giovedì 21 settembre 2017

66. Giorgio Scerbanenco - Al mare con la ragazza

Giorgio Scerbanenco è stata una scoperta fatta grazie al gruppo di lettura e che mi ha dato grande gioia. Ne ho già parlato a lungo e con sdilinquimento qui e qui.
All'epoca avevo fatto qualche ricerchina e avevo scoperto che era stato autore prolifico di decine e decine di romanzi di generi diversissimi tra loro, dal giallo al rosa (ricordiamolo, che mi piace: è stato il più grande avversario di Liala). Ho tenuto d'occhio quindi gli scaffali dei libri usati e non, nella speranza di trovare qualcos'altro di suo pugno. Niente, per un sacco di tempo non ho trovato un fico secco. Poi, in un attacco di shopping bibliofilo compulsivo, ecco qualche titolo sconosciuto. Che gioia!

"Al mare con la ragazza" suonava un po', dal titolo, romanzo rosa. Non mi sarebbe dispiaciuto, in realtà, leggere qualcosa di romantico di questo scrittore, è interessante vedere l'interpretazione del genere nella mente di un uomo. Infatti ho pure comprato un altro romanzo in cui si dice chiaramente che il tema principale è l'amore, le relazioni dal punto di vista maschile. Non vedo l'ora di leggerlo.
Invece "Al mare con la ragazza", dicevo, viene presentato sul retro di copertina della nuova edizione Garzanti (spezzo una lancia a favore di questa collana, perché secondo me sono fatti davvero benissimo e a prezzo civile) così:


Io volevo proprio leggere un giallo, anche perché mi serve per la Reading Challenge che il tempo scarseggia, e mi ci son buttata a pesce.
Posso dire che di giallo questo romanzo ha solo la copertina. Un giallo di inusitata potenza, certo, tipo dente di leone, un giallo che tende all'aranciato, quasi, ma forse questo è poco rilevante rispetto al contenuto. Magari chi ha scritto quella frase avrebbe almeno potuto informarsi, se non proprio leggere il libro...

"Al mare con la ragazza" è un romanzo cupo, drammatico, che descrive attraverso le storie di quattro protagonisti principali la triste solitudine che già avevo trovato nel resto della sua produzione.
Le linee narrative sono due/tre, poiché due sono le coppie che si alternano all'interno della storia.
I primi sono Duilio e Simona, due ragazzi giovanissimi ma cresciuti in fretta, tra i palazzoni della periferia milanese. Duilio in particolare è il fulcro della vicenda. Sono molto soli, Duilio e Simona, vittime di una miseria che attanaglia i caseggiati popolari della grande città e che non lascia scampo: non c'è spazio per i sogni, i desideri, le aspirazioni; solo duro lavoro, una famiglia capace di dare poco amore e una logica di sopravvivenza da giungla.
Non sembra essere passato il tempo dal 1973, quando il libro è stato scritto. Le periferie delle grandi metropoli sono ancora così, forse i ragazzi hanno origini più internazionali e parlano lingue e dialetti diversi, ma il disagio è lo stesso. Ciò che colpisce non è davvero la povertà, ma il vuoto dentro. Vivono male, non perché non possano permettersi gli sfizi o un po' più di cibo, ma perché a questi ragazzi è stato rubato il futuro. Ciò che fanno non è vivere, perché hanno messo a tacere tutte le emozioni forti, tanto non servono; sopravvivono, infelici, trascinandosi nell'attesa di una serenità che forse arriverà con l'età...ma non ci credono nemmeno loro, ormai, a questa storia.
Duilio e Simona forse sono più sfortunati di altri, perché Duilio è poco intelligente e Simona è bruttina, per cui non hanno amici nel quartiere. Sono solo loro, insieme contro tutto e tutti. Crescono insieme, diventano adulti insieme e insieme concepiscono il pazzo sogno di scappare lontano da Milano, di andare finalmente al mare.
Fa quasi ridere, al giorno d'oggi, che due ragazzi non abbiano potuto mai nemmeno avvicinarsi al mare, che non l'abbiano mai visto. Abbiamo preso la villeggiatura come un diritto, ormai, tanto che vedo sfilze di disoccupati inviperiti su Facebook che dall'alto del loro smartphone si lamentano di non poter portare la famiglia in vacanza per due settimane. Come se fosse vitale, indispensabile. Ci siamo dimenticati che le vacanze sono un lusso che abbiamo conquistato con il benessere degli anni Settanta/Ottanta e che prima di allora pochissimi potevano permettersi un periodo di villeggiatura, fosse esso al mare o in montagna. Mica per niente esistevano le colonie!
Ad ogni modo Duilio e Simona sognano di fuggire dal grigiore delle loro vite monotone per andare ad ammirare il blu immenso del mare, simbolo di libertà e quindi di felicità. Purtroppo dovranno pagare a caro prezzo questa ribellione al destino.

Dall'altra parte abbiamo Arda, diminutivo di Edoarda, ed Ernesto, coppia di milanesi benestanti, che carriera l'hanno già fatta e infatti giovanissimi, per gli standard dell'epoca, non sono più. Non stanno proprio insieme, Ernesto ed Edoarda, perché lui non può, o non vuole. Intrappolato in una situazione familiare asfissiante e penosa, Ernesto tiene Edoarda a distanza, si permette pochi istanti di intimità e poi un mare di freddezza. Potrebbe stancarsi di lui, Edoarda, perdere la pazienza dopo tutti quegli anni nell'ombra, ma Ernesto è disposto a correre il rischio.
Perché Edoarda accetta il modo in cui Ernesto la tratta? Perché non cerca un altro uomo, un compagno migliore, che la valorizzi, la sposi magari e la faccia sentire amata? Edoarda è una di milioni di donne come lei, che in silenzio o quasi sopportano, accettano, fanno buon viso a cattivo gioco per infatuazione, per insicurezza, per paura di rimanere da sole, per incapacità di lasciare andare. Non è facile troncare una relazione su cui si è investito tanto, anche se questa non va; è un po' come accettare di farsi amputare un arto in cancrena. E' doloroso, angosciante, ma necessario a sopravvivere. Chissà, a volte sono proprio questi atti di coraggio, netti, a dare un segno forte, a permettere anche a una relazione di evolversi, di crescere.
Anche Ernesto ed Edoarda rappresentano tanta solitudine, tanto dolore, quasi che l'autore volesse dirci che non è la classe sociale a pregiudicare le possibilità di felicità di una persona. Oddio, a leggere Scerbanenco di gente felice, in giro, ce n'è davvero poca. Forse aveva ragione lui, in modo un po' cinico e pessimista; d'altronde lascia spazio alla speranza, alla possibilità di costruire un futuro diverso per se stessi, se si accetta di cambiare.

"Al mare con la ragazza" è anche un romanzo su strada, perché si viaggia molto attraverso il nord Italia: Milano, Montagnana, Padova, Venezia, Lignano Sabbiadoro e Trieste. Per me è stato bello, quasi tenero, scoprire quei luoghi, quasi tutti amati e conosciuti, all'interno del romanzo. Quando Scerbanenco descrive quella spiaggia, il mare, la pineta, avrei potuto scommettere che si trattasse di Lignano prima ancora che lo dicesse, perché vedevo ogni cosa, nei ricordi della me stessa bambina che ci trascorreva le vacanze ogni estate.

Alla fine, tuttavia, devo dire che questo romanzo non mi è piaciuto moltissimo. Ho ritrovato la scrittura fluida e allo stesso tempo dura, essenziale che ho apprezzato tanto negli altri libri dello scrittore, ma la trama è un po' debole, a mio avviso, e a volte quasi prevedibile. Il finale poi è un po' troppo rosa per una donna brutta, cattiva e cinica come me... Non voglio dire che sia un romanzo brutto, ma sicuramente non lo consiglierei come un buon esempio del miglior Scerbanenco.

lunedì 18 settembre 2017

65. Rajaa Alsanea - Ragazze di Riad


All'inizio ho pensato di paragonare questo libro a "Sex and the City" versione saudita. Poi però mi sono resa conto che sarebbe stato superficiale, riduttivo e pure un po' stupido. "Ragazze di Riad" di Rajaa Alsanea è molto più di questo, in primis un racconto lieve ma fedele della vita delle giovani donne nell'Arabia Saudita dei primi anni 2000.
Ciononostante non devo essere stata l'unica a giudicare il libro in modo un po' leggero, a primo impatto, perché questo romanzo, che cercavo da qualche tempo, mi è piovuto in mano dal cestone dei libri rosa usati.

"Ragazze di Riad" non è il primo libro ambientato in Arabia Saudita che leggo. Qualche anno fa (ormai parecchi, sigh) comprai in forte sconto e lessi il libro autobiografico "In the Land of Invisible Women" della dottoressa americana di origini pakistane Qanta Ahmed. In esso la donna racconta la propria esperienza di lavoro in un ospedale internazionale in Arabia Saudita, soffermandosi sullo stile di vita e sulle difficoltà delle donne nel Paese. Quel libro, pubblicato nel 2008, e quello di Rajaa Alsanea, pubblicato nel 2005 (in Libano, perché non credo che l'Arabia Saudita abbia apprezzato...) concordano in molti punti, dipingendo un quadro della situazione piuttosto chiaro e coerente.
Probabilmente alcuni dettagli, dopo 10 anni, sono cambiati leggermente (ora le donne possono firmare, invece di utilizzare l'impronta digitale, e da un paio d'anni hanno diritto di voto, previa registrazione) ma non si può fingere che la condizione di vita delle saudite non sia limitata e castrante ben oltre il limite dei diritti umani.

