giovedì 19 ottobre 2017

69. Margaret Atwood - The Handmaid's Tale

"There is more than one kind of freedom," said Aunt Lydia. "Freedom to and freedom from. In the days of anarchy, it was freedom to. Now you are being given freedom from. Don't underrate it."


("Esiste più di un genere di libertà, diceva Zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell'anarchia, c'era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo.")

A volte è proprio grazie a un film o a una serie televisiva che si scoprono gioielli della letteratura. Non avevo mai sentito parlare di questo romanzo prima che venisse girato il serial andato in onda quest'anno, ma una volta adocchiato ho bramato disperatamente averlo e leggerlo. Ecco la copertina della mia copia, rigorosamente in lingua originale, altro regalino che mi sono fatta da Blackwell's a Oxford...

"The Handmaid's Tale" ("Il racconto dell'Ancella" nella versione italiana) è un romanzo distopico pubblicato ormai trent'anni fa, nel 1986, da Margaret Atwood, scrittrice e poetessa canadese.
La prima cosa che mi ha colpito di questo romanzo è la costruzione e lo stile narrativo: raccontato tutto in prima persona, è una sorta di memoria orale, solo in seguito trascritta, di una donna senza nome, e quindi senza identità. Partendo dalla descrizione della propria routine, dei propri spazi vitali e delle poche persone che la circondano, la donna ci mostra poco a poco gli orrori del mondo in cui vive, una dittatura teocratica di ispirazione cristiana veterotestamentaria in cui la vita di ogni essere umano è controllata e decisa a priori da una rigida serie di leggi.
Lo stile della Atwood è delizioso: delicato, raffinato, ricco di potere evocativo, scorre fluido e disegna attorno a noi un paesaggio mano a mano più cupo, freddo e aspro. Ciononostante per tutto il libro sono stata accompagnata da immagini luminose, cariche di colori forti, rosso, blu, verde, ma sfumati nel bianco dei veli, delle tende, delle lenzuola. Non mi ha sorpresa scoprire che quest'autrice ha scritto anche poesia; a mio avviso il tocco si sente. Inoltre la narrazione è perfettamente dosata, bilanciata: i capitoli si susseguono come una collana di perle, impossibile fermarsi, e ogni sezione è inframmezzata dalla Notte, il tempo del riposo ma anche della solitudine e della meditazione. Il tempo delle cose segrete, dei ricordi e delle follie. Se non avessi ricominciato a lavorare questo libro me lo sarei divorata; così è durato qualche giorno in più...

Impossibile parlare di questo romanzo senza spoiler. Quindi mi spiace ma chi non l'ha letto salti alla fine.

[Beware! Spoilers ahead!]

Ho sentito dire un po' di tutto di questo libro. Devo dissentire con alcuni pareri.

Secondo me questo romanzo non si concentra sullo sfruttamento sessuale della donna; il centro della storia non è quello. Non è solo la vita delle Ancelle ad essere costellata di continui abusi, poiché le Marta (le serve di casa) e le Mogli sono altrettanti impotenti, relegate al loro ruolo e alla maschera che devono indossare quotidianamente. Compito dell'Ancella è accoppiarsi col Comandante di casa, del quale porta il nome, e dargli una prole, ma il palese abuso sessuale intrinseco non è né meglio né peggio di ciò che passano le altre donne, probabilmente. La Atwood, piuttosto, fa qui una riflessione sui rapporti tra i sessi e i delicati equilibri che rischiano di spezzarsi in continuazione all'interno della nostra società. Inoltre vi è una evidente attenzione alla pericolosità della religione quando diventa una scusa per imporre il proprio stile di vita e diffondere la violenza.
La Atwood scrive pochi anni dopo aver visto la realizzazione di una catastrofe sociale molto simile: la rivoluzione in Persia e l'instaurazione di quello che è l'attuale governo teocratico in Iran. Probabilmente quegli eventi erano molto freschi nella mente della scrittrice e per una donna colta e sensibile all'arte non poteva passare inosservato non solo l'uso criminale della violenza nelle purghe della rivoluzione, ma anche la veloce presa di potere di un gruppo di estremisti religiosi che per prima cosa attaccarono le donne e la diffusione della cultura stessa. Limitazione del movimento, dell'abbigliamento, delle attività consentite, censura dei libri, dei film, della musica. E ci sono riusciti, il regime è ancora lì: in pochi anni la Persia passò da un grande stato simil-occidentale, per quanto piagato da annosi problemi interni, a un mondo isolato, arretrato e controllato tramite il terrore. Non è forse questo che narra la Atwood? Persino di più: quel che vuole dirci è che il problema non è la religione islamica, checché ne dica qualche scrittore o scrittrice occidentale, perché potrebbe succedere anche qui, anche a noi, anche nella diversissima, modernissima e cristianissima America del Nord.
Personalmente ho sentito un velo di inquietudine avvolgermi quando l'autrice cita, con nonchalance, gli eventi all'inizio della rivoluzione, l'attentato alla Casa Bianca di matrice islamica, poi rivelatosi una montatura per destabilizzare il Paese, e le milizie armate che se ne stavano pronte ad aspettare di intervenire e prendere il controllo... Se fossi un po' più complottista direi che è uno scenario per lo meno credibile in questi giorni di tensione politica, proprio e soprattutto negli Stati Uniti.

La vita della protagonista, ovviamente, è orribile, un inferno, in cui lei combatte, cercando di restare disperatamente attaccata ai ricordi della sua vita normale per non impazzire, per non perdere se stessa e la speranza, per non suicidarsi.
Non ha nome, la nostra protagonista, e credo che ci siano due motivi alla base di questa scelta. Prima di tutto togliere il nome a una persona è un modo per togliere l'identità, per farlo diventare un numero, un ingranaggio. Deumanizzare per controllare, annullare la resistenza psicologica. Le Ancelle non hanno più un nome di battesimo ma prendono il nome di chi le possiede perché si mettano bene in testa che sono ormai solo un involucro al servizio del padrone di casa. Se passasse abbastanza tempo, se nessuno pronunciasse quel nome abbastanza a lungo, l'Ancella finirebbe per perdere se stessa, per sempre.
Non solo. L'Ancella è senza nome perché è ogni donna. "Everyman", la famosa morality play, vale a dire un dramma allegorico, ha come protagonista proprio un uomo di nome Everyman, cioè "Ogni uomo", perché egli è rappresentativo di tutta l'umanità. Così l'Ancella volutamente senza nome è simbolo, immagine di qualsiasi donna, di ciò che potrebbe diventare.
Questa è una delle cose che più mi hanno dato fastidio nella serie televisiva, così come nella resa filmica: subito le hanno appioppato un nome, di fantasia chiaramente, perché non poteva esistere una protagonista senza un'identità. Volevano sapere chi fosse, darle una connotazione, che invece non doveva avere. D'altronde questo ha influito sulla caratterizzazione che poi è stata data a questa donna nelle succitate versioni: alla fine viene sempre ritratta come una combattente, una ribelle, una capopopolo quasi, che lotta per liberarsi e difendere le persone a cui vuole bene. Ne hanno fatto un'eroina e delle Ancelle un esercito, ma sono quasi certa che Margaret Atwood non volesse questo. L'Ancella non è un'eroina, ma solo una donna resiliente, che si piega ma non si spezza, che resiste in silenzio, cercando di non morire. Tutto qui. Perché non è credibile che una donna qualsiasi levi la testa in quel tipo di società e non venga giustiziata all'istante e perché le donne qualsiasi non lo fanno. Sono poche le vere ribelli, le altre hanno paura, com'è normale, e si difendono come possono. Credo che volesse parlare di loro l'autrice, che di eroi senza macchia ce ne sono già tanti nella letteratura e con quelli non si entra mai davvero in empatia.

L'autrice parla anche della corruzione insita nella società umana. Nemmeno Gilead, lo stato ideale fondato dai rivoluzionari nel romanzo, riesce a sottrarsi a questa condanna. Anzi, sono gli stessi capi della rivoluzione a mantenere in vita, con una serie di infrazioni al regolamento, usanze ritenute immorali, oggetti ormai proibiti, persino bordelli segreti. Pare che l'uomo, secondo la Atwood, sia geneticamente incapace di rinunciare alla trasgressione. In fondo in Italia questo modo di fare lo conosciamo bene, la gogna è sempre per gli altri, le regole sono per tutti tranne che per noi stessi, che se invece possiamo aggirarle è meglio. Chissà, probabilmente questa inclinazione alla trasgressione è anche lo spazio di manovra che permette all'umanità, ogni volta che si trova in una situazione di sofferenza senza sbocco, di rinnovarsi, ricominciare da capo con nuove regole.

