giovedì 22 giugno 2017

56. Agostino - Alberto Moravia

Più riguardo a AgostinoQuesto romanzo è il primo che leggo di Moravia. Conosco quest'autore per fama, ma non avevo mai avvicinato uno dei suoi scritti. "Agostino" mi ha attirato, un po' mi vergogno a dirlo, per la sua brevità prima di tutto. Inoltre la tematica, cioè il passaggio del protagonista dall'infanzia all'adolescenza, mi ha sempre affascinato. Quindi ho deciso che fosse giunta l'ora e l'ho letto tutto d'un fiato.

Non si può davvero definire "Agostino" un romanzo, quanto un racconto lungo (126 pagine), diviso in quattro parti. Il titolo altro non è che il nome del protagonista, un ragazzo di tredici anni di famiglia agiata in vacanza con la madre al mare. Orfano di padre, la madre rappresenta tutto il suo mondo familiare, la sua sicurezza e l'amore incondizionato e puro. Questo finché non arriva una figura maschile ad interporsi tra lei ed Agostino, un giovane per cui la madre cambia atteggiamento e si rivela donna.

"Agostino" è una storia di iniziazioni, di scoperte del mondo e di passaggio dall'innocente ignoranza fanciullesca alla dolorosa e tormentata consapevolezza adolescenziale.
La prima iniziazione è quella sessuale. Agostino, grazie ad un gruppetto di ragazzi del paese, scopre l'amore fisico, carnale, e si rende conto che sua madre è, ahimè, una donna, e pure desiderabile. La tematica edipica è fortissima e trattata magistralmente. Nel momento in cui Agostino scopre il significato dei gesti, degli atteggiamenti e più in generale dei rapporti tra uomo e donna (e di conseguenza della madre col bellimbusto, non a caso entrambi senza nome) si accende dentro di lui qualcosa di mai provato prima, di sconosciuto ed inesplorato. Giunto completamente innocente fino a 13 anni, per Agostino è il momento di fare i conti con le proprie pulsioni sessuali, e ancora prima con le proprie fantasie erotiche. Sì, perché di fisico c'è davvero poco in questo romanzo, mentre molto è pensato, fantasticato, immaginato, come il vedo-non vedo delle vestaglie indossate dalle donne nella storia.
Non concordo con l'introduzione al romanzo, che vede Agostino andare "pericolosamente vicino al desiderio edipico": Agostino nel desiderio edipico ci sguazza fino al collo, ed è proprio questo il suo tormento e la fonte del suo malessere. Una volta presa consapevolezza del fatto che la madre è una donna e come tale desiderabile e desiderosa di contatto sessuale a sua volta, Agostino lavora con tutte le sue forze per cercare di mettere tra loro una barriera, una distanza che gli restituisca la serenità.

Gli pareva che il giorno in cui non avesse visto in sua madre che la bella persona che ci scorgevano il Saro e i ragazzi, ogni infelicità sarebbe scomparsa; e si accaniva a ricercare le occasioni che lo confermassero in questa convinzione. Ma con il solo risultato di sostituire la crudeltà all'antica riverenza e la sensualità all'affetto.
La madre, come in passato, non si nascondeva in casa dai suoi occhi di cui non avvertiva lo sguardo cambiato; e maternamente impudica, pareva ad Agostino che quasi lo provocasse e lo ricercasse. [...] Si ripeteva "Non è che una donna," con un'indifferenza obbiettiva di conoscitore; ma un momento dopo, non sopportando più l'inconsapevolezza materna e la propria attenzione, avrebbe voluto gridarle: "Copriti, lasciami, non farti più vedere, non sono più quello di un tempo."

Agostino cerca per tutto il romanzo, invano, di esorcizzare questa nuova sessualità. Alla fine dovrà accettare che non è giunto ancora il momento, per lui, di viverla attivamente, ma dovrà sopportare il peso di queste fantasie per il resto della sua adolescenza.

Gli artefici del cambiamento in Agostino sono una banda di ragazzotti di Viareggio, dove lui sta trascorrendo le vacanze. Il gruppo è quanto di più dissimile da ciò che lui è e dal mondo in cui normalmente vive, in cui è cresciuto e di cui fa parte. Sono villani nel senso più letterale, paesani rozzi e violenti. Sono ragazzi delle classi sociali più basse. Agostino non aveva mai trascorso del tempo con ragazzi come questi, prima, e vive una costante contrapposizione di sentimenti: li disprezza, li trova sporchi, rudi e volgari, inferiori, eppure desidera stare con loro, diventare uno di loro, partecipare ai loro giochi, ai loro divertimenti. L'imbruttimento di Agostino, la maschera che sceglie di indossare nella speranza di essere accettato, cosa che non avverrà mai, è la seconda iniziazione all'interno del libro. In quanto bambino non aveva mai pensato che altri fanciulli della sua età potessero essere diversi. Non aveva mai preso in considerazione la vita di chi non era fortunato come lui, perché non sapeva nemmeno esistesse un'altra vita. Non è un'esistenza che gli piace davvero, perché spesso la sua tentazione profonda è di allontanarsi anche dai pari, ma essi sono qualcosa di diverso e lo straniamento che prova in loro compagnia lo distrae un po' dal disagio che vive in casa.
Moravia descrive questi ragazzi con un occhio critico che rivela un certo disgusto, un senso dell'inferiorità di questa masnada di adolescenti.

Erano, contro lo sfondo delle canne verdi in parte bruni e in parte bianchi, di una bianchezza squallida e villosa, dall'inguine fino ala pancia; e questa bianchezza rivelava nei loro corpi quel non so che di storto, di sgraziato e di eccessivamente muscoloso che è proprio della gente che fatica manualmente.

Leggendo descrizioni come queste ho pensato a Pasolini e a "Ragazzi di vita" che lessi un paio d'anni fa. Là gli stessi ragazzi venivano descritti con simpatia e un velo di desiderio, qui Moravia li presenta come fisicamente menomati dalla propria condizione sociale, quasi che il ceto si trasmettesse per via genetica.

Infine c'è una terza iniziazione brutale per Agostino: la presa di consapevolezza del male. Fino a quel momento Agostino era stato chiuso nella sua bolla di cristallo, protetto dalle brutture, dalla scorrettezza, da chi avrebbe anche voluto fargli del male. Invece scappando dal grembo materno trova una compagnia di ragazzi che rubano, che mentono sfacciatamente, che si picchiano e sono pronti a umiliarlo senza un vero perché, se non per divertirsi. Scopre la deformità fisica, il mondo della prostituzione, la trasgressione del fumo e dell'alcool e subisce le attenzioni di un pederasta. Agostino è sconvolto da tutte queste brutture, soprattutto dall'ultimo evento, che lo imbarazza e gli attira le beffe dei compagni; tuttavia ne è attratto, come se se ne volesse immergere completamente, perché sente che questo passaggio lo renderà uomo.