(Mi permetto di consigliare comunque la lettura del libro di Qanta Ahmed a coloro che conoscono l'inglese; per i non anglofoni purtroppo non c'è alternativa, poiché il libro non è mai stato tradotto in italiano.)

Per essere più precisi si potrebbe dire che "Ragazze di Riad" è una via di mezzo tra il succitato "Sex and the City" e Jane Austen. La storia è condotta da una misteriosa narratrice, che si identifica solo come un'amica intima delle quattro protagoniste, e si compone di una serie di email fittizie inviate ad una mailing list nella quale racconta, appunto, della vita di quattro giovani donne saudite poco più che ventenni, ognuna alla ricerca della felicità, che inevitabilmente coincide con la scoperta dell'amore e la coronazione della relazione col matrimonio. Non tutte riusciranno a raggiungere il lieto fine sperato, ma ognuna vivrà un'esperienza diversa, che affronterà secondo il proprio carattere.

La prima cosa che colpisce, indubbiamente, è la morbosa fissazione che le ragazze hanno per il matrimonio. Tutte le protagoniste sono appartenenti a famiglie ricche e studiano all'università, due di loro viaggiano anche spesso all'estero, o vi hanno vissuto per parte della loro vita. Eppure il pensiero fisso, la priorità è sempre la stessa: trovare un ragazzo che faccia battere il cuore e fare in modo che lui chieda la mano della giovane alla famiglia. Il pensiero di rimanere zitella oltre i 24 anni è inconcepibile, tollerabile al massimo per una ragazza iscritta a Medicina.
Le difficoltà, per giunta, partono già dalla radice, perché in Arabia Saudita c'è una forte segregazione femminile, che impedisce alle ragazze di camminare tranquillamente da sole per strada o chiacchierare con un uomo in un bar. Questa costante divisione netta tra uomini e donne pesa non solo sulle ragazze, ma anche sui giovani che non hanno modo di avvicinare le coetanee e instaurare con loro una relazione più normale e diretta. Si inventano allora mille stratagemmi, dal dare il proprio numero di telefono a qualsiasi donna si intraveda dal finestrino della macchina all'utilizzare le chat come veicolo di rimorchio (questi ragazzi, però, sono apparentemente gli stessi che, se una ragazza si mostrasse interessata a incontrarli, la inquadrerebbero come una poco di buono e quindi abbandonerebbero istantaneamente...).

Forse la cosa più triste è vedere come queste giovani donne siano imbevute della cultura locale talmente a fondo da accettare come inevitabili, se non giuste, le imposizioni della società. Adattandosi alla propria condizione, si gettano in una serie di trucchetti e di atteggiamenti studiati per attrarre l'uomo di turno e obbligarlo a fare ciò che desiderano, ahimè con alterne fortune. Solo una delle quattro si ribellerà in modo più netto a questi giochetti, che ingabbiano e umiliano la propria vera indole e la sincerità di sentimenti, ma proprio per questo finirà per scappare all'estero.
Altro tema forte nella storia è la violenza che queste giovani subiscono, sia essa psicologica o fisica, sia da parte dei propri mariti/fidanzati sia da parte delle famiglie, che le considerano alla stregua di merce di scambio e vedono un matrimonio fallito come uno smacco al proprio onore.
Le ragazze hanno pochissima voce in capitolo sulla propria vita, anche matrimoniale, e sono costrette a sottomettersi alle decisioni dei genitori (e quindi del padre...) prima e del marito in seguito.

Un'ulteriore sorpresa, per me, è stato notare quanto la mentalità tribale ancora sia radicata in Arabia Saudita. Non solo; addirittura le famiglie giudicano l'accettabilità come sposa di una ragazza in base al cognome che porta: esso segnala la sua origine geografica e sociale e quindi la rispettabilità o meno della famiglia intera. Vietati i contatti con musulmani di fede non wahabita, malvisti i matrimoni con famiglie di origine straniera o che abbiano vissuto a lungo all'estero...Devo dire che, col passare delle pagine, l'atmosfera attorno alle ragazze si è fatta decisamente soffocante.

E' stato deprimente, invece, constatare come alcuni atteggiamenti, femminili ma soprattutto maschili, siano presenti anche nella nostra società. La sottomissione dei giovani all'influenza delle madri, ma soprattutto l'incapacità dei ragazzi di sfidare le convenzioni per avere ciò che si vuole davvero, scegliendo una vita di comodo magari infelice, mi ha ricordato tanti conoscenti per i quali provo un po' tenerezza e un po' pena...

Tornando al romanzo in sé, ho trovato che lo stile di Alsanea sia spumeggiante, con una narrazione sciolta e divertente che trascina. Ho divorato questo libro, una pagina dopo l'altra, senza quasi accorgermene. Sarà che i capitoli sono tanto corti e la storia delle quattro protagoniste è calibrata in un continuo avvicendarsi di suspense e rivelazioni, ma credo che questo sia proprio uno di quei libri che è impossibile mettere giù. Nota di merito anche alla traduzione, che è stata puntuale e precisa, corredata da numerose note brevi ed esaustive e da un'introduzione e una postilla sui nomi e sugli usi linguistici dell'Arabia Saudita davvero interessante per una linguista come me.

Credo si sia capito: questo romanzo mi è piaciuto molto, nonostante rimanga una narrazione a suo modo poco impegnata (non sarebbe d'accordo, su questo, la polizia religiosa dell'Arabia Saudita, che ha urlato allo scandalo). E' un modo simpatico di conoscere la società e la cultura saudita da un punto di vista femminile, che lascia comunque tanti spunti di riflessione e ci regala un affresco giovane e vitale di una popolazione che, sotto sotto, sta comunque cercando di cambiare, poco alla volta. Un gioiellino, vale la pena regalarselo.

mercoledì 13 settembre 2017

64. Vanni Santoni - La stanza profonda

Magari non si intuisce, ma io sono abbastanza nerd. Abbastanza da aver fatto una tesi sulle lingue elfiche in Tolkien, abbastanza da aver imparato a suo tempo come si dice "Devo andare in bagno" in Klingon e abbastanza da giocare a D&d in modo continuativo dall'età di 15 anni. 20 anni di gioco di ruolo, attraversando edizioni ed espansioni, fino ad arrivare a Pathfinder. Che esperienza...
Ora, tutto questo per chi non ha mai giocato di ruolo non vorrà dire nulla. Probabilmente qualcuno non saprà nemmeno cosa siano i giochi di ruolo e per questo c'è Wikipedia. Chi invece ha tirato i dadi, ha aggiornato i dati sulla scheda, ha sfogliato i manuali sa che c'è un mondo, fatto di strategie, divertimento, ma anche emozioni racchiuso in quell'esperienza di gioco. Chi ha giocato di ruolo poco forse lo sente meno; chi come me ha investito parte della propria preziosa vita in questo hobby non può non avvertire un rimestio in fondo allo stomaco, un calore dolce al solo pensiero.
Poi c'è chi ci scrive un libro e io potevo esimermi dal leggerlo?

Ricordo quando ho letto che tra i libri candidati al premio Strega ce n'era uno che parlava di giochi di ruolo. Non riuscivo a farmene una ragione. Quante persone avrebbero potuto interessarsi a un romanzo così? Premiarlo addirittura? Non a Lucca Comics, ma in una rassegna di questo livello? Il mio cervello si rifiutava.
Ho iniziato a cercarlo, dovevo leggerlo. Non è stato facilissimo reperirlo e ho dovuto aspettare fino ad ora per via di oscuri ricatti familiari che limitano i miei acquisti bibliofili (crudeltà!), ma Amazon mi è stata amica e il romanzo è arrivato tra le mie mani.
L'ho letto nel giro di circa 24 ore, forse 32.

Va detto che il romanzo "La stanza profonda" di Vanni Santoni è breve, 149 pagine, e ha un ritmo veloce, scorrevole, con una struttura narrativa degna di un dungeon master: non riesci a smettere, anche quando una sezione finisce, perché ti lascia sempre con quel pizzico di suspense che male non fa. Quindi un libro facile, allettante, con uno stile particolare e l'uso della seconda persona singolare narrativa che non è molto diffuso ma che ha funzionato, anche se credo ci sia una parte di gusto personale nel mio giudizio.
La storia non è poi molto complessa: un ex dungeon master si ritrova nella "stanza profonda", cioè quella in cui si ritrovava a giocare di ruolo con gli amici, e pensa a quanti anni ha passato tra quei manuali e quei dadi, ricorda i suoi compagni di giocate e accarezza l'idea di fare ancora una campagna, quasi a mettere una ciliegina sulla torta della propria giovinezza nerd.
Il tutto è inframezzato da lunghe digressioni sulla storia del gioco di ruolo e non solo, perché si parla anche di carte come Magic e di giochi in scatola.