Come ho già citato, alla fine di questa lettura ho subito provveduto a vedere sia il film del 1990 sia l'acclamata serie televisiva. Io sono una difficile, nelle trasposizioni; è vero, non mi piace quasi mai niente. Se devo dire la mia, il film mantiene molto meglio le atmosfere che io ho immaginato leggendo e anche l'identità dei protagonisti. Il telefilm invece, nonostante ciò che si è detto su qualsiasi piattaforma, per me è stato un calvario.
Probabilmente per chi non ha letto questo libro la serie ha un appeal maggiore. Chiaramente, in assenza di un parametro, ogni cosa può sembrare ben fatta. Eppure c'è così tanta diversità, non tanto negli eventi in se stessi, perché quelli si sa che possono e a volte devono essere un po' rimaneggiati per poterli narrare in altra forma, ma proprio nel sentimento alla base del romanzo e nella sensazione che questo trasmette.
Una delle scelte più scellerate, secondo me, è la sessualizzazione estrema che è stata portata avanti, puntata dopo puntata. Se ci si fa caso, c'è almeno una scena di sesso in ogni singolo episodio, spesso più di una. Nel romanzo il sesso è certamente presente ed è sicuramente il momento più traumatico della vita della protagonista in casa del Comandante, ma è molto evanescente, poco descrittivo, poco presente. Persino la Cerimonia, cioè il momento in cui l'Ancella si accoppia col Comandante, viene citata più volte nei primi capitoli, ma sempre come allusione e non viene descritta fino a circa la metà del romanzo. La metà, vale a dire dopo diversi capitoli. Un'altra cosa che certamente si sente è l'estrema differenza tra il sesso che lei è costretta a fare con il Comandante e quello che fa più avanti con Nick, nelle sue scorribande pseudo-sentimentali. Ci sono alcuni dettagli che aiutano a trasmettere al lettore il disgusto per il sesso che è obbligata a fare, primo tra tutti la descrizione del Comandante stesso: un uomo vecchio, coi capelli bianchi e un fisico ormai cadente. A questo si aggiunge la presenza della Moglie, Serena Joy, che è ormai invecchiata a sua volta e la tortura affondandole il proprio anello di fidanzamento nelle mani. Una delle cose che l'Ancella ripete più spesso è che tiene sempre gli occhi chiusi, durante la Cerimonia, aspettando che sia tutto finito.
Che scelta fanno invece nel telefilm? Scelgono un attore ancora giovane per la parte del Comandante; non solo, un uomo piacente, potremmo dire sexy, dal sorriso misterioso e seducente come i suoi occhi scuri. Joseph Fiennes può piacere o no, non si discutono i gusti, ma è la cosa più lontana da un vecchio con la pancetta e i capelli bianchi. Mi piacerebbe sapere cosa ha giustificato una scelta simile. Purtroppo temo che qualche spettatrice/spettatore, guardando la serie, abbia anche pensato "Be', io da uno così mi farei dare una ripassatina anche subito, altro che Cerimonia...". Se anche soltanto una persona avesse formulato un pensiero simile guardandola, questa resa dell'opera avrebbe perso ogni valore, tradendone anzi lo spirito. Perché poi anche la Moglie sia stata rappresentata come una donna giovane e bella mi sfugge totalmente. Forse vecchia e disabile non sarebbe piaciuta al pubblico, che avrebbe pensato che in fondo il Comandante aveva ragione a rimpiazzarla... E perché quell'Ancella tiene sempre gli occhi aperti durante il sesso? Ma se pensiamo che addirittura l'hanno fatta depilare, cosa che nel libro era proprio sottolineata come proibita...
Sono tanti i perché generati da questa serie, almeno nel mio cervello. A fronte di una continua attenzione al sesso, quasi morbosa, tanto che hanno aggiunto personaggi extra per parlarne ancora un po', la Gilead televisiva è molto meno controllata di quella del libro, le Ancelle si muovono liberamente per casa e chiacchierano spensieratamente in ogni dove; tutto ciò mentre la parte forse più angosciante del romanzo è la costante sensazione di essere spiati, l'incapacità di gestire qualsiasi aspetto del proprio tempo e del proprio corpo in modo indipendente. Anzi, è proprio quel mutismo forzato, l'impossibilità di alzare gli occhi e salutare un uomo all'interno della casa stessa, l'essere costrette a leggersi praticamente le labbra per parlare che instilla una costante ansia, la paura che paralizza anche la protagonista per quasi tutto il tempo.
Come ho già detto, se devo scegliere una versione video del romanzo, mille volte meglio il film del 1990. Anni luce, proprio.

Dimenticando tutto questo parlare di televisione, vorrei spendere le ultime due parole sul finale. L'autrice simula una convention di studiosi del periodo storico a cui risale la testimonianza anonima dell'Ancella, dandoci così una visione di ciò che è successo dopo, non alla protagonista ma al suo mondo. 150 anni dopo la Repubblica di Gilead sembra essere collassata su se stessa, per tornare a una società molto simile a quella precedente, cioè alla nostra società contemporanea. Messaggio positivo, quindi: tutto passa. Non sappiamo invece se la nostra Ancella sia riuscita a scappare, a sopravvivere, ma ancora una volta forse non era quello il focus per la Atwood: lei è solo una tra tante e sappiamo che altre ce l'hanno fatta, si sono salvate e hanno lasciato le loro storie, e che il mondo è andato avanti e ha superato quel periodo.
Quello che mi ha lasciato un senso di disagio, riguardo quest'ultima parte, è la leggerezza con cui si parla di quel periodo storico e del racconto dell'Ancella. Sono i posteri: l'autrice dà un'idea del distacco emotivo con cui si guardano e giudicano gli eventi e le esperienze altrui quando sono lontane dal nostro vissuto. Sono vite umane, quelle di cui si parla, violenze, morti, ma visto che sono così distanti da chi le legge ci si può anche fare una battuta sopra, e perché no qualche risata.
Non serve vivere nel futuro per avere quel genere di distacco dagli eventi. Noi stessi siamo tremendamente freddi nel discutere al bar delle situazioni in Medio-Oriente o in Africa...

[End of spoilers!]

Conclusione: questo romanzo è meraviglioso e struggente allo stesso tempo, non capisco perché non fosse più famoso a livello mondiale, ma merita di essere letto e discusso al giorno d'oggi come trent'anni fa. Un libro modernissimo, fortemente attuale nel suo essere una distopia (quindi riuscitissimo). E' entrato di prepotenza nella mia lista dei preferiti. Deve essere letto. Soprattutto se si è familiari con la cittadina di Bangor, Maine, negli Stati Uniti! (Sì, ci ho messo un po' a capirlo, ma è proprio ambientato lì. Vicino a casa di Stephen King, dove tanti altri eventi orrorifici hanno regolarmente luogo in letteratura. Brrr...)

sabato 14 ottobre 2017

68. Kurt Vonnegut - Ghiaccio-nove

Il gruppo di lettura in estate non va in vacanza: raddoppia. Quest'estate, dopo "Rinascimento privato" di Maria Bellonci è toccato a "Ghiaccio-nove" di Kurt Vonnegut.
Due romanzi che più diversi non si può, uno è un mattone, l'altro un libricino minuscolo; uno un romanzo storico, che parla di fatti veramente accaduti, l'altro un romanzo fantascientifico distopico, carico del graffiante sarcasmo tipico di Vonnegut. Uno l'esaltazione dell'Umanesimo, l'altro un ritratto del potenziale autodistruttivo dell'uomo.

Bisogna subito dire due cose su questo romanzo:
1. l'avevo già letto e amato qualche anno fa, anche se stavolta penso di averlo amato e capito di più;
2. il titolo italiano fa schifo. Il titolo originale è "Cat's cradle", tradotto "La culla del gatto" e fa riferimento a quel giochino che magari avrete imparato da piccoli, fatto con un elastico o un filo annodato, e che consiste in una serie di scambi e passaggi di mano, così che il filo possa assumere varie, affascinanti conformazioni. Cat's cradle è il nome che si dà a questo gioco in inglese (in italiano non credo esista un nome, anche se nel libro cita un termine, ripiglino, sinceramente mai sentito).  Se ancora non sapete di cosa sto parlando guardate qua:


Il fatto che l'autore abbia voluto mettere l'accento su questo gioco, citato alcune volte all'interno della narrazione, e non sul composto chimico Ghiaccio-nove qualcosa vorrà dire. Ma andiamo con ordine.

La storia è raccontata a posteriori dal protagonista, che all'inizio in una palese citazione di "Moby Dick" dice di chiamarsi Jonah, o meglio John. Tutto cominciò, dice, quando decise di scrivere un libro, intitolato "Il giorno in cui il mondo finì", facendo riferimento al giorno in cui fu sganciata la bomba atomica su Hiroshima. Questo lo portò a contattare i familiari di uno dei padri di quella bomba, il dottor Felix Hoenikker, per chiedere loro come il padre, ormai defunto, avesse vissuto quella particolare giornata.
Ecco, fino a qui, quindi fino a pagina 10 circa, il riassunto racchiude già tutto il libro. Ebbene sì, perché "Ghiaccio-nove" è proprio la storia di come il mondo finì, o meglio di come l'umanità riuscì a inventare qualcosa di mostruosamente pericoloso e poi, con somma stupidità, ad autodistruggersi.
Parlare di questo libro è davvero difficile, perché ha così tanti livelli di lettura da lasciare veramente un po' spiazzati. Cercherò di mettere un po' di ordine in questa recensione e, attraverso di essa, nella mia mente.