La conclusione ha un che di doloroso per il ragazzo: dovrà prendere atto della fine della propria spensierata fanciullezza e dell'inizio di un'età più dolorosa e cupa: l'adolescenza. Moravia presenta magistralmente questo periodo della vita come una fase di passaggio, di trasformazione, in cui si smette di essere bambini, si scopre il brutto del mondo e il disagio di essere se stessi, ma ancora non si è adulti e non si può vivere come si vuole, liberi di esplorare e costruirsi un'identità. Da qui, dalla consapevolezza degli anni che dovranno passare prima di essere riconosciuti come adulti, nasce il tormento adolescenziale. C'è un unico lato positivo: se, come Agostino, si ha il coraggio di alzare la voce e chiedere al mondo di riconoscerci come nuovi, diversi, il mondo potrebbe ascoltarci e iniziare a trattarci da uomini e non da bambini.

Questo romanzo fu pubblicato da Moravia nel 1945, anche se fu scritto qualche anno prima, durante il fascismo, quando lo scrittore subì una censura totale da parte del regime. E' la prima opera di quest'autore che leggo e so che non ebbe lo stesso incredibile successo di romanzi quali "Gli indifferenti" o "La romana", ma come primo contatto direi che è stato perfetto. Un libro veloce, godibile, che a tratti mi ha ricordato l'atmosfera soffocante di "Morte a Venezia" di Mann e che in poche pagine è stato capace di mettere in scena una metamorfosi coinvolgente nel suo dolore.

venerdì 16 giugno 2017

55. The Circle - Dave Eggers

Più riguardo a The CircleSiamo tutti in rete, tutti interconnessi tramite internet, i social, le app. Ma qual è il limite accettabile al potere che questi strumenti possono avere sulla nostra vita?
In poche parole il fulcro del romanzo "The Circle" di Dave Eggers, portato recentemente alla ribalta dalla versione cinematografica con Emma Watson e Tom Hanks, si può riassumere così. L'autore si immagina un mondo del futuro più prossimo (oserei dire che il romanzo, pubblicato nel 2013, già puzza un po' di vecchio guardando lo sviluppo che ha avuto la tecnologia digitale...) in cui una grande azienda, il Cerchio appunto, ha stravolto il concetto di web e di identità digitale con una serie di fortunatissime e utilissime (all'apparenza) invenzioni. Le app del Cerchio sono così diffuse che ormai la ditta ha soppiantato i vecchi mostri sacri di internet, come Google e Facebook, e incamera un fatturato disgustosamente elevato, che l'azienda spende (in apparenza) nella ricerca e per innalzare lo stile di vita dei propri dipendenti.
La protagonista, Mae Holland, è una ragazza giovanissima, da poco laureata in una università prestigiosa ma condannata ad una vita noiosa e deprimente nel tran tran della propria cittadina, dove ha un lavoro d'ufficio mal pagato e poco soddisfacente. La sua vita però sembra essere ad una svolta quando Mae, per disperazione, chiede aiuto alla sua vecchia amica e coinquilina Annie, ora un pezzo grosso all'interno del Cerchio, al fine di ottenere un lavoro per il colosso del web. Quando Mae ottiene il lavoro non può credere alla propria fortuna e si dedica anima e corpo a questa nuova avventura, ansiosa di dimostrarsi degna di questo onore. Ma poco alla volta dovrà anche prendere coscienza di quanto il Cerchio chieda sempre più spazio anche alla sua vita privata...

La trama del romanzo non è esattamente innovativa, visto che nel '900 gli autori distopici hanno già scritto a profusione del tema dell'invasione della tecnologia e della sottrazione della privacy a favore di una trasparenza apparentemente positiva a livello sociale, ma che spesso nasconde la lunga mano di una dittatura o di un potere forte che vuole il controllo assoluto sulla società. Non è innovativa, dicevo, ma ciò non vuol dire che non sia fortemente attuale e interessante. Ero molto curiosa di leggere questo libro, che occhieggiavo da un po' sugli scaffali della libreria da cui mi servo di solito, e trovarlo in lingua originale in un piccolo negozio sul lago mi è sembrato un segno del destino, per cui l'ho acquistato e letto immediatamente. Ahimé, mi tocca dire che il libro, a mio avviso, si è rivelato un po' "meh". "Meh" è un'espressione presa proprio dal romanzo e piuttosto diffusa nella lingua inglese e sul web per indicare un commento né positivo né negativo, ma abbastanza indifferente. Una cosa del tipo "non mi dice nulla" o "non mi entusiasma". La protagonista della storia esprime più volte la propria opinione tramite le tre opzioni "Smile" (sorriso), "Frown" (broncio) o "meh". Insomma, come le emoticon. E questo libro per me è proprio meh. Non è brutto, non è uno di quei libri da sconsigliare assolutamente, perché qualche spunto interessante c'è e avrebbe delle potenzialità, ma non entusiasma, non va da nessuna parte, non arriva a una conclusione vera e propria. Meh...

Punto forte del romanzo è sicuramente la descrizione ansiogena di un futuro completamente collegato in rete. Per chi negli ultimi anni ha avuto a che fare con la burocrazia telematica, cioè quasi tutti noi, il punto di partenza del romanzo non può che essere familiare e seducente: l'avventura del Cerchio nasce dalla creazione di un giovane programmatore, Ty, che riesce a unificare account e password di ogni sito, social o istituzionale, in un unico profilo certificato. Interessante come l'autore suppone che questo possa arginare il proliferare di troll e bulli da tastiera; io non sono del tutto convinta che servirebbe a qualcosa negare l'anonimato visti certi commenti su Facebook corredati da nome e cognome...
Da quell'invenzione si sviluppa il Cerchio: via via nuove funzionalità vengono aggiunte, sempre più persone si iscrivono al servizio e tutti i dati e le informazioni di tutti gli utenti vengono salvate e classificate all'interno del cloud, parola che abbiamo imparato a conoscere molto bene negli ultimi anni, pronti ad essere ripescati in qualsiasi momento. 
La tematica è attualissima, è inutile far finta di niente. Tutti noi ormai siamo schedati sul cloud, chi più chi meno. Basta avere un cellulare connesso a Facebook e con il GPS acceso... Negli ultimi anni abbiamo visto la diffusione sempre maggiore di pubblicità su misura, basate sui nostri acquisti web, e i cookies che siamo obbligati ad accettare per poter navigare servono proprio a questo: salvare la nostra traccia sulla rete, i nostri interessi, le nostre scelte, e riutilizzarli per anticipare i nostri futuri bisogni. Naturalmente anche vendendo tali informazioni a ditte specializzate... Letto su pagina fa più impressione, anche perché Eggers porta questa realtà all'estremo, ma lo viviamo ogni giorno e, felicemente o meno, ci sguazziamo dentro. Possiamo sottrarci a questa rete globale? Eggers dice di no e io un po' gli credo. Così come i tentativi nel romanzo di nascondersi dal Cerchio hanno un esito assai infelice, non posso non pensare che ormai internet permei la nostra vita così profondamente da rendere la connessione obbligatoria per tutti prima o poi.
Strettamente legato a questo discorso è quello sulla privacy a cui accennavo prima. Ormai di privacy ce ne è rimasta ben poca, per lo più illusoria. Il cloud già sa dove siamo in ogni momento, se il cellulare sta nella nostra tasca o in borsa; sa chi sono i nostri amici, i nostri parenti, le persone che frequentiamo per studio o lavoro, persino chi sono i nostri vicini di casa. Nel cloud ci sono le nostre foto, i nostri contatti, i nostri video e i file, oltre alle email e ai blog come questo. Ho googlato il mio nome e tra le immagini sono uscite le foto di molti miei amici e contatti, ma soprattutto le copertine di libri che ho letto e recensito qui o su Anobii. Per dire...
Chi sa parlare la lingua della rete, vale a dire i programmatori (o gli hacker, che poi fanno la stessa cosa...), ha un potenziale immenso a portata di tastiera. Il Cerchio va oltre, dissemina il mondo di telecamere, in barba a qualsiasi legge sulla tutela della privacy (appunto) e dei minori. In nome della trasparenza si chiede ai politici prima e alla gente qualsiasi poi di rinunciare a nascondere qualsiasi dettaglio della propria vita, arrivando a indossare su di sé tale telecamera, affinché chiunque possa controllarne l'operato in qualsiasi momento. 
Sarebbe questa un'idea tanto rivoluzionaria? Quanti inneggiano alle telecamere nelle scuole, in ogni classe, per poter controllare i professori? (E non ditemi che vogliono vedere i propri figli, perché l'unica cosa che conta è trovare un appiglio per poter denunciare la maestra di turno; dell'utilizzo inverso, cioè per determinare sanzioni ai danni degli studenti, non se n'è mai discusso.) E le riunioni, siano esse comunali o parlamentari, non sono oggi quasi sempre trasmesse in streaming? La nostra vita non è gia in chiaro per la maggior parte del tempo? Eggers ancora una volta non fa altro che accentuare un po' i toni, portare la situazione un po' più al limite, e la sensazione si fa subito angosciante.