"La stanza profonda" è, fondamentalmente un libro Amarcord. In questa carrellata di ricordi, la sensazione è proprio quella del tempo che fugge, che non tornerà mai più, di una adolescenza e giovinezza un po' buia, sempre disadattata, ma in qualche modo illuminata dalla soddisfazione di quell'appuntamento fisso, la riunione per giocare. Uno dei grandi limiti di questo romanzo è, secondo me, proprio la nicchia di lettori a cui si rivolge. Non è un libro che chiunque possa capire e di cui si possa godere se non si conosce bene il mondo del gioco, a mio parere. Tante citazioni, riferimenti, abbreviazioni, la maggior parte dei quali non sono spiegati e che quindi per chi nella stanza profonda non c'è mai stato non significano niente. Si rischia davvero di perdere interi paragrafi, con passaggi tipo questo:

"[...] Andre che agita i dadi tra le mani prima di sferrare un attacco, allora, 4d6 di Spadone dell'Abisso, più 50% di carica sono altri due, più 1d6 di fendente, più 1d6 di assalto, +3 di bonus al danno, +8 di forza..."

Bellissimo, anche esaltante per una come me, ma immagino meno per la maggior parte degli italiani. Questo è stato il mio primo dubbio, che mi ha anche fatto riflettere sulla improponibilità di un libro così per il premio Strega: come può un testo così autoreferenziale avere una portata nazionale?

C'è dell'Amarcord anche nel modo in cui l'autore sfrutta il ritorno al paesello natale, alla casa in cui si trova la stanza profonda, per osservare il modo in cui il mondo attorno a sé è cambiato nel corso degli ultimi 20 anni. Negozi che chiudono, mode che cambiano, persone che se ne vanno. L'attenzione è puntata sull'imbruttimento della popolazione dei piccoli centri abitati, il loro rinchiudersi sempre più in se stessi, terrorizzati da una minaccia inesistente, mentre il mondo attorno a loro va avanti e loro rimangono sempre più bloccati, paralizzati, e poco a poco muoiono. Niente sale giochi, niente manga, niente cinema, niente locali notturni, niente bambini che giocano per la strada, niente che non sia silenzioso, conosciuto e talmente innocuo da essere irrilevante. Un'economia che nega ogni novità e ogni alternativa e che finisce per collassare su se stessa, facendo scappare tutti coloro che vorrebbero di più, qualcosa di diverso, e ciò che resta sono vigili urbani intenti a fare multe a ragazzini pakistani che giocano a palla in piazza.
E' sull'onda di un revival degli anni '80 che ultimamente vedo molto, tra serie tv tipo "Stranger things", meme su Facebook e il rifacimento di "It", uno sguardo malinconico al mondo in cui vivevamo bambini (noi, generazione anni '70/80), che era tanto più pericoloso e incurante della salvaguardia della nostra salute fisica e psicologica ma tanto più reale, vitale, ricco di emozioni e di soddisfazioni concrete. Non posso dire di non condividere in parte questa lettura del nostro tempo, di non aver notato il processo di deterioramento della popolazione urbana anche a Novara, che di abitanti ne fa 100.000 e ciononostante...
C'è però un po' di autocommiserazione, di mala tempora currunt ancora una volta fine solo a se stesso, perché non c'è uno sguardo vero puntato sul futuro. Anzi, una delle cose lasciate più in sospeso è proprio il presente/futuro del protagonista, perché io di questo giovane uomo non ho capito ancora, finito il libro, quali siano i traguardi, i successi e le aspirazioni. Insomma, chi l'avrebbe dovuta salvare questa Italia dei piccoli borghi? Possibile che non si possa proprio fare nulla? L'autore è negativo, secondo me, il finale a mio avviso è da leggere in questo senso, come un'impossibilità di tornare a quei tempi perché il mondo attorno è cambiato ed è diventato più diffidente e ostile; tuttavia i quarantenni ci provano lo stesso a rivivere quelle emozioni, almeno per un po'.

Infine c'è un'apaticità emotiva che mi ha leggermente infastidito.
Faccio una premessina. Io ho giocato in diversi gruppi e ho assistito ad altri gruppi ancora giocare. Da questo ho capito una cosa: esistono grossomodo due tipi di gruppi, quelli maschili e quelli femminili. Li definisco così perché nella mia esperienza quelli del secondo tipo subiscono l'influenza a tratti benefica di una nutrita presenza di giocatrici. Quello descritto nel libro è un gruppo maschile. Questi gruppi sono molto concentrati sul gioco in sè, sulle ore passate nella stanza, ma spesso non creano delle relazioni vere e profonde tra i giocatori. Si tratta di relazioni un po' superficiali, forse, che non vanno a indagare la vita dei membri al di fuori del ruolo, e quando si smette di giocare questi gruppi tendono a perdersi, perché alla fine ognuno va per la propria strada. Ho giocato per tutta la mia adolescenza in un gruppo di questo tipo e ho riconosciuto tutte le dinamiche descritte nel libro, quelle più divertenti e anche quelle negative. I gruppi che io chiamo femminili, invece, parlano un sacco. Si sa, le donne hanno questo difetto, non stanno zitte mai, e quando si vedono tutte le settimane cominciano a parlare, parlare, raccontarsi tutti i fatti propri, aggiornarsi su ogni sfiga, ogni preoccupazione, ogni episodio buffo capitato, e si passa un'ora a fare quello invece di giocare (lato negativo) ma si creano legami più profondi e solidi, che tendono a trascendere i momenti di gioco e a durare nel tempo. Il gruppo in cui sono ora è così e mi dà molta più soddisfazione, perché so che se vado a giocare non è solo per sfogare delle frustrazioni, dimenticare i miei problemi o flettere i muscoli della fantasia, ma anche per incontrare degli amici, che saranno felici di vedermi e di condividere con me parte della loro vita. Insomma, le dinamiche sono proprio diverse e mi spiace che tanti non abbiano mai questo tipo di esperienza.
Vanni Santoni ha gestito per molti anni un gruppo in cui il trend relazionale era molto basso profilo, in cui le persone presenti erano intercambiabili, bastava giocare. Per questo credo di aver avvertito molta freddezza emotiva tra le pagine. Anche lui se n'è accorto e secondo me se n'è dispiaciuto. Vanni, so che sei lontano, ma se vuoi il mio gruppo ti accoglie pure a giocare! Falla un'esperienza femminile, è una soddisfazione!
Scherzi a parte ci sono un paio di momenti, tra cui il culmine è la vicenda di Loriano, che mi hanno lasciata un po' con l'amaro in bocca.

In definitiva direi che "La stanza profonda" è un libro che ogni giocatore di ruolo dovrebbe leggere, per riconoscersi nello scrittore e magari scoprire qualcosa in più sulla storia del gioco di ruolo. E' godibile e si legge in fretta, regalando diversi momenti di intrattenimento. Tuttavia il testo tende ad essere sanscrito per chi non ha mai avuto a che fare con questo mondo e non credo che aiuterà nessuno ad approcciarsi ad esso, rendendolo a tutti gli effetti una lettura settoriale e limitata.

venerdì 8 settembre 2017

63. John Preston - A Very English Scandal

Quest'estate sono tornata, dopo parecchi anni, nel sud dell'Inghilterra. Una vacanza di 10 giorni, molto intensa, un po' un tour de force a dire il vero, ma davvero bella e soddisfacente. Erano anni che non mi potevo permettere un viaggio così...
Non serve nemmeno che lo dica: vacanza in the UK significa barcata di libri che torna a casa con me. In questo caso sono stati 24, 11 in valigia e 13 spediti direttamente in Italia da Blackwell's, meravigliosa e storica libreria di Oxford che ha un efficientissimo servizio di spedizioni in tutto il mondo a prezzi bassissimi. Ho trovato un bel po' di tomi che cercavo da tempo, moltissimi usati con risparmi sostanziosi (i libri usati in Inghilterra costano veramente pochissimo) e molti libri nuovi acquistati con offerte molto convenienti, soprattutto per quanto riguarda i classici (come non amare i 2x1 di Blackwell's?).
Tra i libri che mi hanno accompagnato a casa c'è anche questo saggio/cronaca romanzata di John Preston, "A Very English Scandal". Il titolo in italiano suona più o meno "Uno scandalo molto inglese", ma al momento il libro non è stato ancora tradotto e dubito che mai lo sarà. In fondo è una storia di cronaca prettamente inglese, che ha colpito in qualche modo la sfera politica durante gli anni '60/'70, ma che coinvolge personaggi di cui in Italia abbiamo a malapena sentito parlare e di cui ci frega meno che niente.

Dirò subito che il titolo (e il libro di conseguenza) mi ha tradito: ho guardato velocemente la tematica (uno scandalo omosessuale che ha coinvolto figure politiche di spicco) e mi sono ricordata di un interessantissimo film-documentario, o docu-drama come vengono chiamati in inglese, che avevo visto qualche anno fa: "A Very British Sex Scandal". Anche quello trattava di uno scandalo omosessuale che aveva coinvolto la politica, tanto da portare a una ridiscussione della legge contro l'omosessualità, allora punita con il carcere. Visto che l'ho citato consiglio caldamente a chi capisce l'inglese di guardarlo, perché è veramente interessante. 

Dicevo che il titolo mi ha tratto in inganno, perché pensavo fosse il libro da cui era stato tratto il documentario e invece non c'entrava una mazza. Sigh...