Alla base sta appunto la storia di John, un nome a caso, il nome più banale, più comune della lingua inglese. Un nome che però, come Ismaele, ha forti connotazioni bibliche (il famoso Giona che visse nella balena). Se dobbiamo partire da lì, Giona era un portasfiga di livello divino, perché dio ce l'aveva con lui e lo voleva punire, mandandogli ogni calamità. Ecco, diciamo che il nostro John o forse Jonah le sue belle calamità se le porta proprio dietro.
Come dicevo contatta la famiglia Hoenikker, in particolare il più piccolo dei tre figli dello scienziato. Questi gli risponde pure e inizia così un avvicinamento che poi arriverà per vie traverse, ma fortemente manovrate dal fato, a fargli incontrare i colleghi più prossimi del dottor Hoenikker prima e l'intera famiglia (ovvero i tre figli) poi.
Quello che invece John non sa è che i tre portano con sé qualcosa di preziosissimo e allo stesso tempo letale, l'ultima invenzione del padre: il Ghiaccio-nove. Questo non è altro che un tipo di ghiaccio molto più resistente, che fonde alla temperatura di circa 45 gradi. La vera particolarità di questo ghiaccio, esistente soltanto in frammenti, è che a contatto con qualsiasi molecola d'acqua esso è in grado di trasformarla a sua volta in ghiaccio-nove. John quindi abbandonerà il proprio intento letterario per farsi trascinare, insieme a una sgangherata combriccola di personaggi, su un'isola sperduta dei Caraibi, dove risiedono personaggi misteriosi e straordinari.

Come si intuisce dal commentino fatto poco sopra, la storia finisce malino. Non proprio male, ecco, ma decisamente con l'amaro in bocca.
Naturalmente però l'autore ripete al lettore che questa storia è falsa, tutta falsa, dall'inizio alla fine. Una marea di scempiaggini. Come lo fa? Be', in ben tre modi.
Innanzitutto con le prime parole del libro, nella dedica:

"Niente è vero, in questo libro."

Il messaggio mi sembra cristallino. Nella stessa pagina inoltre riporta una citazione dal libro di Bokonon. Cos'è il bokononismo? Chi è Bokonon? Si tratta di una religione inventata, proprio spudoratamente inventata a tavolino, da un uomo normalissimo che, assunti i panni del santone per incanalare l'energia della povera gente in una religione consolatoria e piena d'amore per il prossimo, che facesse loro dimenticare il Paese disastrato in cui vivevano, prese appunto il nome di Bokonon e sparì dalla circolazione. Vonnegut con questa religione fa una critica alle religioni tutte, oppio dei popoli, anche se questo culto è diverso: Bokonon stesso rivela, nei suoi libri, che tutto ciò che è scritto sono foma, panzane. Eppure più il lettore apprende gli insegnamenti di Bokonon più li trova veri, profondi e significativi. Quindi una religione che si manifesta come falsa e invece si percepisce come verità? Sempre più complicato...
E c'è anche la culla del gatto, non dimentichiamocene. La culla del gatto che, ad un gatto nella cesta, non assomiglia proprio per niente. La culla, o cesta, del gatto diventa all'interno del romanzo una metafora per qualcosa che si dice, a cui si finge di credere, che si cerca di considerare reale anche se in verità è una menzogna, anche se non esiste.

"Lo vede il gatto? La vede la cesta?"

Questa domanda è ripetuta ancora e ancora, nei capitoli centrali del libro, e funge da commento alla religione, così come alla finzione di una felicità familiare inesistente. E non bisogna dimenticarlo, è il titolo del libro. Un libro che è un coacervo di panzane; eppure riserva tanta verità...

La storia finisce male, come dicevo, ma non malissimo. In fondo è consolatoria, perché è meglio della realtà. Nel libro ciò che scatena la fine del mondo è il famigerato ghiaccio-nove del titolo italiano. (Come un titolo può dare un peso diverso al contenuto di un romanzo... Non finirò mai di dirlo) Come mai ciò accade? Non lo rivelo, non voglio fare spoiler, ma posso dire che succede per amore: nella fattispecie i tre figli di Hoenikker, ognuno in possesso di un frammento di ghiaccio-nove, hanno ceduto questo tesoro dalle complicazioni mortali a tre persone diverse...per amore. Non è in fondo bellissimo, pensare che la fine del mondo sia causata dalla stupidità umana che, pur di sentirsi amata, sarebbe disposta a pagare qualsiasi prezzo?
Già, sarebbe bello pensare che sia così. Che sia l'amore quel motore che ci fa fare pazzie, anche sbagliare. Ciononostante la vita reale non è così. La storia ci ha insegnato qualcosa di diverso e Vonnegut ce ne parla fin dalla prima pagina del romanzo. Il protagonista voleva scrivere un libro sul giorno in cui il mondo finì, che lui aveva identificato come il giorno in cui gli USA sganciarono la prima bomba nucleare su Hiroshima.
Vonnegut ci riporta quindi alla Seconda Guerra Mondiale, che è un leitmotiv di molti suoi romanzi. Non riusciva proprio a tenerla fuori dai suoi scritti la propria esperienza autobiografica... La guerra, l'esperienza sconvolgente della morte l'aveva segnato così a fondo da riversarsi poi in molti dei suoi romanzi. Impossibile non citare qui quello che è forse considerato il suo capolavoro, "Mattatoio n. 5", libro che lessi alcuni anni fa appena prima di questo e che rimane, ad oggi, uno dei libri che più mi hanno emozionato, commosso e fatto male in tanti anni di letture. Se qualcuno non l'avesse ancora letto, affrettatevi, perché non sarete più gli stessi dopo.
Questa volta l'attenzione è puntata sulla bomba nucleare, che però non è stata affatto sganciata per amore. L'uomo si elimina per ragioni molto più squallide nella realtà. Si autodistrugge perché tutti, da Oriente a Occidente, vogliono vincere a Risiko. Quindi mi piace pensare che sia consolatoria la fine dell'umanità secondo Vonnegut, che parte da San Lorenzo, un'isola dimenticata da tutti, per la stupidità e l'incapacità di un gruppetto di idioti sfortunati.
Che la fine del mondo autocausata sia inevitabile, d'altronde, lo dice anche Bokonon nel Quattordicesimo libro:

"Che speranze può nutrire un uomo ragionevole per l'umanità su questa terra, tenendo conto dell'esperienza dell'ultimo milione di anni?
Nessuna."

Mi pare che questo commento trasudi amore da tutti i pori. A questo posso solo aggiungere che il libro pullula di citazioni che vorrei condividere, tra le quali una delle più belle celebrazioni funebri che io abbia mai letto.


"Dio creò il fango.
Dio si sentiva solo.
Così Dio disse a un po' di quel fango: 'Levati a sedere!
Guarda quante cose ho fatto,' disse Dio, 'le montagne, il mare, il cielo, le stelle.'
E io ero un po' di quel fango che si levò a sedere per guardarsi intorno.
Fortunato me, fortunato fango.
Io, fango, mi levai a sedere e vidi che bel lavoro aveva fatto Dio.
Ben fatto, Dio!
Nessun altro avrebbe potuto farlo all'infuori di Te, Dio! Certamente io non avrei potuto!
Mi sento molto insignificante in confronto a Te.
L'unico modo di sentirmi un tantino più importante sarebbe di pensare a tutto il fango che non si è neppure levato a sedere per guardarsi intorno. 
Io ho avuto così tanto, e la maggior parte del fango ha così poco.
Grazie per l'onore!
E ora il fango giace di nuovo e va a dormire.
Che bei ricordi per il fango!
Quanti altri tipi interessanti di fango seduto ho conosciuto!
Ho amato ogni cosa che ho visto!
Buona notte."

Non è meraviglioso? Io vorrei che la leggessero al mio funerale, se mai qualcuno se ne ricordasse. Assolutamente commovente.

Non dico che questo romanzo debba piacere a tutti. Lo stile di Kurt Vonnegut è molto particolare, frastagliato e a tratti sconclusionato, come lo sono sempre i suoi personaggi, folli maschere grottesche dell'umanità. Molti questo stile di scrittura, fatto di capitoli cortissimi e di salti narrativi continui, non lo digeriscono proprio e non posso farne una colpa a nessuno. Però io l'ho amato tanto. Non posso dire che questo libro sia perfetto solo perché so che Vonnegut può fare ancora di più, sconvolgere ancora di più l'esistenza di un lettore. Sfiora il gradino alto, ma si ferma al secondo posto.

Chiudo con un'ultima citazione, questa amara, che mi ha fatto tanto pensare a quanti vedo attorno a me, incattiviti da una vita che non ha dato loro ciò che si aspettavano e per cui hanno faticato.

