nel cloud ci sono le nostre foto, i nostri contatti, i nostri video e i file, oltre alle email e ai blog come questo. Ho googlato il mio nome e tra le immagini sono uscite le foto di molti miei amici e contatti, ma soprattutto le copertine di libri che ho letto e recensito qui o su Anobii. Per dire...
Chi sa parlare la lingua della rete, vale a dire i programmatori (o gli hacker, che poi fanno la stessa cosa...), ha un potenziale immenso a portata di tastiera. Il Cerchio va oltre, dissemina il mondo di telecamere, in barba a qualsiasi legge sulla tutela della privacy (appunto) e dei minori. In nome della trasparenza si chiede ai politici prima e alla gente qualsiasi poi di rinunciare a nascondere qualsiasi dettaglio della propria vita, arrivando a indossare su di sé tale telecamera, affinché chiunque possa controllarne l'operato in qualsiasi momento. 
Sarebbe questa un'idea tanto rivoluzionaria? Quanti inneggiano alle telecamere nelle scuole, in ogni classe, per poter controllare i professori? (E non ditemi che vogliono vedere i propri figli, perché l'unica cosa che conta è trovare un appiglio per poter denunciare la maestra di turno; dell'utilizzo inverso, cioè per determinare sanzioni ai danni degli studenti, non se n'è mai discusso.) E le riunioni, siano esse comunali o parlamentari, non sono oggi quasi sempre trasmesse in streaming? La nostra vita non è gia in chiaro per la maggior parte del tempo? Eggers ancora una volta non fa altro che accentuare un po' i toni, portare la situazione un po' più al limite, e la sensazione si fa subito angosciante.

La cosa più destabilizzante di questo tema è forse proprio la nostra ambivalenza di utenti: l'idea di perdere la nostra privacy, di essere schedati e scrutati ci mette in ansia, ma d'altra parte ci piace avere un computer che sa tutto di noi, che ci suggerisce le pagine da visitare, si ricorda le password per noi e salva in automatico tutti i nostri dati, visto che fare il backup è un'incombenza mostruosamente gravosa. Ci piace che GoogleMaps sappia esattamente dove siamo e ci faccia vedere passo passo dove andare, ci piace spulciare i profili dei nostri conoscenti per fare del pettegolezzo spiccio e pubblicare commenti ambigui perché le persone ci chiedano spiegazioni, ci piace ricevere like e condivisioni che nutrono il nostro ego; tuttavia quando Facebook ci suggerisce come amico quello che abita al quarto piano a cui non rivolgiamo nemmeno la parola un po' ci infastidisce, così come quando una pubblicità ci ricorda di aver acquistato una panciera contenitiva o un set di frustini. Insomma, non è il web ad essere di per sé buono o cattivo: il web è una macchina e come tale è indifferente alla nostra vita. Siamo noi utenti stessi ad avere un rapporto di amore-odio con queste nuove tecnologie e a cercarle anche mentre le rifuggiamo. 
Questo romanzo ci fa riflettere anche su questo, su quanto noi siamo disposti a sacrificare della nostra vita privata, a quanto la comunità del web toglie spazio ai nostri hobby e alle persone attorno a noi in carne ed ossa. Che si riesca però a raggiungere una conclusione è ancora una volta un risultato impossibile.

Infatti sconclusionato è anche il romanzo. Nel vero senso della parola: una conclusione vera e propria non c'è. Sì, si intuisce in che direzione continuerà ad andare, ma è nebuloso su ciò che davvero voglia arrivare ad ottenere il Cerchio, all'atto pratico. O perlomeno banale.
A questo si aggiunge una carrellata di personaggi bislacchi e incoerenti, spesso macchiette quasi caricaturali. Mae, la protagonista, all'inizio del libro sembra una ragazza piuttosto sconnessa, cioè molto dedita alla propria vita privata e poco ai social. Per questo motivo rischia quasi di perdere il lavoro. Invece dopo 5 pagine diventa la reginetta del web, con una competitività esasperata nel voler acquistare visibilità. Proclama la trasparenza, l'importanza del non avere segreti, e un minuto dopo silenzia la propria telecamera per parlare di nascosto con la sua amichetta. Mae agisce in modo totalmente incoerente e incomprensibile per tre quarti del libro e ci delude ogni volta. Una protagonista con cui non mi sono riuscita ad immedesimare nemmeno per 10 minuti. Non che gli altri siano meglio. Kalden, il suo misterioso amante, Annie, l'affascinante manager dalla parlantina sboccata, Bailey e Stenton, i due veri leader del Cerchio, Mercer, l'ex che piace tanto ai suoi genitori, o Francis, il suo improbabile fidanzato con problemi di eiaculazione precoce: tutti i personaggi principali non stanno in piedi, non hanno una psicologia chiara e definita, e si fatica a capire quali siano le loro aspirazioni, a cosa ambiscano davvero, cosa li spinga ad agire come fanno. 
Un esempio lampante è proprio il rapporto tra Mae e Kalden: lui l'avvicina senza una ragione precisa, lei è una ragazza qualsiasi tra migliaia, eppure lui la sceglie, in qualche modo, per essere la sua alleata. Le mostra cose segretissime e le racconta dettagli oscuri senza nemmeno assicurarsi della sua opinione in merito, senza prima creare un legame di fiducia con lei. Lui è palesemente una sorta di intelligence, di spia o di pezzo grosso in incognito...che senso avrebbe mettere a rischio tutto questo fidandosi di una ragazzetta banderuola a cui si è rivolta la parola 3 volte? Nessuno, appunto...
Mi permetto anche di commentare sulla poca capacità dell'autore di immedesimarsi in una ragazza di vent'anni, quale è Mae: questo romanzo è scritto da un uomo e si vede, perché le donne non impostano in quel modo le proprie relazioni, soprattutto sessuali...