"A Very English Scandal" tratta le vicissitudini di Norman Josiffe/Scott un giovane uomo dalla vita alquanto disordinata e dalla psiche sicuramente disturbata, che nel 1961 iniziò, per una serie di cause contingenti culminate in quello che l'uomo racconta come uno stupro, una relazione sessuale con Jeremy Thorpe, membro del Parlamento inglese e futuro leader del partito liberale. Uomo spregiudicato, affamato di potere e incline alla trasgressione e alla sopraffazione, Thorpe fece di Norman il suo mantenuto per un po', finché questi non si ribellò alla situazione, andandosene a cercare fortuna (mai trovata) altrove. Da quel momento in poi iniziarono i veri problemi per Norman, che rappresentava un pericolo per la carriera politica di Thorpe. Insabbiata la relazione quanto possibile, la tensione e l'ansia di essere scoperto del deputato aumentò fino a diventare ossessione, culminando nella decisione di far sparire Norman Scott una volta per sempre...

La storia è avvincente, anche se a tratti dolorosa: pensare che tutte queste cose siano successe davvero, che Norman Scott abbia davvero condotto una vita così difficile, piena di esperienze violente, di abuso e di abbandono, che ne hanno alterato irrimediabilmente la salute mentale e l'hanno portato negli anni ad autodistruggersi, mette una certa tristezza. L'intera vicenda segue due punti di vista principali: quello di Norman, appunto, e quello di Peter Bessell, un altro parlamentare membro del partito liberale e fedele sostenitore di Thorpe. Si sta un bel po' col fiato sospeso, se non si conosce la cronaca dell'epoca (ci fu un processo piuttosto clamoroso che li coinvolse tutti nel 1979), quasi fosse un thriller. Inoltre l'autore traccia una breve storia dei cambiamenti che portarono alla depenalizzazione dell'omosessualità in Gran Bretagna dal Dopoguerra agli anni '70. Per me questa parte è stata sicuramente molto interessante e mi ha dato spunti per letture future.
Però...
Ci sono alcune cose che non mi hanno entusiasmato di questo libro.

Prima di tutto lo stile di John Preston è scorrevole e divertente, è un uomo che sa narrare e non manca di inserire qualche commento, anche se a volte lo fa in maniera non esattamente trasparente. Ciononostante la storia procede lentissima. Il libro consta di 322 pagine più i saluti e i ringraziamenti finali, ma si sarebbe potuto scrivere con la metà delle parole. Preston si dilunga in dettagli, descrizioni minuziose, avvenimenti assolutamente irrilevanti o quasi; verso la metà ho avuto veramente la sensazione che stesse facendo di tutto per allungare il brodo.

Inoltre alla fine ci sono  rimasta malissimo. Insomma, non è tanto un segreto, perché la storia è riportata su internet; basta una veloce ricerca, che però io non ho voluto fare per non rovinarmi la lettura. Ecco, diciamo che l'esito del processo mi ha lasciata perplessa. Non solo, perché a quel punto ho dovuto rimettere in prospettiva tutto il libro.
Il punto è che non è mai stato provato davvero in maniera legalmente riconosciuta che i fatti narrati siano accaduti così come sono stati riportati da Preston. Questo libro è un connubio delle versioni di Norman Scott e di Bessell della storia, più qualche spezzone preso da commenti dell'epoca, articoli di giornale e inchieste sempre di allora, e quelle che credo siano dichiarazioni di altri imputati nel processo ma rilasciate soltanto in un secondo tempo, quando la notizia era ormai archiviata. Il punto è che non possiamo sapere con certezza che questa sia la versione vera e definitiva della storia. Certamente ci sono elementi di verità incontrovertibili, altrettanto certamente molti indizi indicano che altri eventi abbiano avuto luogo più o meno come vengono descritti, ma non tutto è da prendere per assodato. Quindi non si può dire che sia realmente un resoconto veritiero dello scandalo dell'epoca, né che faccia in qualche modo giustizia. Va detto anche che i protagonisti della storia sono ormai quasi tutti morti, per raggiunti limiti di età se non per malattia o altro... Quindi non c'era nemmeno la possibilità che qualcuno si ribellasse o rispondesse alle testimonianze riportate.

Insomma, è un libro interessante, come ho già detto, che mi ha tenuto compagnia e mi ha intrattenuto durante il viaggio (comprato e iniziato a Bath, l'ho finito pochi giorni dopo il mio ritorno) ma che non mi ha soddisfatta e mi ha lasciato un po' di amaro in bocca.
Non lo consiglierei, anche perché difficilmente avrà mai una traduzione, a meno che non si sia particolarmente appassionati di storia della politica inglese e non si voglia spiare sotto il velo di qualche altarino... Piuttosto aspettiamo che la BBC ne faccia la versione filmica, che dovrebbe essere a cura di Stephen Fry e con Hugh Grant nella parte di Jeremy Thorpe. Sono curiosa di vedere come lo renderanno, la BBC di solito fa le cose per bene...

sabato 2 settembre 2017

62. Mayra Montero - L'ultima notte a letto con te

Io ho sempre amato molto il genere erotico e ne ho letto. Tanto. E non sto parlando di "Cinquanta sfumature di tutti i colori che vuoi", ma di libri con un po' più di ricerca e di spessore dietro. (Senza nulla togliere alla meravigliosa ricerca di mercato che tanto successo ha assicurato alla trilogia precedentemente citata...) Per cui ogni tanto ci riprovo. Vedo un libercolo sullo scaffale, mi sembra interessante, inconsueto, minimamente serio e lo prendo. Ahimè, nel 90% dei casi le mie speranze rimangono insoddisfatte.
Mi spiace dire che anche "L'ultima notte a letto con te" di Mayra Montero fa parte di questa fetta di letteratura a mio avviso mal riuscita.
Ma procediamo con ordine.

Ciò che prima di tutto mi ha attirato di questo libro è l'autrice. Di origine cubana e cresciuta a Puerto Rico, la Montero è un'autrice assai prolifica e politicamente attiva che poco è stata tradotta in italiano. Con questo romanzo ha partecipato nel 1991 al premio La sonrisa vertical, una rassegna di letteratura erotica che si tiene in Spagna grazie al sostegno della casa editrice Tusquets. E' stata scelta come una delle finaliste, ma non ha vinto e non ne sono troppo sorpresa.

Anche il tema, comunque, prometteva di essere parecchio intrigante. Si parla di sesso in mezza età, argomento che pochi osano affrontare e che, se possibile, è considerato più tabù del sesso giovanile. I protagonisti sono due, o meglio tre: una coppia di cinquantenni, Fernando e Celia, che si concedono una crociera nei Caraibi in seguito al matrimonio dell'unica figlia Elena. Qui incontrano Julieta, sempre che questo sia il suo vero nome... Una donna un po' più vecchia di loro, almeno all'apparenza, ma con una carica vitale trascinante. Vitale e tragica, perché la drammaticità accomuna un po' tutti e tre i protagonisti. Com'è prevedibile tra Fernando e Julieta nasce una tresca sessuale che sconvolge la vita della coppia in modo, probabilmente, irreversibile. Ciononostante il romanzo non si chiude qui: alle avventure erotiche dei tre protagonisti si aggiungono una serie di lettere indirizzate da un misterioso Abel ad un'altrettanto misteriosa Angela. Questi messaggi amorosi, che sembrano non avere nulla a che fare con la storia narrata, assumono un significato per il lettore soltanto alla fine, quando una rivelazione identifica il mittente e la destinataria.

Mi piace iniziare con le note positive e tra queste c'è, a mio avviso, lo stile narrativo. La storia è narrata a due voci alternate, quella di Celia e quella di Fernando. Mi piace come l'autrice ha scelto di costruire questa alternanza, perché ha un buon ritmo e un equilibrio ben congegnato; inoltre ci permette di vedere dentro i due protagonisti, di cercare di dare un senso alle loro azioni, di leggere nelle loro anime. Celia e Fernando hanno molti segreti e molti fantasmi che li accompagnano durante il viaggio in nave.
Per Fernando il disagio è dei più classici: un bel caso di desiderio incestuoso represso, che scatena una mini-crisi di mezza età. In più c'è quella naturale noia che viene dalla monotonia di un rapporto a lungo termine, quando ci si conosce così bene da poter prevedere ogni mossa, ogni richiesta, persino le fantasie. Questo languore risveglia in Fernando una voglia di conquista, di dimostrare di essere ancora uomo, maschio, ed è la strana Julieta a diventare il fulcro delle sue attenzioni; incredibilmente non una ragazzina o una giovane donna, ma una donna dai capelli bianchi e persino più vecchia di lui, ma in qualche modo attraente in modo quasi morboso.
Dall'altra parte c'è Celia, una donna che arrivata alla mezza età vuole sentire ancora emozioni forti, sentirsi desiderabile e viva. Cerca soddisfazione nel marito, ma la sua mente la porta indietro, al ricordo del proprio amante segreto, con cui ha tradito Fernando per lungo tempo. Un uomo a cui ha concesso di tutto, nonostante la sua rozzezza e aggressività, un uomo volgare e violento che ha anche esagerato per il gusto di disporre del corpo di lei come più gli aggradava. Celia, forse stordita anche dall'atmosfera umida e soffocante delle isole caraibiche, cerca una via di fuga dall'insipido, per quanto sicuro, rapporto con Fernando e si butta in avventure esotiche pericolose, che la sconvolgono ma la fanno sentire di nuovo donna.