"Guardati dall'uomo che lavora sodo per imparare qualcosa, e una volta che l'ha imparato, non diventa più saggio di prima. Egli nutre un risentimento omicida per la gente ignorante che non ha dovuto faticare per la propria ignoranza."

giovedì 12 ottobre 2017

67. Maria Bellonci - Rinascimento privato




Isabella d'Este in Gonzaga. Cosa ne sapete di questa potentissima, bellissima donna del Rinascimento, che ha tenuto testa a re e papi mentre intratteneva la propria corte a suon di artisti e intellettuali, tanto da diventare un punto di riferimento per l'intera penisola italiana? Se la risposta è "Assolutamente nulla" siete in buona compagnia. Temo infatti che questo valga per un sacco di altre persone in giro per l'Italia, frutto forse di una storia studiata male (o per niente) negli anni di mezzo (la seconda media e la terza superiore, sono veramente anni bui... altro che Medioevo!) o di un taglio didattico che ancora relega le storie di vita vissuta in uno sgabuzzino e le donne potenti della storia in solaio. Io per prima sono un'esponente di questa meravigliosa casta di ignoranti che del Rinascimento italiano pensano di sapere poco e invece non sanno una mazza di niente.

Anche per questo forse esistono, grazie al cielo, gli scrittori di romanzi storici e biografie romanzate: per riempire quei vuoti, quei buchi neri che con indulgenza chiamiamo lacune, con qualche nozione calata nel quotidiano, a cui leghiamo emozioni, avventure e sconvolgimenti personali.
Io non sono un'appassionata lettrice di romanzi storici, anzi possiamo dire che non ne leggo per nulla. Sarà una certa propensione al sopracciglio alzato sviluppata a causa della lettura di alcuni autori italiani contemporanei considerati maestri del genere, come Valerio Massimo Manfredi, che secondo me è al suo meglio quando scrive fanta-storia più di quando si finge serio. (Sarò strana io e tiratemi pomodori marci, ma secondo me la saga di Alexandros è agghiacciante.) Ma sarà anche che io e la storia non siamo mai andate troppo d'accordo e l'idea di ciucciarmi il resoconto di politica, guerre e menate affini non mi attrae. Conosco un sacco di colleghe che si abbuffano di questo genere di romanzi; io sopporto la storia solo se viene raccontata in modo leggero e semplice, chiaro, con collegamenti e qualche immagine o documento storico a fare da sottofondo. Quei bei documentari pure a tratti divertenti che fa di solito la BBC, per intenderci, o il buon Alberto Angela (ma sempre a piccole dosi). Tutto questo per dire che io non solo la lettrice ideale di "Rinascimento privato".

Ho scoperto dell'esistenza di Maria Bellonci quando questo suo romanzo è giunto in casa mia. E' una bella edizione a copertina rigida e pagine patinate, dal profumo delizioso e dal peso specifico del plutonio. Un mattoncino in tutti i sensi. E' finito sulla libreria, è bello da vedere e ha fatto presto amicizia con gli altri classici italiani del Novecento. Pensavo che lì sarebbe rimasto per sempre.
Questo libro non ha una gran fama. L'anno scorso una mia collega lo stava leggendo per la sua Reading Challenge con lo sguardo da condannato a morte e questo non mi ha dato buoni auspici. La mia compara di letture, proprietaria del libro in questione, desiderava segretamente leggerlo da anni ma non trovava la forza morale di iniziarlo per paura del peso specifico della lettura, e lei legge dai 6 ai 10 libri al mese. Anche questo non faceva prevedere meraviglie. Poi il gruppo di lettura l'ha scelto come libro per l'estate. E quindi quando tocca tocca.

Devo dire che sono contenta di essere stata costretta a leggerlo. Di mio non l'avrei mai fatto e posso dire che non è stata un'esperienza traumatica quanto mi sarei aspettata. Basta prenderlo con lo spirito giusto.
Maria Bellonci in questo libro ci racconta la vita di Isabella d'Este facendola parlare in prima persona, come un diario, o meglio una memoria: Isabella ormai anziana che si racconta, ripercorrendo le tappe più importanti della sua vita a partire dalla sua infanzia in quel di Ferrara, la sua vita da duchessa di Mantova, le gioie e i dolori che questo le ha riservato, i suoi figli, i viaggi e gli intrighi politici. Tutto però con un taglio più emotivo, più personale, intimo, meno attenzione per la scena politica vera e propria, per gli sconvolgimenti che cambiavano volto alla penisola italiana, e più per quegli avvenimenti che hanno in qualche modo segnato un punto di svolta nella sua vita. Secondo Maria Bellonci, ovviamente.

Maria Bellonci non è la prima cretina che passa. Ha dedicato la vita a studiare in archivi storici, in particolare la famiglia dei Gonzaga, di cui Isabella diventa un membro centrale sposando Francesco Gonzaga. "Rinascimento privato" è l'ultimo libro della Bellonci cronologicamente parlando che vede come protagonista questa famiglia e gli altri famosi esponenti del Rinascimento italiano. Il suo primo lavoro racconta la vita di Lucrezia Borgia, altra donna potentissima contemporanea di Isabella e sua acerrima nemica da molti punti di vista. Sarebbe interessante leggere anche quello per vedere come l'autrice sia riuscita a passare da una all'altra e come nel tempo il modo di rappresentare quel mondo sia cambiato.
C'è chi dice (ad esempio Antonella) che non abbia fatto un gran lavoro di ricostruzione del personaggio in questo libro. Io non posso giudicare, perché non ne so una mazzafionda di nulla, ma posso dire che a mio avviso è un buon romanzo. Buono, ma non ottimo.

La prima problematica è sicuramente lo stile narrativo. La Bellonci voleva probabilmente ricalcare un lessico arcaico, una parlata antica, per farci immedesimare meglio nel personaggio, per rendere il tutto più realistico. Io capisco il trucco e sono in grado di reggerlo per 551 pagine, ma il mondo non è come me. Capisco che per molti questo è un primo scoglio a tratti insormontabile.
Il secondo problema è che la buona Isabella (e quindi la Bellonci) fa riferimento che leggerezza e facilità a una lunga serie di personaggi ed eventi storici importantissimi. Com'è giusto. Si riferisce a fratelli, cognate e teste coronate d'Europa chiamandoli per nome, dimenticandosi a volte il titolo. Com'è naturale. Dà per scontato che si sappia l'esito di una determinata guerra o le conseguenze di un certo trattato. Com'è assolutamente credibile. Il problema è che io questo cose non le so. Dopo una decina di pagine stavo già schiumando. Perché io sono quel tipo di lettore psicopatico che, se l'autore fa dei riferimenti storici/biografici e io non so di cosa sta parlando vado a cercare su internet, su un'enciclopedia, vado a leggermi tutto ciò che bisognerebbe sapere in merito e poi torno al libro, rinfrancata. Questo approccio, sicuramente patologico, è impossibile con la signora Bellonci. Mi sono dunque trovata ad un bivio: o mollo la lettura o me ne sbatto dei riferimenti storici e leggo senza cercare nulla. Ha vinto questa linea di pensiero e devo dire che, per magia, il libro ha iniziato a volare.
L'ultimo appunto che devo fare alla Bellonci è di aver utilizzato un espediente per giustificare questo tuffo nel passato da parte di Isabella (e darci uno sguardo esterno sulle vicende, anche se non veramente oggettivo) che per me non ha funzionato per nulla. L'autrice immagina che nel corso della sua vita Isabella abbia conosciuto un personaggio inventato, un prete, che poi ha continuato a scriverle per tutta la sua vita, alternando lodi sperticate alla sua bellezza (ricordiamo che Isabella d'Este è stata un po' il sex symbol di Italia in quel periodo) a consigli, brevi riassunti di eventi politici in giro per l'Europa e commenti sul suo magnifico operato.

Sex symbol italico, annata Quattrocento

Per me questa presenza costante nella vita di Isabella è stata soltanto un disturbo, l'equivalente della zanzara nell'orecchio mentre dormi. Sì, per carità, ha aiutato a porre nella giusta sincronia vari eventi storici, ma per la maggior parte del tempo non fa altro che gonfiare l'ego di Isabella con elogi folli, come se questa ne avesse bisogno. Una donna così timida e insicura. Tsk.

Invece ciò che ho apprezzato è la carrellata di Rinascimento che questo romanzo porta con sé. Mi ha aiutato tantissimo a collocare personaggi storici, artisti, intellettuali e la costruzione e creazione di monumenti, palazzi e opere d'arte. Un po' forse Maria Bellonci voleva fare la sborona, mostrandoci quanti nomi celebri riusciva a inserire, ma per me è stato bellissimo, quasi una rivelazione. La struttura della scuola, la divisione netta tra materie, la non sincronicità dei programmi spesso impedisce questa ricostruzione del periodo storico; con questo romanzo sono riuscita a rimettere insieme i pezzi ed è stato bellissimo. Inoltre ho scoperto cose bellissime su Pico della Mirandola che Wikipedia non dice ma la sua tomba sì. Andate e documentatevi, o LGBT+.
Scherzi a parte, credo che sia questo il maggior pregio del libro: sottolineare la centralità di una figura femminile in un periodo in cui le donne, per lo più, erano fattrici e merce di scambio, relegabili in caso contrario al convento, mentre ci insegna che attorno a queste corti c'era un mondo di arte, letteratura e politica, profondamente compenetrato.