Forse ciò che mi ha lasciato più "meh" di questo romanzo è non riuscire a capire da che parte si schieri l'autore, quale sia la sua finalità. Cosa mi vuole dire Dave Eggers? Non lo so, o meglio, credo di aver capito che volesse criticare l'iper-connessione della nostra generazione ma senza dare delle reali alternative o mostrare una controtendenza positiva. Rimango così, a chiedermi se almeno lui avesse le idee chiare in merito...

Un ultimo appunto: sconsiglio questo romanzo a chi è di stomaco un po' debole e agli animalisti. Non accade nulla per tutto il libro di degno di nota, ma verso la fine il nostro Eggers inserisce una lunga scena piuttosto descrittiva che vuol essere una metafora del Cerchio e che vede come protagonisti alcuni animali marini. Ecco, questa scena sì, che è disturbante. Mi ha lasciato un senso di angoscia, oserei dire di nausea, maggiore che non tutto il resto della faccenda. Anche in questo momento, ripensandoci, mi fa sentire male e lo stile narrativo scelto dall'autore, così dettagliato e quasi gongolante, mi ha disgustato. Quindi amici che si deprimono a vedere un cane sotto la pioggia, evitate di farvi del male.

In conclusione, romanzo con alcune potenzialità non del tutto sfruttate e uno stile narrativo che lascia un po' a desiderare. Metà delle pagine si potrebbero tranquillamente tagliare, dettagli su dettagli inutili si accumulano senza sfociare in un quadro d'insieme coerente. Si legge in fretta, c'è molta suspense, ma lascia molto di non risolto, in sospeso. Un libro di cui si intuisce il finale ben prima della fine e che proprio per questo verrebbe voglia di metterlo giù e abbandonarlo. Non brutto brutto, non illeggibile, ma non bello. Meh.

lunedì 12 giugno 2017

54. Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi

Più riguardo a Cristo si è fermato a EboliEra tanto, tantissimo tempo che desideravo leggere questo libro, eppure qualcosa mi spaventava, mi tratteneva. Forse era il titolo, così drammatico, o forse la fama di libro duro, un po' pesante. Doveva arrivare, come al solito, il gruppo di lettura a darmi la giusta motivazione. E ancora una volta non posso che felicitarmi: libro eccezionale, che mi è piaciuto tantissimo.

Carlo Levi in questo romanzo/saggio/autobiografia racconta i due anni passati al confino in Lucania, nella città di Aliano. Inimicatosi il regime fascista, impresa quanto mai facile per un medico e artista di inclinazioni politiche ben differenti, Levi fu spedito nel 1935 in Basilicata, vicino a Matera, prima in un paese di medie dimensioni, Grassano, per poi venir trasferito in un comune piccolo e poverissimo, Aliano appunto, dove trascorse poco più di un anno. Ho messo più termini per definire questo libro perché è difficile rinchiuderlo in una categoria precisa. Molto, quasi tutto ciò che racconta l'autore è successo davvero, i luoghi, le usanze e le condizioni sociali e storiche sono fedeli, ma per proteggere un po' la privacy dei protagonisti Levi decise di mutare qualche dettaglio e, soprattutto, il nome del paese, che da Aliano diventa Gagliano. Immagino che nel 1945, quando questo libro fu pubblicato, all'alba della Liberazione, i lettori fossero meno astuti nel risalire alla geografia reale...