Ecco, forse ciò che ha iniziato a stonare è il grado di violenza, di oggettivazione a cui si sottopone Celia con i propri amanti. Gli uomini con cui fa sesso casuale la abusano, la fanno sanguinare, la mettono in situazioni di disagio; tuttavia lei gode segretamente di questi maltrattamenti, con uno spirito masochistico che proprio non apprezzo. Nel masochismo, quello vero e ben fatto, c'è un rapporto molto profondo con il sadico, basato sulla fiducia, un rapporto spesso molto profondo di condivisione; gli amanti di Celia non fanno altro che usare il suo corpo a proprio piacimento per riaffermare la propria mascolinità. Queste fantasie mi urtano probabilmente perché le trovo svilenti per la donna, che a livello sociale già tende a essere usata come una bambola gonfiabile senza bisogno di ulteriori incitamenti.
In Celia c'è un desiderio di autodistruggersi, di buttarsi via, che è malsano e che non viene appagato, giustamente, da Fernando; per questo va a cercare, più o meno inconsciamente, uomini dall'indole più crudele. D'altra parte Fernando, con tutti i suoi slanci di passione e le sue reazioni esagerate, vive in una sorta di bolla romantica di grandi tensioni e trasporto, che si applica non più tanto al suo rapporto con la moglie quanto alle sue fantasie e alle relazioni con le altre donne, Julieta in particolare. In verità, col procedere della storia, Fernando si rivela essere semplicemente un uomo debole. Questo non vuol essere da parte mia un giudizio negativo, perché per me un uomo con quelle caratteristiche è anche tenero e preferibile alla controparte rozza e volgare, ma in una cultura come quella caraibica (e anche quella mediterranea che tanto furoreggia in Italia, ahimé) quel tipo di maschio è considerato perdente. Fernando non piace a nessuno, né a sua moglie né alla sua amante di poche notti.
Julieta poi è tutto un capitolo a parte, un mistero nel mistero. Un personaggio che alterna racconti di raffinatezza e storie profondamente emotive a gesti maleducati e commenti ignoranti. Una donna che porta su di sé non una ma una serie di maschere, in una sorta di gioco delle scatole cinesi.

Il romanzo per me ha funzionato fino a metà circa. Poi ha cominciato a prendere un andamento incalzante di scoperte ma soprattutto azioni insensate che mi hanno mano a mano annoiata. Anche la super rivelazione finale, che vorrebbe legare tutte le storie, tutti i protagonisti a un unico filo del destino non mi ha illuminata tanto quanto forse mi sarei aspettata. Alla fine ho chiuso il libro con una strana sensazione di noia e fastidio, consapevole che se l'avessi riletto avrei afferrato qualcosa di più della storia intera, ma che ero troppo poco interessata ad approfondire per investire altre ore della mia vita. E dire che è corto corto.
Non consiglio questa lettura, a meno che le tematiche citate non siano tra le vostre preferite. C'è molto altro, anche nell'erotica, che merita di essere letto.

lunedì 28 agosto 2017

61. Mary Shelley - Frankenstein

Come si fa a parlare di un classico della letteratura come "Frankenstein" di Mary Shelley? Si è scritto, pubblicato, filmato di tutto e di più, tanto che forse l'opinione pubblica ne è stata un tantino sviata. Eppure è un romanzo di una semplicità e al contempo di una potenza di messaggio vivissima ancora al giorno d'oggi.

Ci sono tutta una serie di immagini e concetti su "Frankenstein" divenuti ormai popolari ma che nulla hanno a che fare con l'originale. Il mostro si chiama Frankenstein? Lo scienziato pazzo incanala un fulmine per svegliare la sua creatura? Esiste davvero l'aiutante gobbo Igor? E il mostro se ne va davvero in giro come un armadio col parrucchino muggendo?
Queste e tante altre sono le più comuni inesattezze che circolano sul romanzo di Mary Shelley, che forse pochi hanno letto, ma che moltissimi citano forti di aver visto due o tre adattamenti cinematografici. Lo dirò chiaramente: non esiste un film su Frankenstein che sia minimamente soddisfacente, secondo me.

Tornando al romanzo, due parole di presentazione. Mary Shelley pubblicò due versioni della storia, quasi identiche, una nel 1818 e l'altra nel 1831, contenente qualche revisione. Vale la pena ricordare che la prima edizione uscì anonima; Mary infatti era giovanissima e all'epoca era considerato immorale per una donna fare la scrittrice. Il suo nome compare soltanto dalla seconda edizione in poi, quando la storia era ormai divenuta famosa. Non che Mary avesse molta reputazione da difendere...
Mary Shelley, nata Godwin, fa parte dei più importanti scrittori romantici di prosa (insieme a Walter Scott e Jane Austen, che spesso viene scambiata, ahimè, per una scrittrice vittoriana...) e il cognome rivela la sua relazione con il celeberrimo poeta Percy Shelley. Mary era figlia d'arte: il padre William Godwin era un filosofo, giornalista e politico radicale, considerato uno dei primi sostenitori dell'anarchia; la madre Mary Wollstonecraft una scrittrice, considerata una delle fondatrici del femminismo e autrice del celebre "A Vindication of the Rights of Woman", in cui sostenne, tra l'altro, la necessità di educare le ragazze.
Mary fuggì di casa appena diciassettenne con il poeta Shelley, che all'epoca era già sposato, e con lui ebbe una figlia, purtroppo morta ancora neonata. Si sposarono due anni più tardi, nel 1816, dopo che la prima moglie di Shelley si fu suicidata; da lì in avanti la coppia, insieme ad alcuni amici intellettuali, tra cui il poeta e mito romantico Lord Byron, viaggiarono spesso per l'Europa.
Ecco, questo giusto per dire che la nostra Mary partiva già abbastanza svergognata, ma evidentemente il mestiere di scrittrice l'avrebbe davvero posta alla pari di una meretrice nella percezione generale...

Il romanzo "Frankenstein" nacque proprio, secondo la leggenda e anche secondo la Prefazione dell'autrice (che probabilmente invece fu scritta dal marito), in occasione di uno di questi viaggi.
Il 1816 fu un anno difficile per quasi tutto il globo. In seguito a una drammaticissima eruzione vulcanica in Indonesia (eruzione del monte Tambora) del 1815, tutto l'Emisfero Boreale nel 1816 visse quello che è conosciuto come "l'anno senza estate". Percy e Mary Shelley decisero di trascorrere questo simil-inverno in Svizzera, a Ginevra, ospiti di Byron. Essendo le condizioni meteorologiche penose (come d'altronde ci si poteva anche aspettare, nella soleggiata Svizzera...), gli amici optarono per attività indoor, tra cui la lettura di racconti di fantasmi. Da qui si generò una sfida: chi dei presenti sarebbe stato capace di scrivere la migliore storia del terrore? Ecco, mentre i maschietti presenti si deliziavano con racconti più o meno completi (e sicuramente poco famosi al giorno d'oggi), la nostra Mary gettava le basi di quello che sarebbe diventato un intero romanzo.

Il titolo completo del romanzo, che pochi apparentemente ricordano, è "Frankenstein; or, the modern Prometheus", facendo riferimento al Prometeo della mitologia greca. Chi era costui?
Prometeo, della stirpe dei Titani, appare in diversi episodi mitologici, in versioni più o meno contraddittorie e sviluppate nel corso dei secoli, da Esiodo a Platone. Alcune storie lo identificano come il creatore dell'umanità, altre ridimensionano il suo ruolo, facendone il benefattore: di certo è colui che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, venendo per questo punito crudelmente da Zeus: il mito vuole che il buon Prometeo sia incatenato ad una roccia per l'eternità e che ogni giorno un'aquila vada a beccargli via il fegato, che poi prontamente ricresce.
Quindi perché mai Mary Shelley avrebbe dovuto scegliere di associare il suo romanzo a una storia simile?
Ci sono diverse possibili risposte a questo quesito. Sicuramente i punti cruciali su cui si attrae l'attenzione del lettore sono tre: l'atto della creazione, il simbolo del fuoco e le conseguenze delle proprie azioni. E guarda caso questi sono anche, in buona parte, gli elementi fondamentali del libro.

Protagonista è appunto Frankenstein, Victor Frankenstein, giovane scienziato, che scopre il modo di ricomporre un corpo simil-umano e di infondergli la vita. Ciononostante, non appena la sua creazione apre gli occhi, Victor è così orripilato dalle proprie azioni che fugge, lasciando la creatura da sola. Quando molte ore più tardi rientra a casa è sollevato nel non trovarla più e pensa di essersene liberato. La creatura, però, è viva e, dopo alcuni incontri ravvicinati con gli umani andati decisamente male, si è rintanata nei boschi, dove invece vive felice e trova tutto ciò di cui ha necessità. Qui impara a parlare, ascoltando di nascosto una famiglia, poi a leggere; e alcune delle letture che fa influiscono fortemente sulla sua capacità di leggere il mondo e la propria vita. Decide quindi di risalire alle proprie origini, cioè al proprio creatore, Frankenstein. E' a questo punto che le loro vite si intrecciano nuovamente: la creatura scopre la città di origine dello scienziato, Ginevra, e vi si reca, in attesa. Purtroppo qui ha un incontro sventurato proprio col fratellino di Frankenstein e in un moto violento lo uccide. Questo è il primo di una serie di omicidi che distruggono un pezzo alla volta la vita affettiva dell'uomo; rimasto solo al mondo non gli resta che giurare vendetta e promette di trovare la creatura e di distruggerla, anche a costo di inseguirla in capo al mondo.
Infatti è proprio qui che li incontriamo per la prima volta, al Polo Nord. La storia è raccontata attraverso una serie di lettere, che a loro volta riportano diversi punti di vista che si intersecano e completano l'un l'altro. Sebbene il narratore principale sia Frankenstein, che confessa la propria drammatica storia, abbiamo altre due voci primarie: la creatura stessa, che parla sia attraverso il racconto di Frankenstein che dal vivo, alla fine, e Robert Walton, un giovane aspirante esploratore del Polo Nord, imbarcato su una nave con l'intenzione (suicida) di trovare una rotta per attraversare il Polo via mare. Walton rappresenta la cornice del romanzo: è colui che scrive le lettere, colui che ascolta la triste confessione di Frankenstein e infine colui che vede e parla con la creatura, potendone quindi confermare l'esistenza.