Per quanto riguarda poi il mio giudizio personale sul personaggio così conosciuto, attraverso le pagine di "Rinascimento privato", posso ammettere candidamente che io Isabella l'ho odiata e l'avrei affogata in un pozzo al primo capitolo. L'ho trovata una donna egocentrica, ipocrita e volubile, anche se dotata di grande coraggio e di una caparbietà notevoli che le hanno permesso di tenere testa a imperatori e papi. Sarà stata una brava politicante, ma appare come una madre orribile, innamorata del primogenito maschio Federico, un cretino imbarazzante che grazie a dio ho scoperto essere morto soltanto un paio d'anni dopo la madre, e assolutamente fredda e a tratti sprezzante nei confronti degli altri, in particolare della figlia più grande, Eleonora, ma anche della sorella Beatrice. Un filo maschilista, la donna più potente d'Italia. A volte ho sentito anche poco credibili certi eccessi nella personalità di Isabella; posso solo dire che se fossi vissuta a quei tempi l'avrei trovata una donna di una freddezza e di una boriosità intollerabili e non mi sarei stupita nel vedere tanti uomini pendere dalle sue gonne (si sa che avvenenza fisica e modi da madre chioccia ai maschi italici piacciono, checché ne dicano) mentre non riusciva a tenersi un'amica cara di sesso femminile. Persino la sua carissima Elisabetta, quasi una sorella a suo dire, non sembra poi esserle così tanto affezionata...
Bisogna d'altronde ricordare che siamo nel primo Rinascimento e il concetto di rapporto uomo-donna, così come i rapporti umani in genere, era molto diverso da quello a cui siamo abituati oggi. Questo per spezzare una lancia in difesa della ricostruzione della Bellonci, che di certo non voleva né sminuire né rendere antipatica la povera Isabella. Per primeggiare in quel mondo non credo abbia avuto alternative. Ciononostante è stato divertente leggere, alla fine del libro, il commento caustico di Pietro Aretino, che la definì nei suoi ultimi anni di vita una donna "vecchia con i denti falsi e il viso imbellettato". A sentire la bella Isabella raccontare pensavo fosse un vampiro e dimostrasse massimo 40 anni, invece era una vecchiaccia pure lei.

Isabella d'Este modello vecchiaccia

Nel complesso posso dire che il romanzo mi ha a tratti appassionato e a tratti annoiato, ma che sul finale avrei voluto saperne di più della famiglia Gonzaga, tanto che sono andata a leggermi che fine ha fatto ciascun personaggio. Non è il mio genere di romanzo e non lo sarà mai, ma è stata una lettura interessante e sono contenta di averla portata a termine. Ho accarezzato anche l'idea di provare un altro libro dell'autrice, "Tu vipera gentile", di cui si parla tanto nell'introduzione a "Rinascimento privato" e che ho scoperto di possedere tra i libri ereditati insieme alla casa dei nonni. Purtroppo avevo troppi libri in attesa per dar seguito a questa pulsione insana e mi sa che "Tu vipera gentile" rimarrà sul suo scaffale a prendere polvere per molto, molto tempo...
Consigliato? Non saprei. Dipende dalla passione per la storia e le ricostruzioni storiche in genere, oltre a un buon livello lessicale. Però ha vinto il premio Strega nel 1986. Diamole una chance.

Ma soprattutto... Com'è che non ci siamo estinti per la sifilide?!? Domanda che rimarrà, ahimé, insoluta...

giovedì 21 settembre 2017

66. Giorgio Scerbanenco - Al mare con la ragazza

Giorgio Scerbanenco è stata una scoperta fatta grazie al gruppo di lettura e che mi ha dato grande gioia. Ne ho già parlato a lungo e con sdilinquimento qui e qui.
All'epoca avevo fatto qualche ricerchina e avevo scoperto che era stato autore prolifico di decine e decine di romanzi di generi diversissimi tra loro, dal giallo al rosa (ricordiamolo, che mi piace: è stato il più grande avversario di Liala). Ho tenuto d'occhio quindi gli scaffali dei libri usati e non, nella speranza di trovare qualcos'altro di suo pugno. Niente, per un sacco di tempo non ho trovato un fico secco. Poi, in un attacco di shopping bibliofilo compulsivo, ecco qualche titolo sconosciuto. Che gioia!

"Al mare con la ragazza" suonava un po', dal titolo, romanzo rosa. Non mi sarebbe dispiaciuto, in realtà, leggere qualcosa di romantico di questo scrittore, è interessante vedere l'interpretazione del genere nella mente di un uomo. Infatti ho pure comprato un altro romanzo in cui si dice chiaramente che il tema principale è l'amore, le relazioni dal punto di vista maschile. Non vedo l'ora di leggerlo.
Invece "Al mare con la ragazza", dicevo, viene presentato sul retro di copertina della nuova edizione Garzanti (spezzo una lancia a favore di questa collana, perché secondo me sono fatti davvero benissimo e a prezzo civile) così:


Io volevo proprio leggere un giallo, anche perché mi serve per la Reading Challenge che il tempo scarseggia, e mi ci son buttata a pesce.
Posso dire che di giallo questo romanzo ha solo la copertina. Un giallo di inusitata potenza, certo, tipo dente di leone, un giallo che tende all'aranciato, quasi, ma forse questo è poco rilevante rispetto al contenuto. Magari chi ha scritto quella frase avrebbe almeno potuto informarsi, se non proprio leggere il libro...

"Al mare con la ragazza" è un romanzo cupo, drammatico, che descrive attraverso le storie di quattro protagonisti principali la triste solitudine che già avevo trovato nel resto della sua produzione.
Le linee narrative sono due/tre, poiché due sono le coppie che si alternano all'interno della storia.
I primi sono Duilio e Simona, due ragazzi giovanissimi ma cresciuti in fretta, tra i palazzoni della periferia milanese. Duilio in particolare è il fulcro della vicenda. Sono molto soli, Duilio e Simona, vittime di una miseria che attanaglia i caseggiati popolari della grande città e che non lascia scampo: non c'è spazio per i sogni, i desideri, le aspirazioni; solo duro lavoro, una famiglia capace di dare poco amore e una logica di sopravvivenza da giungla.
Non sembra essere passato il tempo dal 1973, quando il libro è stato scritto. Le periferie delle grandi metropoli sono ancora così, forse i ragazzi hanno origini più internazionali e parlano lingue e dialetti diversi, ma il disagio è lo stesso. Ciò che colpisce non è davvero la povertà, ma il vuoto dentro. Vivono male, non perché non possano permettersi gli sfizi o un po' più di cibo, ma perché a questi ragazzi è stato rubato il futuro. Ciò che fanno non è vivere, perché hanno messo a tacere tutte le emozioni forti, tanto non servono; sopravvivono, infelici, trascinandosi nell'attesa di una serenità che forse arriverà con l'età...ma non ci credono nemmeno loro, ormai, a questa storia.
Duilio e Simona forse sono più sfortunati di altri, perché Duilio è poco intelligente e Simona è bruttina, per cui non hanno amici nel quartiere. Sono solo loro, insieme contro tutto e tutti. Crescono insieme, diventano adulti insieme e insieme concepiscono il pazzo sogno di scappare lontano da Milano, di andare finalmente al mare.
Fa quasi ridere, al giorno d'oggi, che due ragazzi non abbiano potuto mai nemmeno avvicinarsi al mare, che non l'abbiano mai visto. Abbiamo preso la villeggiatura come un diritto, ormai, tanto che vedo sfilze di disoccupati inviperiti su Facebook che dall'alto del loro smartphone si lamentano di non poter portare la famiglia in vacanza per due settimane. Come se fosse vitale, indispensabile. Ci siamo dimenticati che le vacanze sono un lusso che abbiamo conquistato con il benessere degli anni Settanta/Ottanta e che prima di allora pochissimi potevano permettersi un periodo di villeggiatura, fosse esso al mare o in montagna. Mica per niente esistevano le colonie!
Ad ogni modo Duilio e Simona sognano di fuggire dal grigiore delle loro vite monotone per andare ad ammirare il blu immenso del mare, simbolo di libertà e quindi di felicità. Purtroppo dovranno pagare a caro prezzo questa ribellione al destino.