Ci sono mille cose che mi hanno colpito di questo libro: dallo stile dell'autore, denso e descrittivo con una precisione che rivela l'occhio d'artista ma al contempo semplice, fluido, chiarissimo, alla cruda realtà della valle dell'Agro a pochi anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Una vita di miseria, durissima, segnata dagli stenti, dalla fatica e dalla malattia in quello che sembra a tutti gli effetti un angolo di mondo dimenticato da dio.
A lungo mi ero interrogata sul significato del titolo e Carlo Levi lo spiega subito, nelle prime pagine: "Cristo si è fermato a Eboli" è un modo di dire del posto: "Noi non siamo cristiani, Cristo si è fermato a Eboli". I contadini del luogo non intendono però dire che non credono in dio; il termine cristiano qui sta per essere umano, uomo. Questo è il dolore e la rabbia che i contadini di Gagliano si portano dentro: il fatto di non essere nemmeno considerati e  trattati come esseri umani, ma come bestie, bestie da soma.
Levi ce li descrive, questi contadini, perché è a loro che davvero è interessato, alle loro strane tradizioni popolari, che lo divertono, al loro modo passivo di vivere la vita, completamente abbandonati al destino, incapaci di uscire dalle grinfie della terra natia anche quando riescono a scappare per qualche tempo, andando in America a cercar fortuna. Sono strani, gli abitanti di Agliano, diversi dai contadini del nord Italia. Levi spende una parola per tutti: i sostenitori del fascismo e i signorotti locali che pensano solo ad arricchirsi, la Chiesa corrotta e che abusa della popolazione come fa lo Stato, i pochi artigiani che non riescono a lavorare, i bambini che vivono per le strade, giocando tra i rifiuti, e che anche dopo essere andati a scuola sono ancora analfabeti. E poi le donne, esseri ferini, misteriosi, apparentemente recluse nelle loro tradizioni e negli abiti e veli neri, ma passionali, istintive, prive di una moralità cristiana o borghese. Un'Italia verace nel vero senso della parola, perché è la più antica, precedente forse persino all'avvento dei Romani.

Sarebbe impossibile citare davvero tutto ciò che questo libro mi ha trasmesso. Mi dovrò limitare quindi a un paio di dettagli. La cosa che più mi ha sconvolto, probabilmente, è la descrizione della povertà assoluta, della miseria più nera. La descrizione di Matera, fatta dalla sorella di Levi andata in visita al fratello e capitata, suo malgrado, nel capoluogo, è ben lontana dalla poeticità e dall'unicità dei Sassi di cui tanto abbiamo sentito parlare negli ultimi anni. Case che sono spelonche buie, sudicie e maleodoranti, in cui uomini e animali convivono spesso in un'unica stanza; moltissimi bambini, che girovagano nudi o in abiti ormai stracciati dall'uso, gialli per la malaria, denutriti, con il ventre gonfio e gli occhi semi-ciechi per il tracoma su cui si posano le mosche; donne distrutte, devastate dalle gravidanze, dalla malaria e dal lavoro che spezza la schiena. Quando ho finito di leggere quella descrizione mi è parso di aver preso un pugno nello stomaco. "Il Terzo Mondo" ho pensato, "l'Africa subsahariana, anzi il Quarto Mondo, le scene apocalittiche che vediamo in fotografia dal Burundi, dallo Zimbabwe e dalla Sierra Leone." Solo che lì ci sono state guerre, guerre civili a non finire, pulizie etniche e lo sfruttamento coloniale che ha ridotto all'osso Paesi che spesso, già in partenza, erano poveri di materie prime. Ma qui? Com'è possibile tanta povertà?
Eppure io so che era così, e lo so perché la Basilicata non era l'unica regione italiana a versare in condizioni così gravi negli anni '20 e '30. Io ho origini in parte friulane e i racconti che mi sono stati fatti dell'infanzia di mia nonna hanno un che dei film dell'orrore. E sono mille le somiglianze che ho ritrovato leggendo di questo popolo sofferente ma sconfitto, piegato dalla sua stessa povertà.
Questa descrizione mi fa pensare che è incredibile come, in brevissimo tempo, l'Italia sia cresciuta, si sia evoluta. Questa regione apparentemente senza speranza ha fatto, nel giro di 30 anni dalla fine della guerra, passi da gigante, anche grazie ai grandi investimenti fatti per migliorare le condizioni di vita della popolazione. E' quasi commovente pensare che Matera è stata scelta come città della cultura per il 2019. Chi avrebbe potuto scommettere una lira su un cambiamento simile? Chi avrebbe pensato che questa gente disperata un giorno avrebbe potuto lasciare tutto quel dolore dietro di sé?
E' un messaggio bello, positivo, che ci ricorda che, se si crede nello sviluppo e nel futuro dei popoli, c'è una speranza concreta di migliorare.