Leggendo, la mia prima impressione è stata di totale empatia con la creatura. Si sarà notato come mi sia rifiutata, fin qui, di chiamarlo "mostro"; non è stato casuale. Viene davvero da chiedersi chi sia il vero mostro all'interno di questa storia: la scellerata vittima di una creazione immonda o il creatore che quell'essere l'ha voluto e poi abbandonato? Victor Frankenstein è un uomo egoista ed egocentrico, tendenzialmente asociale, sicuramente incapace di assumersi le proprie responsabilità. Inoltre è pervaso da una bruciante sete di conoscenza, che diventa per lui un mezzo di affermazione di sé come essere umano di valore. Ha anche il tocco tipicamente romantico della drama queen, il nostro Victor, perché riesce a cadere in stato comatoso ogni volta che si trova in situazioni stressanti; roba che nemmeno Dante all'inferno, proprio...
Dall'altra parte abbiamo, appunto, la sua creatura, che nemmeno ha un nome. No, nemmeno quello ha fatto il creatore, neppure l'atto primo del riconoscimento di una vita, di un'identità: dare un nome. E' un essere mostruoso, enorme e sfigurato, perché così è stato assemblato, senza particolare attenzione per l'estetica. E' fortissimo, più resistente dei comuni mortali alle intemperie, alla fame e alla sete, alle ferite e alle malattie. Sarebbe un supereroe in potenza, la creatura, se non fosse un essere completamente isolato, rifiutato da qualsiasi società civile e anzi insultato e ferito. Si trova a vivere in un mondo di cui non conosce nulla, perché è proprio come un bambino neonato. Da solo scopre la fame, la sete, il freddo; da solo deve porre un rimedio ai propri problemi, sopperire alle proprie necessità. Non si può non empatizzare con la creatura, almeno un pochino, nonostante la furia vendicativa che più tardi la spinge ad uccidere diversi innocenti.
Victor e la sua creatura sono come un'immagine e il suo negativo, legati da molte somiglianze e per altri versi opposti.

Tornando alle tematiche legate al mito di Prometeo, la prima è appunto la creazione. Frankenstein non si prende alcuna cura dell'essere che ha generato. Come ho detto, la creatura è abbandonata a se stessa e Frankenstein è anzi felice di essersene sbarazzato. Ma non è forse vero che l'atto della creazione implica delle responsabilità? Senza toccare il lato affettivo o di contatto umano, non è prima di tutto dovere del creatore assicurarsi che un essere così grande e forte non possa nuocere all'umanità? Se davvero ha trovato la propria creazione così orribile, perché non gli ha subito tolto la vita, così come gliel'aveva data?
La creatura rinfaccia a Victor il proprio dolore, citando il "Paradise Lost" ("Paradiso Perduto") di Milton:

"Did I request thee, Maker, from my clay
To mould me Man, did I solicit thee
From darkness to promote me?"

("Ti chiesi io, Creatore, dall'argilla
di crearmi uomo, ti chiesi io
dall'oscurità di promuovermi?")

Mary Shelley pone quesiti pesanti, che risuonano in chi vive un'idea di genitorialità responsabile, scelta. C'è poi quel particolare dell'assumere in sé poteri che sono divini, come quello di infondere la vita, ma questo è un discorso molto più religioso che lascio volentieri perdere. Di certo è ὕβϱις, un atto contro natura, e come tale verrà punito dal fato.

Da qui è facile passare al tema delle conseguenze. Ovviamente tutto ciò che accade nella vita di Frankenstein è la conseguenza di quella scelta scellerata e dell'essersi rifiutato di assumersene le responsabilità. Ciononostante ci sono altri tipi di conseguenze negative presentate nel romanzo: quelle legate alla conoscenza.
Walton e Frankenstein hanno questo in comune: la volontà di scoprire qualcosa che il resto dell'umanità ignora, a qualunque costo, anche col rischio di morire e trascinare con sé le persone che di loro si fidano. La sete di conoscenza, quindi la scienza, il progresso, sono un'arma a doppio taglio, come il fuoco: possono dare sollievo, scaldare e cuocere, ma possono anche fare del male, bruciare e distruggere. Ci può essere un limite al conoscibile? La scienza si deve porre dei limiti etici, prima che pratici? Secondo Mary direi di sì. E' la creatura, ancora una volta, a regalarci un'amara considerazione sulla conoscenza.

"Of what a strange nature is knowledge! It clings to the mind when it has once seized on it, like a lichen on the rock. I wished sometimes to shake off all thought and feeling; but I learned that there was but one means to overcome the sensation of pain, and that was death - a state which I feared yet did not understand."

("Di che strana natura è la conoscenza! Si attacca alla mente, e una volta che ha preso il sopravvento è come un lichene su una roccia. Desideravo, a volte, scrollarmi di dosso tutti i pensieri e i sentimenti, ma imparai che c'era solo un mezzo per superare la sensazione di sofferenza, ed era la morte - uno stato che mi spaventava, anche se non lo comprendevo.")

Quante volte vorremmo non sapere! A me capita, ci sono situazioni in cui penso che sono felici coloro che non sanno, perché vivono sereni e non stanno male quanto chi, invece, ha coscienza, consapevolezza della verità. E' davvero sempre meglio sapere? Siamo sempre davvero in grado di gestirne le conseguenze? Non c'è risposta a questa domanda, non una giusta in modo universale, probabilmente, ma la Shelley ci lascia ad interrogarci (facendoci così soffrire!).

Ci sarebbe molto altro da dire su questo romanzo, che da solo ha fatto la storia dell'horror e ha posto anche le basi della fantascienza; tuttavia queste sono le riflessioni che mi sono rimaste più dentro. "Frankenstein" non è un romanzo perfetto, ha i suoi inceppamenti e lo stile si può percepire, al giorno d'oggi, un po' macchinoso, ma è un libro ancora attualissimo e vivo, che ha creato un immaginario intero attorno a sé e che lascia dentro tanti interrogativi su cui meditare. Quello che si definisce, del resto, un vero classico senza tempo.

mercoledì 23 agosto 2017

Edgar Allan Poe - Parte 3: i racconti di raziocinio

Chiamiamoli di raziocinio, di deduzione, o semplicemente gialli. Poco cambia: Edgar Allan Poe è a tutti gli effetti uno dei padri del giallo e, nonostante pochi lo sappiano, le sue storie hanno influenzato enormemente i grandi autori successivi, come ad esempio Arthur Conan Doyle (il papà di Sherlock Holmes, per intenderci). Anzi, nel commentare questi racconti trovo davvero difficile non fare riferimento a Sherlock Holmes, perché le similitudini e gli echi tra i racconti sono molteplici e molto forti.

I racconti di Poe considerati parte di questa categoria sono quattro: "The Gold-Bug" ("Lo scarabeo d'oro"), "The Murders in the Rue Morgue" ("I delitti della Rue Morgue"), "The Mystery of Marie Rogêt" ("Il mistero di Marie Rogêt") e "The Purloined Letter" ("La lettera rubata"). Di questi, gli ultimi tre vedono come protagonista uno dei detective più famosi della letteratura, Auguste Dupin.

[Beware! SPOILERS ahead!]

"The Gold-Bug" ("Lo scarabeo d'oro") è un racconto atipico, nel quale ancora riecheggia l'inquietante tema gotico della follia. Protagonista è come sempre il narratore, ma questa volte l'attenzione è tutta puntata su William Legrand, suo amico e bizzarro collezionista di insetti. 
Questi trova un giorno, nel corso di una passeggiata nella campagna circostante, uno strano scarabeo dorato. L'evento, sebbene inusuale, sembra non avere conseguenze particolari, se non che, in seguito a una serata di chiacchiere, Legrand pare divenire pensieroso, tormentato. Di lì a poco il suo comportamento, sempre più strano, mette in apprensione anche il servitore dell'uomo, che lo crede, così come il narratore d'altronde, pazzo. 
Ma non è così. Legrand ha scoperto per caso qualcosa di incredibile, che in qualche modo è legato proprio a quello strano insetto dorato, e ha intenzione di fare di tutto per provare di avere ragione.
Questa storia è meravigliosamente avvincente, sebbene la prima parte, quella della sospetta follia per intenderci, sia un po' pesantina. E' costruito, dicevo, in modo peculiare, perché abbiamo antefatto, conseguenze, azione e solo alla fine la spiegazione dell'intera vicenda. Legrand è un uomo di grande intelletto e capacità di deduzione; noi invece, così come il narratore, viviamo gli eventi da osservatori esterni e veniamo sballottati senza capirci niente per pagine e pagine, fino alla totale conclusione e analisi. 
Uno dei dettagli più innovativi e seducenti del racconto è l'introduzione geniale, da parte di Poe, di un misterioso messaggio cifrato.