La cosa più destabilizzante di questo tema è forse proprio la nostra ambivalenza di utenti: l'idea di perdere la nostra privacy, di essere schedati e scrutati ci mette in ansia, ma d'altra parte ci piace avere un computer che sa tutto di noi, che ci suggerisce le pagine da visitare, si ricorda le password per noi e salva in automatico tutti i nostri dati, visto che fare il backup è un'incombenza mostruosamente gravosa. Ci piace che GoogleMaps sappia esattamente dove siamo e ci faccia vedere passo passo dove andare, ci piace spulciare i profili dei nostri conoscenti per fare del pettegolezzo spiccio e pubblicare commenti ambigui perché le persone ci chiedano spiegazioni, ci piace ricevere like e condivisioni che nutrono il nostro ego; tuttavia quando Facebook ci suggerisce come amico quello che abita al quarto piano a cui non rivolgiamo nemmeno la parola un po' ci infastidisce, così come quando una pubblicità ci ricorda di aver acquistato una panciera contenitiva o un set di frustini. Insomma, non è il web ad essere di per sé buono o cattivo: il web è una macchina e come tale è indifferente alla nostra vita. Siamo noi utenti stessi ad avere un rapporto di amore-odio con queste nuove tecnologie e a cercarle anche mentre le rifuggiamo. 
Questo romanzo ci fa riflettere anche su questo, su quanto noi siamo disposti a sacrificare della nostra vita privata, a quanto la comunità del web toglie spazio ai nostri hobby e alle persone attorno a noi in carne ed ossa. Che si riesca però a raggiungere una conclusione è ancora una volta un risultato impossibile.

Infatti sconclusionato è anche il romanzo. Nel vero senso della parola: una conclusione vera e propria non c'è. Sì, si intuisce in che direzione continuerà ad andare, ma è nebuloso su ciò che davvero voglia arrivare ad ottenere il Cerchio, all'atto pratico. O perlomeno banale.
A questo si aggiunge una carrellata di personaggi bislacchi e incoerenti, spesso macchiette quasi caricaturali. Mae, la protagonista, all'inizio del libro sembra una ragazza piuttosto sconnessa, cioè molto dedita alla propria vita privata e poco ai social. Per questo motivo rischia quasi di perdere il lavoro. Invece dopo 5 pagine diventa la reginetta del web, con una competitività esasperata nel voler acquistare visibilità. Proclama la trasparenza, l'importanza del non avere segreti, e un minuto dopo silenzia la propria telecamera per parlare di nascosto con la sua amichetta. Mae agisce in modo totalmente incoerente e incomprensibile per tre quarti del libro e ci delude ogni volta. Una protagonista con cui non mi sono riuscita ad immedesimare nemmeno per 10 minuti. Non che gli altri siano meglio. Kalden, il suo misterioso amante, Annie, l'affascinante manager dalla parlantina sboccata, Bailey e Stenton, i due veri leader del Cerchio, Mercer, l'ex che piace tanto ai suoi genitori, o Francis, il suo improbabile fidanzato con problemi di eiaculazione precoce: tutti i personaggi principali non stanno in piedi, non hanno una psicologia chiara e definita, e si fatica a capire quali siano le loro aspirazioni, a cosa ambiscano davvero, cosa li spinga ad agire come fanno. 
Un esempio lampante è proprio il rapporto tra Mae e Kalden: lui l'avvicina senza una ragione precisa, lei è una ragazza qualsiasi tra migliaia, eppure lui la sceglie, in qualche modo, per essere la sua alleata. Le mostra cose segretissime e le racconta dettagli oscuri senza nemmeno assicurarsi della sua opinione in merito, senza prima creare un legame di fiducia con lei. Lui è palesemente una sorta di intelligence, di spia o di pezzo grosso in incognito...che senso avrebbe mettere a rischio tutto questo fidandosi di una ragazzetta banderuola a cui si è rivolta la parola 3 volte? Nessuno, appunto...
Mi permetto anche di commentare sulla poca capacità dell'autore di immedesimarsi in una ragazza di vent'anni, quale è Mae: questo romanzo è scritto da un uomo e si vede, perché le donne non impostano in quel modo le proprie relazioni, soprattutto sessuali...

Forse ciò che mi ha lasciato più "meh" di questo romanzo è non riuscire a capire da che parte si schieri l'autore, quale sia la sua finalità. Cosa mi vuole dire Dave Eggers? Non lo so, o meglio, credo di aver capito che volesse criticare l'iper-connessione della nostra generazione ma senza dare delle reali alternative o mostrare una controtendenza positiva. Rimango così, a chiedermi se almeno lui avesse le idee chiare in merito...

Un ultimo appunto: sconsiglio questo romanzo a chi è di stomaco un po' debole e agli animalisti. Non accade nulla per tutto il libro di degno di nota, ma verso la fine il nostro Eggers inserisce una lunga scena piuttosto descrittiva che vuol essere una metafora del Cerchio e che vede come protagonisti alcuni animali marini. Ecco, questa scena sì, che è disturbante. Mi ha lasciato un senso di angoscia, oserei dire di nausea, maggiore che non tutto il resto della faccenda. Anche in questo momento, ripensandoci, mi fa sentire male e lo stile narrativo scelto dall'autore, così dettagliato e quasi gongolante, mi ha disgustato. Quindi amici che si deprimono a vedere un cane sotto la pioggia, evitate di farvi del male.