Un altro tema che occupa molte pagine del libro sono, come ho accennato prima, le donne, con le loro debolezze e le loro arti di seduzione. E tra le donne quelle che spiccano in particolare sono le streghe. Così le chiama Levi perché così vengono chiamate dalla gente del posto. Le streghe sono donne che conoscono le formule magiche per far guarire o morire qualcuno, che sanno creare filtri per far innamorare un uomo e legarlo a sé per la vita. Ma soprattutto le streghe sono donne forti, indipendenti e volitive, che segnate da un fato ostile (come l'abbandono del marito, o la vedovanza...) si sono guadagnate da vivere al meglio e magari, nel mentre, hanno fatto una dozzina di figli illegittimi. Le somiglianze con la mia famiglia aumentano ...
A sentire uno dei personaggi più caricaturali, il dottor Milillo, tutte le donne del paese sono streghe: infatti mette in guardia Carlo Levi dall'accettare alcunché dalla popolazione femminile, perché sicuramente gli avrebbero fatto bere un filtro d'amore contenente sangue mestruale (dettagli che rendono il tutto più stregonesco); tuttavia nella storia la strega in primo piano è una: Giulia.
Giulia è la donna che donna Caterina, la sorella del podestà, mette in casa di Levi come donna di servizio. Naturalmente è una strega: soltanto una strega, quindi una donna senza alcuna reputazione da difendere, potrebbe accettare un lavoro del genere, perché a Gagliano una femmina, qualsiasi sia la sua età, non può mai trovarsi da sola in casa con un uomo che non sia della sua famiglia, pena la perdita della virtù. Spesso vera, perché pare che questi contadini e le loro signore avessero un appetito sessuale effervescente, forse anche perché privo della censura della morale cristiana, e ad una donna bastassero cinque minuti da sola in una stanza con un maschio per ritrovarsi incinta.
Ad ogni modo Giulia si occupa di Levi per quanto riguarda le sue necessità quotidiane e finisce per prenderlo in simpatia, tanto che gli insegna anche i trucchi del mestiere...da strega, si intende. Che si sa, essere medico e stregone è meglio che uomo di scienza e basta.
Levi la descrive così:

Era una donna antichissima, come se avesse avuto centinaia d'anni, e nulla perciò le potesse esser celato; la sua sapienza non era quella bonaria e proverbiante delle vecchie, legata a una tradizione impersonale, né quella pettegola di una faccendiera; ma una specie di fredda consapevolezza passiva, dove la vita si specchiava senza pietà e senza giudizio morale: né compatimento né biasimo apparivano mai nel suo ambiguo sorriso. Era, come le bestie, uno spirito della terra; non aveva paura del tempo, né della fatica, né degli uomini.

Si fidava talmente tanto che accettò di posare anche per alcuni ritratti di Levi, che come prima occupazione, va ricordato, faceva il pittore. Uno, colmo di dolcezza, e quello sottostante, che la raffigura col suo figlio più piccolo.



Giulia non è certo la sola che il pittore ha voluto ritrarre nei suoi mesi passati al confino. Anzi, approfittando anche dell'apprezzamento artistico dei contadini, che insperatamente capivano d'arte più dei borghesi acculturati (quindi più di noi, che ce ne stiamo davanti ad un computer a parlare di libri...), Levi creò diversi ritratti delle genti del luogo, in particolare dei bambini. Questi, ad esempio, sono "Antonio, Peppino e il cane Barone":



Il cane Barone, protagonista fondamentale delle vicende dell'autore e suo unico compagno fedele, è uno dei dettagli più lievi e spensierati della storia, che in fin dei conti non è così cupa quanto potrebbe apparire da ciò che si è detto finora. Al di là delle descrizioni desolanti, oltre il tema dell'emigrazione altissima, del brigantaggio e dell'arruolamento in guerra come unica speranza di fuga, quello che rimane appiccicato addosso è un affetto, una tenerezza che riempie il cuore dello scrittore e che, volente o nolente, traspare dalla narrazione. Levi a questa gente si affeziona, si prende a cuore la loro situazione, perché sono fondamentalmente buoni, accoglienti nei suoi confronti e devoti al suo essere signore e medico vero, non medicaciucci.

Credo sia un libro imprescindibile. Come ho già detto altrove, questo è un altro di quei testi che tutti dovrebbero leggere, in Italia, perché non bisogna dimenticare, dobbiamo sempre sapere da dove veniamo e quanta strada abbiamo fatto per arrivare fin qui. Un pezzetto di memoria storica preziosissimo, una lettura meravigliosa.

mercoledì 7 giugno 2017

Reading Challenge 2017

Una mia collega oggi mi ha fatto un dono meraviglioso: mi ha reso partecipe della Reading Challenge inventata da lei e sua sorella per quest'anno.
Io ho sempre avuto un amore incontrollabile per le tabelle, mi stimolano la produttività, quindi mi ci sono buttata a pesce, le ho stressato l'anima e alla fine, poverina, me l'ha dovuta condividere...
Ecco qui quindi la tabellina da me con amore copiata e riadattata nella forma ma non nel contenuto. Ho già inserito alcuni titolo letti quest'anno dal mese di gennaio. Spero di riuscire a riempirla quasi tutta nei prossimi mesi.
Oh, e se qualcuno conosce un libro la cui protagonista si chiama Manuela ditemelo, che non ne conosco nessuno!
Ah, ovviamente ognuno si senta libero di copiare questa tabella e farla a sua volta. Buone letture!