Chiunque abbia letto "The Adventure of the Dancing Men" ("L'avventura degli omini danzanti"), uno dei racconti di Sherlock Holmes di Conan Doyle, riconoscerà il procedimento di decriptazione, spiegato con precisione e guidato passo passo. Io ho da sempre una piccola infatuazione per i messaggi in codice e per questo la storia mi è tanto più piaciuta.
Ci sono anche altri eco nel lavoro di Conan Doyle che si possono ricollegare a questo racconto, ad esempio "The Adventure of the Musgrave Ritual" ("Il cerimoniale dei Musgrave"), ma sarebbe solo una goccia nel mare delle opere in qualche modo ispirate a "The Gold-Bug". Citerò soltanto, per rendere l'idea della portata internazionale di Poe, il romanzo "Morbose fantasie" di Jun'ichirō Tanizaki (giapponese!), completamente basato su questo racconto e di cui ho già parlato qui.

Il trittico successivo, come precedentemente detto, è legato al personaggio del detective privato Auguste Dupin. Ma sarà poi giusto chiamarlo detective? Forse no, perché per Dupin la risoluzione dei crimini è quasi un passatempo, un hobby intellettuale, ma non abbiamo una parola migliore per descrivere qualcuno che si impegna a trovare il colpevole di crimini misteriosi.
Ok, lo dico ancora una volta: Auguste Dupin è Sherlock Holmes. Un proto-Sherlock Holmes. Sono talmente tante le caratteristiche che hanno in comune che si fa fatica a contarle: entrambi usano le proprie capacità di ragionamento e la propria intelligenza assolutamente al di fuori della media per risolvere casi all'apparenza irrisolvibili, entrambi sono personaggi piuttosto sociopatici, che passano la maggior parte della propria esistenza chiusi in casa in una sorta di torpore depressivo da cui vengono svegliati soltanto dall'eccitazione di un nuovo caso da risolvere, entrambi sono più interessati a svelare il mistero (e a dimostrare di aver ragione) piuttosto che ad assicurare i malfattori alla giustizia. Sono consultati dalla polizia nelle indagini più impervie e delicate (quindi Sherlock Holmes NON è il primo consulting detective della storia) e hanno una nemesi con cui si scontrano in un costante tentativo di battere l'altro in astuzia: Moriarty per Sherlock Holmes, il misterioso ministro D. per Dupin. Persino la modalità di narrazione è la stessa: in uno abbiamo il famoso Watson, in Poe il narratore è un amico intimo, l'unico, di Dupin, con cui convive e di cui esalta l'ingegno.
D'altronde l'ha ammesso anche Conan Doyle di aver preso non poco spunto dall'opera di Poe. Nella prima avventura di Sherlock Holmes, Watson lo paragona proprio a Dupin per complimentarsi con lui del suo intelletto acuto. Naturalmente il caro Sherlock ringrazia, ma afferma di essere pure meglio di lui, che in fondo era poca cosa...
Al di là dell'umiltà sherlockiana, tutta la sfilza di detective di genio venuti dall'Ottocento in poi devono, in parte, la propria esistenza a Poe. La strada segnata dal personaggio di Dupin è rimasta, da allora, il punto di riferimento di tutti i più grandi scrittori e con ogni probabilità continuerà a esserlo in futuro. Ciò che rende il tutto ancor più incredibile è che Poe, tutto questo, l'ha fatto con tre soli racconti...

"The Murders in the Rue Morgue" ("I delitti della Rue Morgue") è un classico giallo della camera chiusa. Due donne, una giovane e la madre, vengono brutalmente assassinate nella propria casa, in cui vivevano sole e in una sorta di reclusione dal mondo esterno. Quando i soccorsi arrivano, sentendole urlare, nell'aprire la porta non trovano nessuno. Le donne sono morte e apparentemente il colpevole è stato qualcuno dotato di una forza enorme, ma dell'assassino nella stanza non c'è traccia, né pare esserci  alcuna via di fuga. Dupin, però, intuisce subito che ciò che sembra impossibile a volte lo è solo in apparenza...
Questo racconto è geniale e davvero efficace nel tratteggiare il personaggio di Dupin. Purtroppo, negli anni, il mistero e la sorpresa nella risoluzione del caso si sono un po' persi, specie a causa di copertine come questa (che troneggiava sulla mia edizione):


Se mai l'incauto lettore non avesse già sentito parlare di questa storia, gli basterà dare un'occhiata all'immagine per farsene un'idea... E' davvero incredibile quanta poca accortezza ci sia, da questo punto di vista, nell'editoria.
Ciononostante questo rimane probabilmente il più bello dei tre racconti su Dupin e il più coinvolgente, almeno per me. Un capolavoro puro.

"The Purloined Letter" ("La lettera rubata") è il racconto in cui fa capolino il misterioso personaggio del ministro D.. Di lui il lettore non riesce a scoprire granché, se non che è un uomo dalle mille risorse e che conosce molto bene la società parigina in generale, che riveste un ruolo piuttosto importante anche dal punto di vista politico e che è un ricattatore. Il fatto che questo infido individuo non faccia parte, come in altre serie, della criminalità organizzata o non si nasconda nell'ombra, ma sia invece un uomo in vista e conosciuto mi ha completamente spiazzato e stupito. Poe non è mai banale, in questi racconti, e lo dimostra una volta di più nel creare la nemesi di Dupin. Non sappiamo molto di ciò che in passato è intercorso tra i due, che evidentemente si conoscono bene, ma dalle allusioni di quest'ultimo pare di intuire una serie di sgarri, di sfide, che spingono Dupin ad un cupo desiderio di vendetta. Come già si è visto la vendetta è un tema caro a Poe e si può arguire che lo scrittore non fosse del tutto contrario a una soluzione privata dei propri problemi...
Anche in questo caso i rimandi ad altri racconti successivi sono tanti (tanto per citarne alcuni "A Scandal in Bohemia", "The Adventure of the Second Stain" e "The Adventure of Charles Augustus Milverton", tutti e tre sherlockiani). Insomma, una lettera sottratta, un ricattatore, un'importante personalità pubblica che rischia di cadere in disgrazia... Ingredienti divenuti classici.

"The Mystery of Marie Rogêt" ("Il mistero di Marie Rogêt"), invece, è un racconto alquanto strano ed inquietante. Strano perché i protagonisti elucubrano a lungo sul delitto (una povera ragazza trovata morta in un fiume dopo un allontanamento forse volontario da casa) ma non pervengono ad alcuna conclusione, quindi si potrebbe dire un racconto incompiuto; inquietante perché la tragica vicenda di Marie Rogêt è stata ispirata da una storia di cronaca nera reale, avvenuta a New York nel 1841, un anno prima della pubblicazione del racconto. La vittima, una giovane di nome Mary Rogers, fu trovata morta e si sospettò subito un omicidio. La storia colpì molto l'opinione pubblica, poiché la ragazza era già nota per una precedente scomparsa di pochi giorni ed era piuttosto conosciuta in città. Ciò che Poe fa è qualcosa di completamente nuovo: prende tutti i dettagli riguardanti il caso, ogni singola testimonianza e articolo di giornale, e li riadatta, ambientando l'omicidio a Parigi e cambiando i nomi dei protagonisti. Dopodiché sguinzaglia Dupin e gli fa analizzare il caso, cercando di appurare quanto più possibile la verità.
La cosa curiosa è che nella ristampa, avvenuta alcuni anni più tardi, questo racconto è stato corredato dallo stesso Poe di numerose note: il ricordo del caso di cronaca, infatti, non era più molto nitido nella memoria e i lettori avrebbero potuto non cogliere i numerosi riferimenti e le citazioni. Grazie a dio ci ha lasciato tali note, così oggigiorno, dopo tanti anni, possiamo ancora seguire perfettamente tutto l'accaduto!
Come dicevo Poe non porta a termine l'indagine, vale a dire che non trova un colpevole. Fa alcune considerazioni, delle ipotesi, smonta alcune tesi dei quotidiani dell'epoca, ma non è in grado di puntare il dito su qualcuno in particolare. Questo è piuttosto frustrante, perché tutti noi ci aspettiamo, alla fine di un giallo, di scoprire chi è il colpevole. E' anche il più cervellotico dei racconti: i protagonisti non escono mai dal loro appartamento, ma l'intera indagine avviene tramite le pagine dei quotidiani, direttamente dalla poltrona del salotto. Insomma, è un racconto un po' statico. Ciononostante è anche il racconto in cui, più di ogni altro, si nota la mente geniale dell'autore. Poe doveva essere un'intelligenza superiore, fatto denotato già dalla complessità delle sue storie del terrore e del grottesco. Qui dà sfogo e sfoggio della sua cultura a 360°, delle sue capacità analitiche e logiche, insomma delle qualità superiori che rendono speciale Dupin. 

[End of SPOILERS!]

Se dovessi consigliare una serie di racconti da cui iniziare ad avvicinare Poe io non avrei dubbi, indirizzerei l'attenzione su questi. Non riuscirò mai a sottolineare abbastanza la grandezza di questo scrittore nel redigere queste storie, la grandezza di chi dà vita a un genere letterario nuovo, pur con le sue pecche (ma quale ciambella nasce col buco al primo colpo?). Nessuno dovrebbe poter dire di conoscere la letteratura mondiale senza aver letto queste opere.