In conclusione, romanzo con alcune potenzialità non del tutto sfruttate e uno stile narrativo che lascia un po' a desiderare. Metà delle pagine si potrebbero tranquillamente tagliare, dettagli su dettagli inutili si accumulano senza sfociare in un quadro d'insieme coerente. Si legge in fretta, c'è molta suspense, ma lascia molto di non risolto, in sospeso. Un libro di cui si intuisce il finale ben prima della fine e che proprio per questo verrebbe voglia di metterlo giù e abbandonarlo. Non brutto brutto, non illeggibile, ma non bello. Meh.

lunedì 12 giugno 2017

54. Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi

Più riguardo a Cristo si è fermato a EboliEra tanto, tantissimo tempo che desideravo leggere questo libro, eppure qualcosa mi spaventava, mi tratteneva. Forse era il titolo, così drammatico, o forse la fama di libro duro, un po' pesante. Doveva arrivare, come al solito, il gruppo di lettura a darmi la giusta motivazione. E ancora una volta non posso che felicitarmi: libro eccezionale, che mi è piaciuto tantissimo.

Carlo Levi in questo romanzo/saggio/autobiografia racconta i due anni passati al confino in Lucania, nella città di Aliano. Inimicatosi il regime fascista, impresa quanto mai facile per un medico e artista di inclinazioni politiche ben differenti, Levi fu spedito nel 1935 in Basilicata, vicino a Matera, prima in un paese di medie dimensioni, Grassano, per poi venir trasferito in un comune piccolo e poverissimo, Aliano appunto, dove trascorse poco più di un anno. Ho messo più termini per definire questo libro perché è difficile rinchiuderlo in una categoria precisa. Molto, quasi tutto ciò che racconta l'autore è successo davvero, i luoghi, le usanze e le condizioni sociali e storiche sono fedeli, ma per proteggere un po' la privacy dei protagonisti Levi decise di mutare qualche dettaglio e, soprattutto, il nome del paese, che da Aliano diventa Gagliano. Immagino che nel 1945, quando questo libro fu pubblicato, all'alba della Liberazione, i lettori fossero meno astuti nel risalire alla geografia reale...

Ci sono mille cose che mi hanno colpito di questo libro: dallo stile dell'autore, denso e descrittivo con una precisione che rivela l'occhio d'artista ma al contempo semplice, fluido, chiarissimo, alla cruda realtà della valle dell'Agro a pochi anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Una vita di miseria, durissima, segnata dagli stenti, dalla fatica e dalla malattia in quello che sembra a tutti gli effetti un angolo di mondo dimenticato da dio.
A lungo mi ero interrogata sul significato del titolo e Carlo Levi lo spiega subito, nelle prime pagine: "Cristo si è fermato a Eboli" è un modo di dire del posto: "Noi non siamo cristiani, Cristo si è fermato a Eboli". I contadini del luogo non intendono però dire che non credono in dio; il termine cristiano qui sta per essere umano, uomo. Questo è il dolore e la rabbia che i contadini di Gagliano si portano dentro: il fatto di non essere nemmeno considerati e  trattati come esseri umani, ma come bestie, bestie da soma.
Levi ce li descrive, questi contadini, perché è a loro che davvero è interessato, alle loro strane tradizioni popolari, che lo divertono, al loro modo passivo di vivere la vita, completamente abbandonati al destino, incapaci di uscire dalle grinfie della terra natia anche quando riescono a scappare per qualche tempo, andando in America a cercar fortuna. Sono strani, gli abitanti di Agliano, diversi dai contadini del nord Italia. Levi spende una parola per tutti: i sostenitori del fascismo e i signorotti locali che pensano solo ad arricchirsi, la Chiesa corrotta e che abusa della popolazione come fa lo Stato, i pochi artigiani che non riescono a lavorare, i bambini che vivono per le strade, giocando tra i rifiuti, e che anche dopo essere andati a scuola sono ancora analfabeti. E poi le donne, esseri ferini, misteriosi, apparentemente recluse nelle loro tradizioni e negli abiti e veli neri, ma passionali, istintive, prive di una moralità cristiana o borghese. Un'Italia verace nel vero senso della parola, perché è la più antica, precedente forse persino all'avvento dei Romani.

Sarebbe impossibile citare davvero tutto ciò che questo libro mi ha trasmesso. Mi dovrò limitare quindi a un paio di dettagli. La cosa che più mi ha sconvolto, probabilmente, è la descrizione della povertà assoluta, della miseria più nera. La descrizione di Matera, fatta dalla sorella di Levi andata in visita al fratello e capitata, suo malgrado, nel capoluogo, è ben lontana dalla poeticità e dall'unicità dei Sassi di cui tanto abbiamo sentito parlare negli ultimi anni. Case che sono spelonche buie, sudicie e maleodoranti, in cui uomini e animali convivono spesso in un'unica stanza; moltissimi bambini, che girovagano nudi o in abiti ormai stracciati dall'uso, gialli per la malaria, denutriti, con il ventre gonfio e gli occhi semi-ciechi per il tracoma su cui si posano le mosche; donne distrutte, devastate dalle gravidanze, dalla malaria e dal lavoro che spezza la schiena. Quando ho finito di leggere quella descrizione mi è parso di aver preso un pugno nello stomaco. "Il Terzo Mondo" ho pensato, "l'Africa subsahariana, anzi il Quarto Mondo, le scene apocalittiche che vediamo in fotografia dal Burundi, dallo Zimbabwe e dalla Sierra Leone." Solo che lì ci sono state guerre, guerre civili a non finire, pulizie etniche e lo sfruttamento coloniale che ha ridotto all'osso Paesi che spesso, già in partenza, erano poveri di materie prime. Ma qui? Com'è possibile tanta povertà?
Eppure io so che era così, e lo so perché la Basilicata non era l'unica regione italiana a versare in condizioni così gravi negli anni '20 e '30. Io ho origini in parte friulane e i racconti che mi sono stati fatti dell'infanzia di mia nonna hanno un che dei film dell'orrore. E sono mille le somiglianze che ho ritrovato leggendo di questo popolo sofferente ma sconfitto, piegato dalla sua stessa povertà.
Questa descrizione mi fa pensare che è incredibile come, in brevissimo tempo, l'Italia sia cresciuta, si sia evoluta. Questa regione apparentemente senza speranza ha fatto, nel giro di 30 anni dalla fine della guerra, passi da gigante, anche grazie ai grandi investimenti fatti per migliorare le condizioni di vita della popolazione. E' quasi commovente pensare che Matera è stata scelta come città della cultura per il 2019. Chi avrebbe potuto scommettere una lira su un cambiamento simile? Chi avrebbe pensato che questa gente disperata un giorno avrebbe potuto lasciare tutto quel dolore dietro di sé?
E' un messaggio bello, positivo, che ci ricorda che, se si crede nello sviluppo e nel futuro dei popoli, c'è una speranza concreta di migliorare.