Un libro che ti è stato regalato/prestato
Un libro consigliato da un/a collega
Un libro il cui titolo è una sola parola (più eventualmente articolo)
Un libro fantasy/con elementi di magia
Un libro di un autore che questanno compierebbe almeno 200 anni
Un libro di cui hai visto il film ma che non hai ancora letto
Un fumetto pubblicato prima della tua nascita
Un libro che puoi leggere in un weekend

Un libro la cui protagonista ha il tuo stesso nome
Un libro di un autore che ha vinto il premio Nobel
Un libro che non è stato pubblicato nel tuo Paese di residenza
Un libro uscito nellanno in cui sei nata
Un libro che ha avuto un adattamento televisivo/cinematografico
Dave Eggers - The Circle
Un classico che ancora ti manca
Un testo teatrale
Una serie di manga che non hai ancora letto
Un libro riguardante miti/leggende
Un giallo/thriller
Un libro per bambini/ragazzi
Un libro che ha la fama di essere impossibile da mettere giù
Il libro preferito di un amico
Un libro che eri impaziente di comprare/prendere in prestito ma che poi non hai letto
Un libro legato a qualche fatto di attualità
Un libro che hai letto molto tempo fa e non avevi apprezzato
Un libro con un titolo o una copertina brutto/a
Un libro di un autore emergente
Un libro che hai sempre evitato
Carlo Levi - Cristo si è fermato ad Eboli
Un libro con un protagonista in cui pensi di rispecchiarti o che sia diametralmente opposto a te

Un libro con unambientazione inusuale
Un libro non fiction

mercoledì 31 maggio 2017

Consigli di lettura per bambini!

I classici della letteratura per l'infanzia li conosciamo tutti. Nel tempo la lista si è allungata non poco e romanzi come "Peter Pan" o "Pinocchio" si trovano facilmente nelle case di chiunque. Almeno credo. 
Ci sono autori per l'infanzia che mi sono piaciuti moltissimo, come Roald Dahl o Michael Ende, altri che mi hanno deluso o che, a mio parere, sono stati parecchio fraintesi. Ad esempio, nessuno mi convincerà mai del tutto che "Il mago di Oz" sia un libro per bambini, perché io dentro ci ho visto molto altro che solo un adulto potrebbe cogliere; un altro esempio è l'autore britannico Saki, che in Italia è stato pubblicato in collane evidentemente dedicate all'infanzia, ma che anche ad una lettura superficiale risulta inadatto ad un tale pubblico. Meraviglioso per gli adulti, almeno se piacciono le short stories un po' cupe, di un'ironia tagliente e dai finali inaspettatamente spiazzanti, ma decisamente non per bambini.

Pur essendo stagionata amo ogni tanto ritornare a sfogliare quelle pagine che avrebbero dovuto appassionarmi da piccola...se solo non avessi avuto tanta fame di letteratura per adulti. Non so bene cosa mi piaccia tanto dei libri per bambini, non riesco a mettere a fuoco con precisione ciò che provo leggendoli, ma quando un libro è bello trovo tanti spunti, tante emozioni, piccoli boccioli di verità racchiusi in immagini semplici e immensamente profonde allo stesso tempo. E poi la fantasia... Nessun libro per adulti batterà mai lo sfrenato utilizzo dell'immaginazione che viene fatto dagli autori di storie per l'infanzia. Gli adulti vogliono che, anche nel fantasy, tutto torni: la magia deve funzionare in modo logico, gli avvenimenti, anche i più strani, devono essere spiegabili, riconducibili a limiti e a una funzionalità interna alla storia e al mondo che la contiene. Gli autori per bambini non si pongono tutti questi paletti, perché al loro pubblico della razionalità non frega niente e che qualcosa sia possibile o no, ragionevole o no, spiegabile o in completa contraddizione con quanto detto prima è totalmente irrilevante. E allora, be'... Si può scrivere proprio di tutto!

Tornando alla mia passione per questa branca della letteratura, oggi vorrei concentrare l'attenzione su due titoli poco conosciuti ma che mi hanno dato grande soddisfazione. Sarebbe stato troppo semplice, quasi scontato, consigliare dei romanzi che tutti conoscono, che sono universalmente riconosciuti come grandi esempi di letteratura. No, a me piace essere strana. 