Dall'altra parte abbiamo Arda, diminutivo di Edoarda, ed Ernesto, coppia di milanesi benestanti, che carriera l'hanno già fatta e infatti giovanissimi, per gli standard dell'epoca, non sono più. Non stanno proprio insieme, Ernesto ed Edoarda, perché lui non può, o non vuole. Intrappolato in una situazione familiare asfissiante e penosa, Ernesto tiene Edoarda a distanza, si permette pochi istanti di intimità e poi un mare di freddezza. Potrebbe stancarsi di lui, Edoarda, perdere la pazienza dopo tutti quegli anni nell'ombra, ma Ernesto è disposto a correre il rischio.
Perché Edoarda accetta il modo in cui Ernesto la tratta? Perché non cerca un altro uomo, un compagno migliore, che la valorizzi, la sposi magari e la faccia sentire amata? Edoarda è una di milioni di donne come lei, che in silenzio o quasi sopportano, accettano, fanno buon viso a cattivo gioco per infatuazione, per insicurezza, per paura di rimanere da sole, per incapacità di lasciare andare. Non è facile troncare una relazione su cui si è investito tanto, anche se questa non va; è un po' come accettare di farsi amputare un arto in cancrena. E' doloroso, angosciante, ma necessario a sopravvivere. Chissà, a volte sono proprio questi atti di coraggio, netti, a dare un segno forte, a permettere anche a una relazione di evolversi, di crescere.
Anche Ernesto ed Edoarda rappresentano tanta solitudine, tanto dolore, quasi che l'autore volesse dirci che non è la classe sociale a pregiudicare le possibilità di felicità di una persona. Oddio, a leggere Scerbanenco di gente felice, in giro, ce n'è davvero poca. Forse aveva ragione lui, in modo un po' cinico e pessimista; d'altronde lascia spazio alla speranza, alla possibilità di costruire un futuro diverso per se stessi, se si accetta di cambiare.

"Al mare con la ragazza" è anche un romanzo su strada, perché si viaggia molto attraverso il nord Italia: Milano, Montagnana, Padova, Venezia, Lignano Sabbiadoro e Trieste. Per me è stato bello, quasi tenero, scoprire quei luoghi, quasi tutti amati e conosciuti, all'interno del romanzo. Quando Scerbanenco descrive quella spiaggia, il mare, la pineta, avrei potuto scommettere che si trattasse di Lignano prima ancora che lo dicesse, perché vedevo ogni cosa, nei ricordi della me stessa bambina che ci trascorreva le vacanze ogni estate.

Alla fine, tuttavia, devo dire che questo romanzo non mi è piaciuto moltissimo. Ho ritrovato la scrittura fluida e allo stesso tempo dura, essenziale che ho apprezzato tanto negli altri libri dello scrittore, ma la trama è un po' debole, a mio avviso, e a volte quasi prevedibile. Il finale poi è un po' troppo rosa per una donna brutta, cattiva e cinica come me... Non voglio dire che sia un romanzo brutto, ma sicuramente non lo consiglierei come un buon esempio del miglior Scerbanenco.

lunedì 18 settembre 2017

65. Rajaa Alsanea - Ragazze di Riad


All'inizio ho pensato di paragonare questo libro a "Sex and the City" versione saudita. Poi però mi sono resa conto che sarebbe stato superficiale, riduttivo e pure un po' stupido. "Ragazze di Riad" di Rajaa Alsanea è molto più di questo, in primis un racconto lieve ma fedele della vita delle giovani donne nell'Arabia Saudita dei primi anni 2000.
Ciononostante non devo essere stata l'unica a giudicare il libro in modo un po' leggero, a primo impatto, perché questo romanzo, che cercavo da qualche tempo, mi è piovuto in mano dal cestone dei libri rosa usati.

"Ragazze di Riad" non è il primo libro ambientato in Arabia Saudita che leggo. Qualche anno fa (ormai parecchi, sigh) comprai in forte sconto e lessi il libro autobiografico "In the Land of Invisible Women" della dottoressa americana di origini pakistane Qanta Ahmed. In esso la donna racconta la propria esperienza di lavoro in un ospedale internazionale in Arabia Saudita, soffermandosi sullo stile di vita e sulle difficoltà delle donne nel Paese. Quel libro, pubblicato nel 2008, e quello di Rajaa Alsanea, pubblicato nel 2005 (in Libano, perché non credo che l'Arabia Saudita abbia apprezzato...) concordano in molti punti, dipingendo un quadro della situazione piuttosto chiaro e coerente.
Probabilmente alcuni dettagli, dopo 10 anni, sono cambiati leggermente (ora le donne possono firmare, invece di utilizzare l'impronta digitale, e da un paio d'anni hanno diritto di voto, previa registrazione) ma non si può fingere che la condizione di vita delle saudite non sia limitata e castrante ben oltre il limite dei diritti umani.

(Mi permetto di consigliare comunque la lettura del libro di Qanta Ahmed a coloro che conoscono l'inglese; per i non anglofoni purtroppo non c'è alternativa, poiché il libro non è mai stato tradotto in italiano.)

Per essere più precisi si potrebbe dire che "Ragazze di Riad" è una via di mezzo tra il succitato "Sex and the City" e Jane Austen. La storia è condotta da una misteriosa narratrice, che si identifica solo come un'amica intima delle quattro protagoniste, e si compone di una serie di email fittizie inviate ad una mailing list nella quale racconta, appunto, della vita di quattro giovani donne saudite poco più che ventenni, ognuna alla ricerca della felicità, che inevitabilmente coincide con la scoperta dell'amore e la coronazione della relazione col matrimonio. Non tutte riusciranno a raggiungere il lieto fine sperato, ma ognuna vivrà un'esperienza diversa, che affronterà secondo il proprio carattere.

La prima cosa che colpisce, indubbiamente, è la morbosa fissazione che le ragazze hanno per il matrimonio. Tutte le protagoniste sono appartenenti a famiglie ricche e studiano all'università, due di loro viaggiano anche spesso all'estero, o vi hanno vissuto per parte della loro vita. Eppure il pensiero fisso, la priorità è sempre la stessa: trovare un ragazzo che faccia battere il cuore e fare in modo che lui chieda la mano della giovane alla famiglia. Il pensiero di rimanere zitella oltre i 24 anni è inconcepibile, tollerabile al massimo per una ragazza iscritta a Medicina.
Le difficoltà, per giunta, partono già dalla radice, perché in Arabia Saudita c'è una forte segregazione femminile, che impedisce alle ragazze di camminare tranquillamente da sole per strada o chiacchierare con un uomo in un bar. Questa costante divisione netta tra uomini e donne pesa non solo sulle ragazze, ma anche sui giovani che non hanno modo di avvicinare le coetanee e instaurare con loro una relazione più normale e diretta. Si inventano allora mille stratagemmi, dal dare il proprio numero di telefono a qualsiasi donna si intraveda dal finestrino della macchina all'utilizzare le chat come veicolo di rimorchio (questi ragazzi, però, sono apparentemente gli stessi che, se una ragazza si mostrasse interessata a incontrarli, la inquadrerebbero come una poco di buono e quindi abbandonerebbero istantaneamente...).

Forse la cosa più triste è vedere come queste giovani donne siano imbevute della cultura locale talmente a fondo da accettare come inevitabili, se non giuste, le imposizioni della società. Adattandosi alla propria condizione, si gettano in una serie di trucchetti e di atteggiamenti studiati per attrarre l'uomo di turno e obbligarlo a fare ciò che desiderano, ahimè con alterne fortune. Solo una delle quattro si ribellerà in modo più netto a questi giochetti, che ingabbiano e umiliano la propria vera indole e la sincerità di sentimenti, ma proprio per questo finirà per scappare all'estero.
Altro tema forte nella storia è la violenza che queste giovani subiscono, sia essa psicologica o fisica, sia da parte dei propri mariti/fidanzati sia da parte delle famiglie, che le considerano alla stregua di merce di scambio e vedono un matrimonio fallito come uno smacco al proprio onore.
Le ragazze hanno pochissima voce in capitolo sulla propria vita, anche matrimoniale, e sono costrette a sottomettersi alle decisioni dei genitori (e quindi del padre...) prima e del marito in seguito.

Un'ulteriore sorpresa, per me, è stato notare quanto la mentalità tribale ancora sia radicata in Arabia Saudita. Non solo; addirittura le famiglie giudicano l'accettabilità come sposa di una ragazza in base al cognome che porta: esso segnala la sua origine geografica e sociale e quindi la rispettabilità o meno della famiglia intera. Vietati i contatti con musulmani di fede non wahabita, malvisti i matrimoni con famiglie di origine straniera o che abbiano vissuto a lungo all'estero...Devo dire che, col passare delle pagine, l'atmosfera attorno alle ragazze si è fatta decisamente soffocante.

E' stato deprimente, invece, constatare come alcuni atteggiamenti, femminili ma soprattutto maschili, siano presenti anche nella nostra società. La sottomissione dei giovani all'influenza delle madri, ma soprattutto l'incapacità dei ragazzi di sfidare le convenzioni per avere ciò che si vuole davvero, scegliendo una vita di comodo magari infelice, mi ha ricordato tanti conoscenti per i quali provo un po' tenerezza e un po' pena...

Tornando al romanzo in sé, ho trovato che lo stile di Alsanea sia spumeggiante, con una narrazione sciolta e divertente che trascina. Ho divorato questo libro, una pagina dopo l'altra, senza quasi accorgermene. Sarà che i capitoli sono tanto corti e la storia delle quattro protagoniste è calibrata in un continuo avvicendarsi di suspense e rivelazioni, ma credo che questo sia proprio uno di quei libri che è impossibile mettere giù. Nota di merito anche alla traduzione, che è stata puntuale e precisa, corredata da numerose note brevi ed esaustive e da un'introduzione e una postilla sui nomi e sugli usi linguistici dell'Arabia Saudita davvero interessante per una linguista come me.