Un altro tema che occupa molte pagine del libro sono, come ho accennato prima, le donne, con le loro debolezze e le loro arti di seduzione. E tra le donne quelle che spiccano in particolare sono le streghe. Così le chiama Levi perché così vengono chiamate dalla gente del posto. Le streghe sono donne che conoscono le formule magiche per far guarire o morire qualcuno, che sanno creare filtri per far innamorare un uomo e legarlo a sé per la vita. Ma soprattutto le streghe sono donne forti, indipendenti e volitive, che segnate da un fato ostile (come l'abbandono del marito, o la vedovanza...) si sono guadagnate da vivere al meglio e magari, nel mentre, hanno fatto una dozzina di figli illegittimi. Le somiglianze con la mia famiglia aumentano ...
A sentire uno dei personaggi più caricaturali, il dottor Milillo, tutte le donne del paese sono streghe: infatti mette in guardia Carlo Levi dall'accettare alcunché dalla popolazione femminile, perché sicuramente gli avrebbero fatto bere un filtro d'amore contenente sangue mestruale (dettagli che rendono il tutto più stregonesco); tuttavia nella storia la strega in primo piano è una: Giulia.
Giulia è la donna che donna Caterina, la sorella del podestà, mette in casa di Levi come donna di servizio. Naturalmente è una strega: soltanto una strega, quindi una donna senza alcuna reputazione da difendere, potrebbe accettare un lavoro del genere, perché a Gagliano una femmina, qualsiasi sia la sua età, non può mai trovarsi da sola in casa con un uomo che non sia della sua famiglia, pena la perdita della virtù. Spesso vera, perché pare che questi contadini e le loro signore avessero un appetito sessuale effervescente, forse anche perché privo della censura della morale cristiana, e ad una donna bastassero cinque minuti da sola in una stanza con un maschio per ritrovarsi incinta.
Ad ogni modo Giulia si occupa di Levi per quanto riguarda le sue necessità quotidiane e finisce per prenderlo in simpatia, tanto che gli insegna anche i trucchi del mestiere...da strega, si intende. Che si sa, essere medico e stregone è meglio che uomo di scienza e basta.
Levi la descrive così:

Era una donna antichissima, come se avesse avuto centinaia d'anni, e nulla perciò le potesse esser celato; la sua sapienza non era quella bonaria e proverbiante delle vecchie, legata a una tradizione impersonale, né quella pettegola di una faccendiera; ma una specie di fredda consapevolezza passiva, dove la vita si specchiava senza pietà e senza giudizio morale: né compatimento né biasimo apparivano mai nel suo ambiguo sorriso. Era, come le bestie, uno spirito della terra; non aveva paura del tempo, né della fatica, né degli uomini.

Si fidava talmente tanto che accettò di posare anche per alcuni ritratti di Levi, che come prima occupazione, va ricordato, faceva il pittore. Uno, colmo di dolcezza, e quello sottostante, che la raffigura col suo figlio più piccolo.



Giulia non è certo la sola che il pittore ha voluto ritrarre nei suoi mesi passati al confino. Anzi, approfittando anche dell'apprezzamento artistico dei contadini, che insperatamente capivano d'arte più dei borghesi acculturati (quindi più di noi, che ce ne stiamo davanti ad un computer a parlare di libri...), Levi creò diversi ritratti delle genti del luogo, in particolare dei bambini. Questi, ad esempio, sono "Antonio, Peppino e il cane Barone":



Il cane Barone, protagonista fondamentale delle vicende dell'autore e suo unico compagno fedele, è uno dei dettagli più lievi e spensierati della storia, che in fin dei conti non è così cupa quanto potrebbe apparire da ciò che si è detto finora. Al di là delle descrizioni desolanti, oltre il tema dell'emigrazione altissima, del brigantaggio e dell'arruolamento in guerra come unica speranza di fuga, quello che rimane appiccicato addosso è un affetto, una tenerezza che riempie il cuore dello scrittore e che, volente o nolente, traspare dalla narrazione. Levi a questa gente si affeziona, si prende a cuore la loro situazione, perché sono fondamentalmente buoni, accoglienti nei suoi confronti e devoti al suo essere signore e medico vero, non medicaciucci.

Credo sia un libro imprescindibile. Come ho già detto altrove, questo è un altro di quei testi che tutti dovrebbero leggere, in Italia, perché non bisogna dimenticare, dobbiamo sempre sapere da dove veniamo e quanta strada abbiamo fatto per arrivare fin qui. Un pezzetto di memoria storica preziosissimo, una lettura meravigliosa.

mercoledì 7 giugno 2017

Reading Challenge 2017

Una mia collega oggi mi ha fatto un dono meraviglioso: mi ha reso partecipe della Reading Challenge inventata da lei e sua sorella per quest'anno.
Io ho sempre avuto un amore incontrollabile per le tabelle, mi stimolano la produttività, quindi mi ci sono buttata a pesce, le ho stressato l'anima e alla fine, poverina, me l'ha dovuta condividere...
Ecco qui quindi la tabellina da me con amore copiata e riadattata nella forma ma non nel contenuto. Ho già inserito alcuni titolo letti quest'anno dal mese di gennaio. Spero di riuscire a riempirla quasi tutta nei prossimi mesi.
Oh, e se qualcuno conosce un libro la cui protagonista si chiama Manuela ditemelo, che non ne conosco nessuno!
Ah, ovviamente ognuno si senta libero di copiare questa tabella e farla a sua volta. Buone letture!

Un libro che ti è stato regalato/prestato
Un libro consigliato da un/a collega
Un libro il cui titolo è una sola parola (più eventualmente articolo)
Un libro fantasy/con elementi di magia
Un libro di un autore che questanno compierebbe almeno 200 anni
Un libro di cui hai visto il film ma che non hai ancora letto
Un fumetto pubblicato prima della tua nascita
Un libro che puoi leggere in un weekend
Un libro la cui protagonista ha il tuo stesso nome
Un libro di un autore che ha vinto il premio Nobel
Un libro che non è stato pubblicato nel tuo Paese di residenza
Un libro uscito nellanno in cui sei nata
Un libro che ha avuto un adattamento televisivo/cinematografico
Dave Eggers - The Circle
Un classico che ancora ti manca
Un testo teatrale
Una serie di manga che non hai ancora letto
Un libro riguardante miti/leggende
Un giallo/thriller
Un libro per bambini/ragazzi
Un libro che ha la fama di essere impossibile da mettere giù
Il libro preferito di un amico
Un libro che eri impaziente di comprare/prendere in prestito ma che poi non hai letto
Un libro legato a qualche fatto di attualità
Un libro che hai letto molto tempo fa e non avevi apprezzato
Un libro con un titolo o una copertina brutto/a
Un libro di un autore emergente
Un libro che hai sempre evitato
Carlo Levi - Cristo si è fermato ad Eboli
Un libro con un protagonista in cui pensi di rispecchiarti o che sia diametralmente opposto a te

Un libro con unambientazione inusuale
Un libro non fiction

mercoledì 31 maggio 2017

Consigli di lettura per bambini!

I classici della letteratura per l'infanzia li conosciamo tutti. Nel tempo la lista si è allungata non poco e romanzi come "Peter Pan" o "Pinocchio" si trovano facilmente nelle case di chiunque. Almeno credo. 
Ci sono autori per l'infanzia che mi sono piaciuti moltissimo, come Roald Dahl o Michael Ende, altri che mi hanno deluso o che, a mio parere, sono stati parecchio fraintesi. Ad esempio, nessuno mi convincerà mai del tutto che "Il mago di Oz" sia un libro per bambini, perché io dentro ci ho visto molto altro che solo un adulto potrebbe cogliere; un altro esempio è l'autore britannico Saki, che in Italia è stato pubblicato in collane evidentemente dedicate all'infanzia, ma che anche ad una lettura superficiale risulta inadatto ad un tale pubblico. Meraviglioso per gli adulti, almeno se piacciono le short stories un po' cupe, di un'ironia tagliente e dai finali inaspettatamente spiazzanti, ma decisamente non per bambini.