Il primo romanzo che ho pensato di consigliare è "Nicobobinus", scritto da Terry Jones. Un po' datato e quasi impossibile da recuperare in Italia, è la storia di un bambino dal nome davvero strano, Nicobobinus appunto, che insieme alla sua amica Rosie parte per un viaggio fantastico durante il quale visita posti incredibili, conosce personaggi pazzeschi e vive mille avventure. Partendo dalle strette calli di Venezia, Nicobobinus si ritrova ad affrontare nemici temibili e spietati e a combattere contro il tempo per sopravvivere.
Lessi questo libro da piccolina, avrò avuto 8 anni, uno dei pochissimi che presi in prestito dalla biblioteca (da allora la mia ossessione per il possesso dei libri si è drammaticamente inasprita...) e mi piacque tantissimo. Con gli anni, in qualche modo, il ricordo del disegno di copertina, di quel ragazzino dal nome strano e lunghissimo che cade dal cielo è rimasto nel mio cuore; arrivata all'età della ragione non ho potuto far altro che accaparrarmene una copia via internet. Ho scelto di comprarlo in inglese e appena mi è arrivato l'ho riletto tutto d'un fiato. Che dire, mi ha conquistata come la prima volta. E forse anche di più.
Sì, perchè "Nicobobinus" è una storia un po' scomoda, in cui i cattivi sono davvero cattivi e alcuni di questi cattivi sono persone socialmente insospettabili... Ad esempio dei religiosissimi monaci. Terry Jones, famoso (almeno per gli estimatori del genere) per essere uno dei componenti dei Monty Python, fa in questo romanzo scelte di rottura, inequivocabilmente forti. Non risparmia critiche a nessuno e, con gli occhi di un'adulta, vedo una satira intelligente e aspra che filtra tra le pagine del libro. Chissà, forse pur non ricordando granché, era anche questo ad avermi colpita tanti anni fa...
Insomma, un libricino davvero interessante e godibile sia da piccini che da grandi!

Il secondo libro che vorrei citare è "Un anno col fantasma" di Ann Phillips. Questa storia di fantasmi ambientata in Inghilterra negli ultimi anni della Belle Epoque è davvero davvero inquietante senza essere splatter nè horror. Niente persone sgozzate, niente demoni che ti rubano l'anima; soltanto una ragazzina, Florence, che sentendosi sola, annoiata e desiderosa di un amico decide di fare un rito di evocazione e richiama Georges, un bambino fantasma. Tutto bene finché Georges non inizia a richiedere tutta la sua attenzione e a perseguitarla perché giochi con lui giorno e notte...
Ciò che mi ha colpito di questa storia è stata prima di tutto la descrizione dell'evocazione e del rito di esorcismo, più avanti. Ann Phillips non fa semplicemente accadere le cose, ma utilizza gestualità e simboli presi in prestito dalla magia, o stregoneria, tradizionalmente giunta fino a noi. Un tocco di praticità che mi ha positivamente sorpreso.
Inoltre la narrazione del rapporto malato tra Florence e Georges è semplice ma coinvolgente. Dal puro divertimento si passa al fastidio, all'esasperazione e infine alla vera e propria paura. Georges, il fantasma, è tratteggiato in maniera splendida. Il suo carattere aggressivo, egoista e malevolo traspare al lettore adulto fin dalle prime battute scambiate con Florence. La sua reticenza nel non voler condividere con la ragazzina il suo passato, le sue origini misteriose dovrebbero mettere in guardia la bambina, ma lei mostra un'ingenuità quasi disarmante nel non comprendere, o nel rifiutarsi di capire, quanto quel gioco stia diventando pericoloso. Ovviamente dovrà farlo a sue spese.
Verso la fine la storia prende una piega più drammatica e altre persone care a Florence verranno danneggiate dalla presenza del fantasma Georges. Sul finale la Phillips inserisce un altro dettaglio non scontato: i fantasmi sono spiriti e come tali possono cambiare sembianze a proprio piacimento. Georges sarà quindi davvero un bambino? E com'è morto? Cosa vuole davvero da Florence e dagli abitanti di villa Paragon?
Una storia emozionante da leggere tutta d'un fiato, con un crescendo di tensione che sicuramente funziona sui giovani lettori, visto che ha funzionato anche su di me da grande. Se piace il genere assolutamente consigliatissimo!