 (E con questo si conclude la mia prima rassegna dell'opera di Poe. Per praticità qui trovate la prima parte e la seconda parte.)

domenica 20 agosto 2017

Edgar Allan Poe - Parte 2: le storie gotiche "di carattere"

Ok, non è proprio la dicitura giusta, ma l'ho presa in prestito dalla danza. La danza di carattere è quella parte del balletto classico di repertorio che vuole rappresentare le tradizioni musicali e coreografiche di un determinato Paese, creando quindi un balletto che ne rappresenti lo spirito. Da qui le varie danze russe, spagnole, arabe, ecc ecc. Non è detto che lo incarni realmente, ma ne incarna l'intenzione.
Nella seconda sezione del mio libricino di racconti scelti di Edgar Allan Poe, questi hanno in comune la caratteristica di avere una collocazione geografica ben precisa, specificata dall'autore. Fanno parte di questo gruppo "The Masque of the Red Death" ("La maschera della morte rossa"), "Hop-Frog", "The Pit and the Pendulum" ("Il pozzo e il pendolo") e "The Cask of Amontillado" ("Il barile di Amontillado").

Questi quattro racconti sono piuttosto famosi e non seguono un filo conduttore comune, sebbene in alcuni casi si ripresentino tematiche o dettagli comuni. Cercherò quindi di dire due parole su ciascuno, sempre nella più completa mancanza di analisi critica e letteraria in quanto tale.

[Beware! Spoilers ahead!]


"The “Red Death had long devastated the country. No pestilence had ever been so fatal, or so hideous. Blood was its Avator and its sealthe redness and the horror of blood. There were sharp pains, and sudden dizziness, and then profuse bleeding at the pores, with dissolution. The scarlet stains upon the body and especially upon the face of the victim, were the pest ban which shut him out from the aid and from the sympathy of his fellow-men. And the whole seizure, progress and termination of the disease, were the incidents of half an hour."



("Per lunga e lunga stagione la “Morte Rossa” aveva spopolato la contrada. A memoria duomo non sera mai veduto una peste così orribile, così fatale! A guisa del Vampiro, sua cura e delizia, il sangue, la rossezza e il lividore del sangue. Neglinfelici coltine si manifestava dapprima con dolori acuti, con improvvise vertigini; e dappoi un sudare e trasudar copioso, donde lo sfinire è il dissolversi infine di tutto lessere. E chiazze porporine su la pelle, soprattutto sul volto delle vittime, facean sì che queste fossero schifate e fuggite da tutti, nè soccorso o alcun segno di simpatia le consolasse. Invasione, progresso ed effetti del male erano una cosa stessa, laffare dun momento.")


"The Masque of the Red Death" ("La maschera della morte rossa") è sempre stato uno dei miei racconti preferiti in assoluto. Ha un ritmo incalzante, descrizioni capaci di proiettare nella nostra mente immagini nitide e spettacolari, che colpiscono non solo la vista, con i loro vividissimi colori, ma anche gli altri sensi, in particolare l'udito. E poi c'è la peste, che dona sempre un tocco macabro e angosciante alla narrazione.
Poe ambienta la storia nel nord Italia, in un tempo imprecisato che potrebbe essere il XIV secolo tanto quanto il XVII, sebbene io propenda per la prima opzione. La ragione è semplice: questo racconto racchiude tutti gli elementi classici del gotico, dall'ambientazione medievale al castello. Anche la scelta di nazioni latine non era casuale: Italia e Spagna in particolare, per la loro posizione, le loro tradizioni e superstizioni e la religione Cattolica, erano considerati Paesi esotici, ricchi di mistero e magia, un po' come l'Estremo Oriente per gli europei di oggi. In quest'area non meglio precisata dell'Italia imperversa un'epidemia, un male orribile che porta ad una morte straziante e cruenta. Per salvarsi e salvare gli altri nobili dalla malattia, il principe Prospero invita mille persone nel proprio palazzo, dove attenderanno che l'emergenza finisca. In questa situazione da Decamerone, Prospero indice uno sfarzoso ballo in maschera, ma nel corso della serata qualcosa di inaspettato si farà strada tra gli invitati...
Al di là delle considerazioni letterarie, dal mio punto di vista questo racconto è un inno alla caducità della vita e all'impossibilità da parte dell'uomo di evitare il fato/la morte. Se ci pensiamo, l'umanità negli anni si è mossa ed evoluta sempre più in questa direzione: eliminare le possibili cause di morte, minimizzare i rischi, rendere la nostra vita sicura, prevedibile, certa. E' proprio per questo che soffriamo tanto l'angoscia dell'imprevisto, dell'incidente fatale. Fino a pochi anni fa l'abitudine alla morte rendeva gli uomini più fatalisti, più abbandonati al destino, a ciò che veniva chiamato il "volere di Dio". L'uomo moderno si distingue proprio per questa sua ribellione al fato, per il suo desiderio di autodeterminarsi. Ebbene, Poe ha una visione decisamente negativa in merito. Saranno stati i lutti a renderlo tale? Non lo sapremo mai, ma la frase finale del racconto non lascia scampo:

"And Darkness and Decay and the Red Death held illimitable dominion over all."


("E le Tenebre, la Rovina e la Morte Rossa stabilirono sopra tutte le cose il loro illimitato impero.")

"The Pit and the Pendulum" ("Il pozzo e il pendolo") è probabilmente altrettanto famoso, anche se mi ha appassionato un po' meno. E' una storia più avventurosa e per certi versi drammatica, imperniata inoltre (ancora una volta) sull'incognita di ciò che ci aspetta.
Ci troviamo stavolta in Spagna durante le guerre napoleoniche. Un ufficiale francese, imprigionato dalla Santa Inquisizione spagnola, è sottoposto a una serie peculiare e assai fantasiosa di torture psicologiche che mirano in ogni caso alla sua eliminazione fisica. In questo scritto Poe mette in campo una serie di meccanismi e congegni che sono nel tempo passati nell'immaginazione popolare: film d'azione come "I Goonies", "Indiana Jones" e anche thriller come "Il collezionista d'ossa" devono qualcosa a questo racconto. La tensione nella storia è palpabile e l'utilizzo del buio in particolare fa molto presa su un'angoscia (quella dell'oscurità, appunto) che non ha mai lasciato del tutto l'essere umano. Forse ciò che rende, a mio personalissimo gusto, questa storia un po' meno entusiasmante è proprio lo sfruttamento che i sopracitati meccanismi hanno avuto nella letteratura e cinematografia seguente: alcune strategie le possiamo anticipare, il colpo di scena perde un po' di impatto. Certo è che la Santa Inquisizione, secondo Poe, doveva avere una mente ben perversa...e probabilmente aveva ragione.

"Hop-Frog" e "The cask of Amontillado" ("Il barile di Amontillado") hanno molto in comune, da un certo punto di vista. Prima di tutto perché sono entrambi racconti di vendetta. Il primo ambientato in Francia, il secondo di nuovo in Italia, in particolare a Roma, narrano vicende assai diverse ma che tendono sempre alla rappresentazione di un cupo e assassino desiderio di rivalsa.

Nel primo caso protagonista è un deforme giullare di corte. Chi ha un po' di familiarità con l'opera lirica penserà subito al Rigoletto, perché anche Hop-Frog è un gobbo; tuttavia quest'ultimo viene descritto fin da subito come un essere quasi scimmiesco. Dall'incredibile agilità, la bassa statura, l'origine misteriosa, il lettore si fa l'idea di un personaggio che poco ha di umano. Non ci sorprende quindi l'atto totalmente crudele e disumano che conclude la narrazione. Ad ogni modo ciò che colpisce il lettore nel corso di tutta la vicenda è la mostruosità degli uomini di potere protagonisti di questa storia, che abusano di Hop-Frog e della sua compagna Trippetta in continuazione, dando sfoggio ad una ignoranza, di una stupidità e ad una bruttura che, da un certo punto di vista, fa pendere la bilancia della compassione dalla parte del giullare nonostante tutto.

Il secondo invece è un vero e proprio omicidio, orchestrato con la minuzia tipica di una vera mente criminale. "The cask of Amontillado" potrebbe essere il racconto-simbolo del detto "La vendetta è un piatto che va servito freddo". Protagonisti sono due gentiluomini, che in passato hanno avuto qualche traversia, qualche scontro di cui il lettore non sa nulla di più. Ciò che pare certo è che, almeno per Fortunato, questi bisticci non sono stati altro che sciocchezze, mentre per Montresor, l'io narrante della vicenda, gli screzi e gli insulti sono andati sommandosi fino a raggiungere il culmine. E in perfetta tradizione italiana l'onta va lavata col sangue.
Poe utilizza in questo racconto uno dei suoi temi preferiti, quello del seppellito vivo, ma a differenza di altre storie, in cui questo si ritorce contro il protagonista, qui Montresor ha totale soddisfazione.
In generale, l'impressione più forte che ho avuto da questi due racconti è di un certo godimento, da parte di Poe, nel far compiere una terribile vendetta ai propri personaggi. Non c'è morale alcuna, non c'è accusa: forse lo scrittore non era poi così contrario all'idea della giustizia fai-da-te...

[End of SPOILERS!]

E con questo si passa, con grande godimento, ai quattro celeberrimi racconti del raziocinio...