Pur essendo stagionata amo ogni tanto ritornare a sfogliare quelle pagine che avrebbero dovuto appassionarmi da piccola...se solo non avessi avuto tanta fame di letteratura per adulti. Non so bene cosa mi piaccia tanto dei libri per bambini, non riesco a mettere a fuoco con precisione ciò che provo leggendoli, ma quando un libro è bello trovo tanti spunti, tante emozioni, piccoli boccioli di verità racchiusi in immagini semplici e immensamente profonde allo stesso tempo. E poi la fantasia... Nessun libro per adulti batterà mai lo sfrenato utilizzo dell'immaginazione che viene fatto dagli autori di storie per l'infanzia. Gli adulti vogliono che, anche nel fantasy, tutto torni: la magia deve funzionare in modo logico, gli avvenimenti, anche i più strani, devono essere spiegabili, riconducibili a limiti e a una funzionalità interna alla storia e al mondo che la contiene. Gli autori per bambini non si pongono tutti questi paletti, perché al loro pubblico della razionalità non frega niente e che qualcosa sia possibile o no, ragionevole o no, spiegabile o in completa contraddizione con quanto detto prima è totalmente irrilevante. E allora, be'... Si può scrivere proprio di tutto!

Tornando alla mia passione per questa branca della letteratura, oggi vorrei concentrare l'attenzione su due titoli poco conosciuti ma che mi hanno dato grande soddisfazione. Sarebbe stato troppo semplice, quasi scontato, consigliare dei romanzi che tutti conoscono, che sono universalmente riconosciuti come grandi esempi di letteratura. No, a me piace essere strana. 

Il primo romanzo che ho pensato di consigliare è "Nicobobinus", scritto da Terry Jones. Un po' datato e quasi impossibile da recuperare in Italia, è la storia di un bambino dal nome davvero strano, Nicobobinus appunto, che insieme alla sua amica Rosie parte per un viaggio fantastico durante il quale visita posti incredibili, conosce personaggi pazzeschi e vive mille avventure. Partendo dalle strette calli di Venezia, Nicobobinus si ritrova ad affrontare nemici temibili e spietati e a combattere contro il tempo per sopravvivere.
Lessi questo libro da piccolina, avrò avuto 8 anni, uno dei pochissimi che presi in prestito dalla biblioteca (da allora la mia ossessione per il possesso dei libri si è drammaticamente inasprita...) e mi piacque tantissimo. Con gli anni, in qualche modo, il ricordo del disegno di copertina, di quel ragazzino dal nome strano e lunghissimo che cade dal cielo è rimasto nel mio cuore; arrivata all'età della ragione non ho potuto far altro che accaparrarmene una copia via internet. Ho scelto di comprarlo in inglese e appena mi è arrivato l'ho riletto tutto d'un fiato. Che dire, mi ha conquistata come la prima volta. E forse anche di più.
Sì, perchè "Nicobobinus" è una storia un po' scomoda, in cui i cattivi sono davvero cattivi e alcuni di questi cattivi sono persone socialmente insospettabili... Ad esempio dei religiosissimi monaci. Terry Jones, famoso (almeno per gli estimatori del genere) per essere uno dei componenti dei Monty Python, fa in questo romanzo scelte di rottura, inequivocabilmente forti. Non risparmia critiche a nessuno e, con gli occhi di un'adulta, vedo una satira intelligente e aspra che filtra tra le pagine del libro. Chissà, forse pur non ricordando granché, era anche questo ad avermi colpita tanti anni fa...
Insomma, un libricino davvero interessante e godibile sia da piccini che da grandi!

Il secondo libro che vorrei citare è "Un anno col fantasma" di Ann Phillips. Questa storia di fantasmi ambientata in Inghilterra negli ultimi anni della Belle Epoque è davvero davvero inquietante senza essere splatter nè horror. Niente persone sgozzate, niente demoni che ti rubano l'anima; soltanto una ragazzina, Florence, che sentendosi sola, annoiata e desiderosa di un amico decide di fare un rito di evocazione e richiama Georges, un bambino fantasma. Tutto bene finché Georges non inizia a richiedere tutta la sua attenzione e a perseguitarla perché giochi con lui giorno e notte...
Ciò che mi ha colpito di questa storia è stata prima di tutto la descrizione dell'evocazione e del rito di esorcismo, più avanti. Ann Phillips non fa semplicemente accadere le cose, ma utilizza gestualità e simboli presi in prestito dalla magia, o stregoneria, tradizionalmente giunta fino a noi. Un tocco di praticità che mi ha positivamente sorpreso.
Inoltre la narrazione del rapporto malato tra Florence e Georges è semplice ma coinvolgente. Dal puro divertimento si passa al fastidio, all'esasperazione e infine alla vera e propria paura. Georges, il fantasma, è tratteggiato in maniera splendida. Il suo carattere aggressivo, egoista e malevolo traspare al lettore adulto fin dalle prime battute scambiate con Florence. La sua reticenza nel non voler condividere con la ragazzina il suo passato, le sue origini misteriose dovrebbero mettere in guardia la bambina, ma lei mostra un'ingenuità quasi disarmante nel non comprendere, o nel rifiutarsi di capire, quanto quel gioco stia diventando pericoloso. Ovviamente dovrà farlo a sue spese.
Verso la fine la storia prende una piega più drammatica e altre persone care a Florence verranno danneggiate dalla presenza del fantasma Georges. Sul finale la Phillips inserisce un altro dettaglio non scontato: i fantasmi sono spiriti e come tali possono cambiare sembianze a proprio piacimento. Georges sarà quindi davvero un bambino? E com'è morto? Cosa vuole davvero da Florence e dagli abitanti di villa Paragon?
Una storia emozionante da leggere tutta d'un fiato, con un crescendo di tensione che sicuramente funziona sui giovani lettori, visto che ha funzionato anche su di me da grande. Se piace il genere assolutamente consigliatissimo!

venerdì 26 maggio 2017

53. Francisco Pérez Gandul - Cella 211

Più riguardo a Cella 211Ogni tanto ci provo. Capita a tutti di essere stanchi e incasinati e di aver soltanto voglia di staccare il cervello e di godersi una bella storia avvincente, magari non di grande profondità ma con un buon ritmo e uno stile godibile. Dicevo, ogni tanto ci provo: guardo sullo scaffale, mi lascio sedurre da un libro all'apparenza facile ma interessante, decido di leggerlo. E inevitabilmente, nel 90% dei casi, rimango delusa.
Questo è il caso di "Cella 211", romanzo d'esordio dello scrittore spagnolo Francisco Pérez Gandul uscito nel 2004 e da cui è stato tratto un fortunatissimo film, vincitore di numerosi premi Goya (una sorta di Oscar del cinema spagnolo). Io il film l'ho pure visto, per disperazione oserei dire, e devo ringraziare la Rai perché mette alcuni film vincitori di premi e rassegne a disposizione degli spettatori in streaming, tra cui anche "Cella 211", che trovate qui. Io di cinema capisco poco e tutta quest'arte non l'ho vista, ma sicuramente il film è meglio del libro: semplicemente, nella stesura della sceneggiatura hanno cambiato la gran parte delle cose insensate, dando un minimo di realismo ai personaggi, agli eventi e al finale.