venerdì 26 maggio 2017

53. Francisco Pérez Gandul - Cella 211

Più riguardo a Cella 211Ogni tanto ci provo. Capita a tutti di essere stanchi e incasinati e di aver soltanto voglia di staccare il cervello e di godersi una bella storia avvincente, magari non di grande profondità ma con un buon ritmo e uno stile godibile. Dicevo, ogni tanto ci provo: guardo sullo scaffale, mi lascio sedurre da un libro all'apparenza facile ma interessante, decido di leggerlo. E inevitabilmente, nel 90% dei casi, rimango delusa.
Questo è il caso di "Cella 211", romanzo d'esordio dello scrittore spagnolo Francisco Pérez Gandul uscito nel 2004 e da cui è stato tratto un fortunatissimo film, vincitore di numerosi premi Goya (una sorta di Oscar del cinema spagnolo). Io il film l'ho pure visto, per disperazione oserei dire, e devo ringraziare la Rai perché mette alcuni film vincitori di premi e rassegne a disposizione degli spettatori in streaming, tra cui anche "Cella 211", che trovate qui. Io di cinema capisco poco e tutta quest'arte non l'ho vista, ma sicuramente il film è meglio del libro: semplicemente, nella stesura della sceneggiatura hanno cambiato la gran parte delle cose insensate, dando un minimo di realismo ai personaggi, agli eventi e al finale.

Ma andiamo per ordine.
"Cella 211" è la storia di Juan, un giovane appena assunto come secondino in una prigione di Valencia. E' la sua prima esperienza in divisa e dietro le sbarre, ma ha bisogno di questo lavoro, perché da poco si sta costruendo una famiglia e a casa lo aspetta l'amatissima moglie Elena, incinta di tre mesi (ok, questo lo veniamo a scoprire più avanti...). E' così ansioso di fare bella figura che decide di presentarsi al lavoro con un giorno di anticipo, così da conoscere i colleghi, farsi spiegare le procedure e le problematiche della prigione e familiarizzare con l'edificio stesso. La sfortuna però è sempre in agguato: il buon Juan, che da sempre soffre di crisi d'ansia quando si trova in una situazione nuova e stressante, in cui deve fare buona impressione, si sente male durante il giro delle celle e sviene. I colleghi, approfittando dell'assenza dei detenuti durante l'ora d'aria e di una cella rimasta libera lì accanto, lo stendono un attimo sulla branda, aspettando che riprenda i sensi. Poi tutto avviene in pochi secondi: scatta l'allarme, si sentono le urla dei detenuti in rivolta che si avvicinano velocemente e i secondini sono costretti ad abbandonare Juan per rifugiarsi nella zona di sicurezza. Fanno appena in tempo a chiudersi dentro che i detenuti del raggio 5, i più pericolosi della prigione, arrivano capitanati da Malamadre, un uomo che ha fatto dentro e fuori dal carcere da quando aveva 18 anni e ha ucciso l'amante di sua madre. I prigionieri trovano Juan nella cella 211 e lui, comprendendo la situazione, tenta l'impossibile: cerca di farsi passare per uno di loro.