Credo si sia capito: questo romanzo mi è piaciuto molto, nonostante rimanga una narrazione a suo modo poco impegnata (non sarebbe d'accordo, su questo, la polizia religiosa dell'Arabia Saudita, che ha urlato allo scandalo). E' un modo simpatico di conoscere la società e la cultura saudita da un punto di vista femminile, che lascia comunque tanti spunti di riflessione e ci regala un affresco giovane e vitale di una popolazione che, sotto sotto, sta comunque cercando di cambiare, poco alla volta. Un gioiellino, vale la pena regalarselo.

mercoledì 13 settembre 2017

64. Vanni Santoni - La stanza profonda

Magari non si intuisce, ma io sono abbastanza nerd. Abbastanza da aver fatto una tesi sulle lingue elfiche in Tolkien, abbastanza da aver imparato a suo tempo come si dice "Devo andare in bagno" in Klingon e abbastanza da giocare a D&d in modo continuativo dall'età di 15 anni. 20 anni di gioco di ruolo, attraversando edizioni ed espansioni, fino ad arrivare a Pathfinder. Che esperienza...
Ora, tutto questo per chi non ha mai giocato di ruolo non vorrà dire nulla. Probabilmente qualcuno non saprà nemmeno cosa siano i giochi di ruolo e per questo c'è Wikipedia. Chi invece ha tirato i dadi, ha aggiornato i dati sulla scheda, ha sfogliato i manuali sa che c'è un mondo, fatto di strategie, divertimento, ma anche emozioni racchiuso in quell'esperienza di gioco. Chi ha giocato di ruolo poco forse lo sente meno; chi come me ha investito parte della propria preziosa vita in questo hobby non può non avvertire un rimestio in fondo allo stomaco, un calore dolce al solo pensiero.
Poi c'è chi ci scrive un libro e io potevo esimermi dal leggerlo?

Ricordo quando ho letto che tra i libri candidati al premio Strega ce n'era uno che parlava di giochi di ruolo. Non riuscivo a farmene una ragione. Quante persone avrebbero potuto interessarsi a un romanzo così? Premiarlo addirittura? Non a Lucca Comics, ma in una rassegna di questo livello? Il mio cervello si rifiutava.
Ho iniziato a cercarlo, dovevo leggerlo. Non è stato facilissimo reperirlo e ho dovuto aspettare fino ad ora per via di oscuri ricatti familiari che limitano i miei acquisti bibliofili (crudeltà!), ma Amazon mi è stata amica e il romanzo è arrivato tra le mie mani.
L'ho letto nel giro di circa 24 ore, forse 32.

Va detto che il romanzo "La stanza profonda" di Vanni Santoni è breve, 149 pagine, e ha un ritmo veloce, scorrevole, con una struttura narrativa degna di un dungeon master: non riesci a smettere, anche quando una sezione finisce, perché ti lascia sempre con quel pizzico di suspense che male non fa. Quindi un libro facile, allettante, con uno stile particolare e l'uso della seconda persona singolare narrativa che non è molto diffuso ma che ha funzionato, anche se credo ci sia una parte di gusto personale nel mio giudizio.
La storia non è poi molto complessa: un ex dungeon master si ritrova nella "stanza profonda", cioè quella in cui si ritrovava a giocare di ruolo con gli amici, e pensa a quanti anni ha passato tra quei manuali e quei dadi, ricorda i suoi compagni di giocate e accarezza l'idea di fare ancora una campagna, quasi a mettere una ciliegina sulla torta della propria giovinezza nerd.
Il tutto è inframezzato da lunghe digressioni sulla storia del gioco di ruolo e non solo, perché si parla anche di carte come Magic e di giochi in scatola.

"La stanza profonda" è, fondamentalmente un libro Amarcord. In questa carrellata di ricordi, la sensazione è proprio quella del tempo che fugge, che non tornerà mai più, di una adolescenza e giovinezza un po' buia, sempre disadattata, ma in qualche modo illuminata dalla soddisfazione di quell'appuntamento fisso, la riunione per giocare. Uno dei grandi limiti di questo romanzo è, secondo me, proprio la nicchia di lettori a cui si rivolge. Non è un libro che chiunque possa capire e di cui si possa godere se non si conosce bene il mondo del gioco, a mio parere. Tante citazioni, riferimenti, abbreviazioni, la maggior parte dei quali non sono spiegati e che quindi per chi nella stanza profonda non c'è mai stato non significano niente. Si rischia davvero di perdere interi paragrafi, con passaggi tipo questo:

"[...] Andre che agita i dadi tra le mani prima di sferrare un attacco, allora, 4d6 di Spadone dell'Abisso, più 50% di carica sono altri due, più 1d6 di fendente, più 1d6 di assalto, +3 di bonus al danno, +8 di forza..."

Bellissimo, anche esaltante per una come me, ma immagino meno per la maggior parte degli italiani. Questo è stato il mio primo dubbio, che mi ha anche fatto riflettere sulla improponibilità di un libro così per il premio Strega: come può un testo così autoreferenziale avere una portata nazionale?

C'è dell'Amarcord anche nel modo in cui l'autore sfrutta il ritorno al paesello natale, alla casa in cui si trova la stanza profonda, per osservare il modo in cui il mondo attorno a sé è cambiato nel corso degli ultimi 20 anni. Negozi che chiudono, mode che cambiano, persone che se ne vanno. L'attenzione è puntata sull'imbruttimento della popolazione dei piccoli centri abitati, il loro rinchiudersi sempre più in se stessi, terrorizzati da una minaccia inesistente, mentre il mondo attorno a loro va avanti e loro rimangono sempre più bloccati, paralizzati, e poco a poco muoiono. Niente sale giochi, niente manga, niente cinema, niente locali notturni, niente bambini che giocano per la strada, niente che non sia silenzioso, conosciuto e talmente innocuo da essere irrilevante. Un'economia che nega ogni novità e ogni alternativa e che finisce per collassare su se stessa, facendo scappare tutti coloro che vorrebbero di più, qualcosa di diverso, e ciò che resta sono vigili urbani intenti a fare multe a ragazzini pakistani che giocano a palla in piazza.
E' sull'onda di un revival degli anni '80 che ultimamente vedo molto, tra serie tv tipo "Stranger things", meme su Facebook e il rifacimento di "It", uno sguardo malinconico al mondo in cui vivevamo bambini (noi, generazione anni '70/80), che era tanto più pericoloso e incurante della salvaguardia della nostra salute fisica e psicologica ma tanto più reale, vitale, ricco di emozioni e di soddisfazioni concrete. Non posso dire di non condividere in parte questa lettura del nostro tempo, di non aver notato il processo di deterioramento della popolazione urbana anche a Novara, che di abitanti ne fa 100.000 e ciononostante...
C'è però un po' di autocommiserazione, di mala tempora currunt ancora una volta fine solo a se stesso, perché non c'è uno sguardo vero puntato sul futuro. Anzi, una delle cose lasciate più in sospeso è proprio il presente/futuro del protagonista, perché io di questo giovane uomo non ho capito ancora, finito il libro, quali siano i traguardi, i successi e le aspirazioni. Insomma, chi l'avrebbe dovuta salvare questa Italia dei piccoli borghi? Possibile che non si possa proprio fare nulla? L'autore è negativo, secondo me, il finale a mio avviso è da leggere in questo senso, come un'impossibilità di tornare a quei tempi perché il mondo attorno è cambiato ed è diventato più diffidente e ostile; tuttavia i quarantenni ci provano lo stesso a rivivere quelle emozioni, almeno per un po'.

Infine c'è un'apaticità emotiva che mi ha leggermente infastidito.
Faccio una premessina. Io ho giocato in diversi gruppi e ho assistito ad altri gruppi ancora giocare. Da questo ho capito una cosa: esistono grossomodo due tipi di gruppi, quelli maschili e quelli femminili. Li definisco così perché nella mia esperienza quelli del secondo tipo subiscono l'influenza a tratti benefica di una nutrita presenza di giocatrici. Quello descritto nel libro è un gruppo maschile. Questi gruppi sono molto concentrati sul gioco in sè, sulle ore passate nella stanza, ma spesso non creano delle relazioni vere e profonde tra i giocatori. Si tratta di relazioni un po' superficiali, forse, che non vanno a indagare la vita dei membri al di fuori del ruolo, e quando si smette di giocare questi gruppi tendono a perdersi, perché alla fine ognuno va per la propria strada. Ho giocato per tutta la mia adolescenza in un gruppo di questo tipo e ho riconosciuto tutte le dinamiche descritte nel libro, quelle più divertenti e anche quelle negative. I gruppi che io chiamo femminili, invece, parlano un sacco. Si sa, le donne hanno questo difetto, non stanno zitte mai, e quando si vedono tutte le settimane cominciano a parlare, parlare, raccontarsi tutti i fatti propri, aggiornarsi su ogni sfiga, ogni preoccupazione, ogni episodio buffo capitato, e si passa un'ora a fare quello invece di giocare (lato negativo) ma si creano legami più profondi e solidi, che tendono a trascendere i momenti di gioco e a durare nel tempo. Il gruppo in cui sono ora è così e mi dà molta più soddisfazione, perché so che se vado a giocare non è solo per sfogare delle frustrazioni, dimenticare i miei problemi o flettere i muscoli della fantasia, ma anche per incontrare degli amici, che saranno felici di vedermi e di condividere con me parte della loro vita. Insomma, le dinamiche sono proprio diverse e mi spiace che tanti non abbiano mai questo tipo di esperienza.
Vanni Santoni ha gestito per molti anni un gruppo in cui il trend relazionale era molto basso profilo, in cui le persone presenti erano intercambiabili, bastava giocare. Per questo credo di aver avvertito molta freddezza emotiva tra le pagine. Anche lui se n'è accorto e secondo me se n'è dispiaciuto. Vanni, so che sei lontano, ma se vuoi il mio gruppo ti accoglie pure a giocare! Falla un'esperienza femminile, è una soddisfazione!
Scherzi a parte ci sono un paio di momenti, tra cui il culmine è la vicenda di Loriano, che mi hanno lasciata un po' con l'amaro in bocca.