Ma andiamo per ordine.
"Cella 211" è la storia di Juan, un giovane appena assunto come secondino in una prigione di Valencia. E' la sua prima esperienza in divisa e dietro le sbarre, ma ha bisogno di questo lavoro, perché da poco si sta costruendo una famiglia e a casa lo aspetta l'amatissima moglie Elena, incinta di tre mesi (ok, questo lo veniamo a scoprire più avanti...). E' così ansioso di fare bella figura che decide di presentarsi al lavoro con un giorno di anticipo, così da conoscere i colleghi, farsi spiegare le procedure e le problematiche della prigione e familiarizzare con l'edificio stesso. La sfortuna però è sempre in agguato: il buon Juan, che da sempre soffre di crisi d'ansia quando si trova in una situazione nuova e stressante, in cui deve fare buona impressione, si sente male durante il giro delle celle e sviene. I colleghi, approfittando dell'assenza dei detenuti durante l'ora d'aria e di una cella rimasta libera lì accanto, lo stendono un attimo sulla branda, aspettando che riprenda i sensi. Poi tutto avviene in pochi secondi: scatta l'allarme, si sentono le urla dei detenuti in rivolta che si avvicinano velocemente e i secondini sono costretti ad abbandonare Juan per rifugiarsi nella zona di sicurezza. Fanno appena in tempo a chiudersi dentro che i detenuti del raggio 5, i più pericolosi della prigione, arrivano capitanati da Malamadre, un uomo che ha fatto dentro e fuori dal carcere da quando aveva 18 anni e ha ucciso l'amante di sua madre. I prigionieri trovano Juan nella cella 211 e lui, comprendendo la situazione, tenta l'impossibile: cerca di farsi passare per uno di loro.

La trama non è esattamente da premio Nobel per la letteratura, ma mi pareva un'opzione accettabile per il libro facile e d'azione che stavo cercando. Peccato che da qui in avanti la storia inizi a degenerare inesorabilmente. Non starò a elencare ogni singolo dettaglio che mi ha fatto imbestialire, ma un paio vanno citati, ad esempio, quindi mi scuso per gli spoiler.
Intanto il caro Juan viene scovato dai detenuti mentre è su una branda, in una cella, ancora mezzo intontito dallo svenimento, durante il quale ha anche sbattuto la testa. L'uomo che lo apostrofa chiedendogli cosa ci faccia lì è uno dei fedelissimi di Malamadre, ma lui non ne sa nulla, quindi potrebbe pensare di trovarsi di fronte a chiunque. Juan si finge un detenuto, ma l'altro è perplesso: se ci fosse stato un nuovo arrivo l'avrebbero saputo e poi c'è qualcosa che non va nella sua divisa. Decide quindi di chiamare il capo. Ebbene, quanto può averci messo? Uno, due minuti? Malamadre era lì, in corridoio, mica dall'altra parte della prigione. Tuttavia in quel lasso di tempo Juan (che un minuto prima non era in grado di alzarsi e correre per mettersi al riparo) riesce a: alzarsi, capire che rischia di morire e deve camuffarsi da detenuto, togliersi la cintura, sfilare i lacci delle scarpe, infilare i lacci nei buchi della cintura, nascondere il tutto in un buco che trova per caso dietro al water, svuotarsi le tasche, buttare soldi, fede nuziale e documenti nel water e tirare l'acqua, infilarci anche il portafoglio intero e incastrarlo in fondo, che non venga trovato, asciugarsi le mani e tornare a sedersi sulla branda. Ma che, veramente? E non è finita! C'è un ultimo dettaglio di cui Juan non era a conoscenza ma che verrà messo alla prova. Siccome la sua tenuta (non indossa la divisa ma normali vestiti scelti a casa che, casualmente, sono dello stesso colore e assomigliano straordinariamente alla divisa dei carcerati di quel particolare raggio) è leggermente diversa dal solito Malamadre sente odore di bruciato e gli chiede di abbassarsi i calzoni. Tutti i detenuti ricevono all'ingresso un paio di mutande identiche, ben riconoscibili. Come farà Juan a cavarsela? Be', ma è naturale... Perché qui scopriamo che Juan non porta le mutande! Ah, che gioia... Da qui in avanti sarà soprannominato il Mutanda e devo dire che forse è l'unica cosa godibile dell libro.
L'altro fatto che mi ha fatto perdere la pazienza nel corso della lettura è il cambiamento folle che avviene in Juan all'interno della prigione. Secondo me questo era anche un tema interessante, su cui sono stati fatti in passato svariati esperimenti psicologici e sociali con risultati anche allarmanti. Nel mio cuore speravo un po' che fosse proprio questo il tema portante, il materiale di ricerca che faceva da spina dorsale al libro. Evidentemente mi sbagliavo. Non si capisce come Juan passi dall'essere una persona normale, educata e civile, persino un po' ansiosa e bisognosa di conferme, a diventare il braccio destro (e poi l'avversario) di Malamadre, un uomo forte e sicuro di sé, che disprezza il sistema carcerario e il governo e non si fa scrupoli a sgozzare un collega, per quanto si tratti di una persona abietta che gli ha appena distrutto la vita. Cioè, è lo stesso che all'inizio è svenuto perché era il primo giorno di lavoro? E invece in mezzo ai detenuti se ne sta bello e beato, tutti si fidano di lui, impara subito nomi, modus operandi e linguaggio del carcere come se ci fosse sempre vissuto. Va bene la trasformazione, ma qui è un po' troppo e un po' troppo subitanea, senza una reale introspezione o un'escalation a giustificarla.
Potrei andare avanti per ore: i superdetenuti cattivissimi che si sconvolgono quando un uomo ne sgozza un altro (nemmeno a sangue freddo, dopotutto...), terroristi che si spaventano per la rivolta e hanno attacchi di cuore, poliziotti che si fanno sfuggire tra le mani giovani donne sole e disperate e tante altre delizie. Tutto però concorre a formare un puzzle inequivocabile: questo libro non ha un senso nemmeno a cercare di darglielo. Io ce l'ho messa tutta, credetemi. Sono anche stata derisa, qui a casa, perché ho continuato a leggere dopo la scena delle mutande (che è tipo pagina 10)...

A tutto ciò si aggiunge una tecnica narrativa sfibrante e traballante. L'autore usa tre diversi punti di vista: quello di Juan, quello di una delle guardie e quello di Malamadre. Non solo, i tre narrano anche in momenti diversi: Juan narra l'azione nel corso del suo svolgimento, mentre Malamadre e la guardia raccontano ciò che è successo al passato, perché il tutto si è già concluso e loro stanno soltanto riferendo i loro ricordi. Già così era un bel minestrone, visto che i salti da un personaggio all'altro sono continui e sfiancanti. In più lo scrittore ci mette la ricerca di uno stile che si adatti ai tre narratori, per cui fa parlare Juan in un modo, Malamadre in un altro completamente diverso e la guardia in un altro modo ancora. A libro finito posso dire che l'unico narratore sensato è il secondino. Degli altri due non so chi mi ha fatto più venire l'esaurimento, ma qualcosa in comune hanno: per tre quarti del libro non fanno altro che parlare, ricordare e pensare a scopare, donne varie in atteggiamenti più o meno sessuali e mostrare di essere veri macho con le palle. Non so se il povero Francisco Pérez Gandul soffrisse dei primi sintomi della crisi di mezz'età durante la stesura del romanzo, ma la narrazione calca la mano talmente tanto su questo punto che a tratti suona persino ridicola. A discolpa degli spagnoli, che non credo si riconoscano in questi sproloqui machisti, posso dire che le nuove generazioni con cui sono entrata in contatto negli anni hanno dato prova plurime volte di essere l'esatto contrario del maschio latino descritto in questo romanzo. Mi rimane l'amarezza di non aver avuto l'ebook ma il cartaceo, perché avrei potuto facilmente calcolare quante volte viene ripetuta la parola "palle" all'interno del libro.