La trama non è esattamente da premio Nobel per la letteratura, ma mi pareva un'opzione accettabile per il libro facile e d'azione che stavo cercando. Peccato che da qui in avanti la storia inizi a degenerare inesorabilmente. Non starò a elencare ogni singolo dettaglio che mi ha fatto imbestialire, ma un paio vanno citati, ad esempio, quindi mi scuso per gli spoiler.
Intanto il caro Juan viene scovato dai detenuti mentre è su una branda, in una cella, ancora mezzo intontito dallo svenimento, durante il quale ha anche sbattuto la testa. L'uomo che lo apostrofa chiedendogli cosa ci faccia lì è uno dei fedelissimi di Malamadre, ma lui non ne sa nulla, quindi potrebbe pensare di trovarsi di fronte a chiunque. Juan si finge un detenuto, ma l'altro è perplesso: se ci fosse stato un nuovo arrivo l'avrebbero saputo e poi c'è qualcosa che non va nella sua divisa. Decide quindi di chiamare il capo. Ebbene, quanto può averci messo? Uno, due minuti? Malamadre era lì, in corridoio, mica dall'altra parte della prigione. Tuttavia in quel lasso di tempo Juan (che un minuto prima non era in grado di alzarsi e correre per mettersi al riparo) riesce a: alzarsi, capire che rischia di morire e deve camuffarsi da detenuto, togliersi la cintura, sfilare i lacci delle scarpe, infilare i lacci nei buchi della cintura, nascondere il tutto in un buco che trova per caso dietro al water, svuotarsi le tasche, buttare soldi, fede nuziale e documenti nel water e tirare l'acqua, infilarci anche il portafoglio intero e incastrarlo in fondo, che non venga trovato, asciugarsi le mani e tornare a sedersi sulla branda. Ma che, veramente? E non è finita! C'è un ultimo dettaglio di cui Juan non era a conoscenza ma che verrà messo alla prova. Siccome la sua tenuta (non indossa la divisa ma normali vestiti scelti a casa che, casualmente, sono dello stesso colore e assomigliano straordinariamente alla divisa dei carcerati di quel particolare raggio) è leggermente diversa dal solito Malamadre sente odore di bruciato e gli chiede di abbassarsi i calzoni. Tutti i detenuti ricevono all'ingresso un paio di mutande identiche, ben riconoscibili. Come farà Juan a cavarsela? Be', ma è naturale... Perché qui scopriamo che Juan non porta le mutande! Ah, che gioia... Da qui in avanti sarà soprannominato il Mutanda e devo dire che forse è l'unica cosa godibile dell libro.
L'altro fatto che mi ha fatto perdere la pazienza nel corso della lettura è il cambiamento folle che avviene in Juan all'interno della prigione. Secondo me questo era anche un tema interessante, su cui sono stati fatti in passato svariati esperimenti psicologici e sociali con risultati anche allarmanti. Nel mio cuore speravo un po' che fosse proprio questo il tema portante, il materiale di ricerca che faceva da spina dorsale al libro. Evidentemente mi sbagliavo. Non si capisce come Juan passi dall'essere una persona normale, educata e civile, persino un po' ansiosa e bisognosa di conferme, a diventare il braccio destro (e poi l'avversario) di Malamadre, un uomo forte e sicuro di sé, che disprezza il sistema carcerario e il governo e non si fa scrupoli a sgozzare un collega, per quanto si tratti di una persona abietta che gli ha appena distrutto la vita. Cioè, è lo stesso che all'inizio è svenuto perché era il primo giorno di lavoro? E invece in mezzo ai detenuti se ne sta bello e beato, tutti si fidano di lui, impara subito nomi, modus operandi e linguaggio del carcere come se ci fosse sempre vissuto. Va bene la trasformazione, ma qui è un po' troppo e un po' troppo subitanea, senza una reale introspezione o un'escalation a giustificarla.
Potrei andare avanti per ore: i superdetenuti cattivissimi che si sconvolgono quando un uomo ne sgozza un altro (nemmeno a sangue freddo, dopotutto...), terroristi che si spaventano per la rivolta e hanno attacchi di cuore, poliziotti che si fanno sfuggire tra le mani giovani donne sole e disperate e tante altre delizie. Tutto però concorre a formare un puzzle inequivocabile: questo libro non ha un senso nemmeno a cercare di darglielo. Io ce l'ho messa tutta, credetemi. Sono anche stata derisa, qui a casa, perché ho continuato a leggere dopo la scena delle mutande (che è tipo pagina 10)...

A tutto ciò si aggiunge una tecnica narrativa sfibrante e traballante. L'autore usa tre diversi punti di vista: quello di Juan, quello di una delle guardie e quello di Malamadre. Non solo, i tre narrano anche in momenti diversi: Juan narra l'azione nel corso del suo svolgimento, mentre Malamadre e la guardia raccontano ciò che è successo al passato, perché il tutto si è già concluso e loro stanno soltanto riferendo i loro ricordi. Già così era un bel minestrone, visto che i salti da un personaggio all'altro sono continui e sfiancanti. In più lo scrittore ci mette la ricerca di uno stile che si adatti ai tre narratori, per cui fa parlare Juan in un modo, Malamadre in un altro completamente diverso e la guardia in un altro modo ancora. A libro finito posso dire che l'unico narratore sensato è il secondino. Degli altri due non so chi mi ha fatto più venire l'esaurimento, ma qualcosa in comune hanno: per tre quarti del libro non fanno altro che parlare, ricordare e pensare a scopare, donne varie in atteggiamenti più o meno sessuali e mostrare di essere veri macho con le palle. Non so se il povero Francisco Pérez Gandul soffrisse dei primi sintomi della crisi di mezz'età durante la stesura del romanzo, ma la narrazione calca la mano talmente tanto su questo punto che a tratti suona persino ridicola. A discolpa degli spagnoli, che non credo si riconoscano in questi sproloqui machisti, posso dire che le nuove generazioni con cui sono entrata in contatto negli anni hanno dato prova plurime volte di essere l'esatto contrario del maschio latino descritto in questo romanzo. Mi rimane l'amarezza di non aver avuto l'ebook ma il cartaceo, perché avrei potuto facilmente calcolare quante volte viene ripetuta la parola "palle" all'interno del libro.

Lo dico chiaro, in caso non si fosse ancora capito: di questo romanzo non si salva niente. Lo sconsiglio di cuore, perché penso ci siano modi migliori di buttar via i propri soldi e, più prezioso, il proprio tempo. Se vi incuriosisce guardatevi il film, che ha un finale totalmente diverso ma almeno è più credibile, e dimenticate che questo romanzo sia mai stato scritto.