In definitiva direi che "La stanza profonda" è un libro che ogni giocatore di ruolo dovrebbe leggere, per riconoscersi nello scrittore e magari scoprire qualcosa in più sulla storia del gioco di ruolo. E' godibile e si legge in fretta, regalando diversi momenti di intrattenimento. Tuttavia il testo tende ad essere sanscrito per chi non ha mai avuto a che fare con questo mondo e non credo che aiuterà nessuno ad approcciarsi ad esso, rendendolo a tutti gli effetti una lettura settoriale e limitata.

venerdì 8 settembre 2017

63. John Preston - A Very English Scandal

Quest'estate sono tornata, dopo parecchi anni, nel sud dell'Inghilterra. Una vacanza di 10 giorni, molto intensa, un po' un tour de force a dire il vero, ma davvero bella e soddisfacente. Erano anni che non mi potevo permettere un viaggio così...
Non serve nemmeno che lo dica: vacanza in the UK significa barcata di libri che torna a casa con me. In questo caso sono stati 24, 11 in valigia e 13 spediti direttamente in Italia da Blackwell's, meravigliosa e storica libreria di Oxford che ha un efficientissimo servizio di spedizioni in tutto il mondo a prezzi bassissimi. Ho trovato un bel po' di tomi che cercavo da tempo, moltissimi usati con risparmi sostanziosi (i libri usati in Inghilterra costano veramente pochissimo) e molti libri nuovi acquistati con offerte molto convenienti, soprattutto per quanto riguarda i classici (come non amare i 2x1 di Blackwell's?).
Tra i libri che mi hanno accompagnato a casa c'è anche questo saggio/cronaca romanzata di John Preston, "A Very English Scandal". Il titolo in italiano suona più o meno "Uno scandalo molto inglese", ma al momento il libro non è stato ancora tradotto e dubito che mai lo sarà. In fondo è una storia di cronaca prettamente inglese, che ha colpito in qualche modo la sfera politica durante gli anni '60/'70, ma che coinvolge personaggi di cui in Italia abbiamo a malapena sentito parlare e di cui ci frega meno che niente.

Dirò subito che il titolo (e il libro di conseguenza) mi ha tradito: ho guardato velocemente la tematica (uno scandalo omosessuale che ha coinvolto figure politiche di spicco) e mi sono ricordata di un interessantissimo film-documentario, o docu-drama come vengono chiamati in inglese, che avevo visto qualche anno fa: "A Very British Sex Scandal". Anche quello trattava di uno scandalo omosessuale che aveva coinvolto la politica, tanto da portare a una ridiscussione della legge contro l'omosessualità, allora punita con il carcere. Visto che l'ho citato consiglio caldamente a chi capisce l'inglese di guardarlo, perché è veramente interessante. 

Dicevo che il titolo mi ha tratto in inganno, perché pensavo fosse il libro da cui era stato tratto il documentario e invece non c'entrava una mazza. Sigh...

"A Very English Scandal" tratta le vicissitudini di Norman Josiffe/Scott un giovane uomo dalla vita alquanto disordinata e dalla psiche sicuramente disturbata, che nel 1961 iniziò, per una serie di cause contingenti culminate in quello che l'uomo racconta come uno stupro, una relazione sessuale con Jeremy Thorpe, membro del Parlamento inglese e futuro leader del partito liberale. Uomo spregiudicato, affamato di potere e incline alla trasgressione e alla sopraffazione, Thorpe fece di Norman il suo mantenuto per un po', finché questi non si ribellò alla situazione, andandosene a cercare fortuna (mai trovata) altrove. Da quel momento in poi iniziarono i veri problemi per Norman, che rappresentava un pericolo per la carriera politica di Thorpe. Insabbiata la relazione quanto possibile, la tensione e l'ansia di essere scoperto del deputato aumentò fino a diventare ossessione, culminando nella decisione di far sparire Norman Scott una volta per sempre...

La storia è avvincente, anche se a tratti dolorosa: pensare che tutte queste cose siano successe davvero, che Norman Scott abbia davvero condotto una vita così difficile, piena di esperienze violente, di abuso e di abbandono, che ne hanno alterato irrimediabilmente la salute mentale e l'hanno portato negli anni ad autodistruggersi, mette una certa tristezza. L'intera vicenda segue due punti di vista principali: quello di Norman, appunto, e quello di Peter Bessell, un altro parlamentare membro del partito liberale e fedele sostenitore di Thorpe. Si sta un bel po' col fiato sospeso, se non si conosce la cronaca dell'epoca (ci fu un processo piuttosto clamoroso che li coinvolse tutti nel 1979), quasi fosse un thriller. Inoltre l'autore traccia una breve storia dei cambiamenti che portarono alla depenalizzazione dell'omosessualità in Gran Bretagna dal Dopoguerra agli anni '70. Per me questa parte è stata sicuramente molto interessante e mi ha dato spunti per letture future.
Però...
Ci sono alcune cose che non mi hanno entusiasmato di questo libro.

Prima di tutto lo stile di John Preston è scorrevole e divertente, è un uomo che sa narrare e non manca di inserire qualche commento, anche se a volte lo fa in maniera non esattamente trasparente. Ciononostante la storia procede lentissima. Il libro consta di 322 pagine più i saluti e i ringraziamenti finali, ma si sarebbe potuto scrivere con la metà delle parole. Preston si dilunga in dettagli, descrizioni minuziose, avvenimenti assolutamente irrilevanti o quasi; verso la metà ho avuto veramente la sensazione che stesse facendo di tutto per allungare il brodo.

Inoltre alla fine ci sono  rimasta malissimo. Insomma, non è tanto un segreto, perché la storia è riportata su internet; basta una veloce ricerca, che però io non ho voluto fare per non rovinarmi la lettura. Ecco, diciamo che l'esito del processo mi ha lasciata perplessa. Non solo, perché a quel punto ho dovuto rimettere in prospettiva tutto il libro.
Il punto è che non è mai stato provato davvero in maniera legalmente riconosciuta che i fatti narrati siano accaduti così come sono stati riportati da Preston. Questo libro è un connubio delle versioni di Norman Scott e di Bessell della storia, più qualche spezzone preso da commenti dell'epoca, articoli di giornale e inchieste sempre di allora, e quelle che credo siano dichiarazioni di altri imputati nel processo ma rilasciate soltanto in un secondo tempo, quando la notizia era ormai archiviata. Il punto è che non possiamo sapere con certezza che questa sia la versione vera e definitiva della storia. Certamente ci sono elementi di verità incontrovertibili, altrettanto certamente molti indizi indicano che altri eventi abbiano avuto luogo più o meno come vengono descritti, ma non tutto è da prendere per assodato. Quindi non si può dire che sia realmente un resoconto veritiero dello scandalo dell'epoca, né che faccia in qualche modo giustizia. Va detto anche che i protagonisti della storia sono ormai quasi tutti morti, per raggiunti limiti di età se non per malattia o altro... Quindi non c'era nemmeno la possibilità che qualcuno si ribellasse o rispondesse alle testimonianze riportate.

Insomma, è un libro interessante, come ho già detto, che mi ha tenuto compagnia e mi ha intrattenuto durante il viaggio (comprato e iniziato a Bath, l'ho finito pochi giorni dopo il mio ritorno) ma che non mi ha soddisfatta e mi ha lasciato un po' di amaro in bocca.
Non lo consiglierei, anche perché difficilmente avrà mai una traduzione, a meno che non si sia particolarmente appassionati di storia della politica inglese e non si voglia spiare sotto il velo di qualche altarino... Piuttosto aspettiamo che la BBC ne faccia la versione filmica, che dovrebbe essere a cura di Stephen Fry e con Hugh Grant nella parte di Jeremy Thorpe. Sono curiosa di vedere come lo renderanno, la BBC di solito fa le cose per bene...