Lo dico chiaro, in caso non si fosse ancora capito: di questo romanzo non si salva niente. Lo sconsiglio di cuore, perché penso ci siano modi migliori di buttar via i propri soldi e, più prezioso, il proprio tempo. Se vi incuriosisce guardatevi il film, che ha un finale totalmente diverso ma almeno è più credibile, e dimenticate che questo romanzo sia mai stato scritto.

sabato 20 maggio 2017

52. Jamaica Kincaid - In fondo al fiume

Più riguardo a In fondo al fiumeDove si trova l'isola di Antigua?
Niente panico, nemmeno io lo sapevo e a dire la verità anche adesso avrei qualche problema a localizzarla precisamente... Antigua, che con l'isola di Barbuda e un paio di isolette più piccole forma uno stato indipendente, è un'ex colonia britannica ed è anche il Paese natale della scrittrice della raccolta di racconti "In fondo al fiume" Jamaica Kincaid.
In verità questo non è il suo vero nome, ma lo pseudonimo scelto dall'autrice, che dopo aver trascorso la propria infanzia sull'isola di Antigua si è trasferita negli Stati Uniti e lì ha cominciato a scrivere per pura passione. Oggi è una scrittrice affermata, professoressa universitaria specializzata in letteratura dei Caraibi, ma le origini di Jamaica Kincaid vanno ricercate in ambienti molto più poveri e semplici, nella popolazione di colore discendente dagli schiavi deportati in America. Sono umili le origini dell'autrice che, nata nel 1949, a 16 anni fu costretta a lasciare la terra natale per andare a fare la ragazza alla pari in una famiglia di bianchi americani. La giovane dovette abbandonare gli studi, la casa e i propri famigliari e reinventarsi una vita, così lontana dal suo mondo.

Una delle cose che ho pensato è che non dev'essere stato facile, al di là delle aspirazioni di vita e degli affetti abbandonati, ritrovarsi a New York dopo aver vissuto per 16 anni su un'isoletta con poche migliaia di abitanti, circondata dall'Atlantico, in pieno clima equatoriale. Mi immagino la giovane Jamaica shockata, spaesata, e devo dire che la sua scrittura ha uno stile così particolare da restituirci un po' di quella sensazione. Io, almeno, addentrandomi tra le pagine del suo libro, ho avvertito un senso di vertigine.
La scrittura di Jamaica Kincaid è semplice e complessa allo stesso tempo: nonostante un lessico e una struttura sintattica chiara e lineare, quasi elementare, le frasi si legano tra loro in un continuo gioco di ripetizioni e rimandi, creando un effetto che oscilla tra la poesia e la prosa. E' uno stile surreale, onirico, in cui anche le descrizioni più realistiche si collegano a ricordi, sogni, visioni e leggende caraibiche in una trama inestricabile e difficile, a volte, da decodificare.
Siccome è difficile da descrivere e capisco che potrei non aver reso l'idea, ve ne regalo un pezzetto:

Nella notte, nel cuore della notte, quando la notte non è divisa in piccolo sorsi come una bevanda zuccherata, quando non c’è un subito prima di mezzanotte, mezzanotte, o un subito dopo mezzanotte, quando la notte è rotonda in certi punti, piatta in certi punti, e in certi punti come un buco profondo, blu intorno e nero dentro, arrivano gli uomini che svuotano le latrine.
Vanno e vengono, camminando sul terreno umido con le scarpe di paglia. I loro piedi nelle scarpe di paglia fanno un rumore secco. Non dicono niente.

Gli uomini che svuotano le latrine vedono un uccello che cammina fra gli alberi. Non è un uccello. È una donna che si è appena tolta la pelle e va a bere il sangue dei suoi nemici segreti. È una donna che ha lasciato la sua pelle in un angolo di una casa di legno. È una donna assennata che ammira le api sullibisco. È una donna che, per scherzo, raglia come un asino quando ha sete.

Non è quello che definirei un libro leggero, facile. Sono soltanto 80 pagine, ma non sarei stata in grado di leggerle e apprezzarle tutte d'un fiato. No, l'ho centellinato, e alla fine credo di aver fatto la scelta giusta.

Come dicevo "In fondo al fiume" è una raccolta di racconti brevi, la prima pubblicazione di Jamaica Kincaid. Sicuramente quindi potrebbe essere considerata un po' immatura per certi versi; potrei esprimere un parere più informato se avessi letto altre opere dell'autrice, ma purtroppo non ne sono in possesso...
Le tematiche sono molto intime, autobiografiche, e ripercorrono un po' le emozioni e i ricordi della scrittrice dall'infanzia all'età adulta (per quanto giovanissima). Gli esperti, che sono tanto più bravi di me e vedono cose a me oscure, hanno trovato tanti argomenti di discussione in queste pagine che io non sono stata in grado di scovare; tuttavia uno dei temi portanti è sicuramente il rapporto madre-figlia.
Jamaica Kincaid visse una relazione molto altalenante e difficile con la madre: dopo una prima infanzia ricca di affetto e attenzioni, la morte del papà e l'arrivo di un secondo uomo nella vita della madre, da cui avrà due figli maschi, sgretola l'intimità familiare e toglie alla bambina i punti di riferimento avuti fino ad allora. Scoppiano quindi gelosie, risentimenti, litigi e ripicche, mentre la ragazza ricerca quel posto speciale tra le braccia della mamma che non c'è più. Il picco viene raggiunto proprio quando l'autrice ha 16 anni, poiché sarà la madre a decidere, in barba alla sua notevole carriera scolastica e alle sue ambizioni, di ritirarla da scuola e di spedirla a lavorare in una grande città sconosciuta a migliaia di chilometri di distanza, tutto perché la ragazza mandasse a casa soldi per aiutare la famiglia in difficoltà. La reazione, comprensibilissima, di Jamaica Kincaid è il rifiuto: non solo non manderà a casa nemmeno un dollaro ma non farà ritorno nella terra natale per circa 20 anni, tagliando completamente i ponti con i famigliari.
La figura della bambina e della giovane adulta in relazione con la madre torna regolarmente nelle storie che compongono questa raccolta, illustrando proprio questo percorso di affetti accidentato, la terribile dicotomia tra l'amore e la dolcezza suscitato dai ricordi e la sensazione di rivalità e abbandono che aleggia sul presente. E' una bellissima descrizione dell'universale rapporto di tensione tra madre e figlia, di un essere umano che si rispecchia in chi l'ha messa al mondo e vorrebbe non separarsene mai, pur ricercando la propria indipendenza, una personalità definita anche per opposizione. Il racconto a mio avviso più rappresentativo di questa tematica, e per gusto personale uno dei più belli della raccolta, è "Mia madre".

Non appena augurai la morte a mia madre e vidi il dolore che le procurava, fui dispiaciuta e piansi così tante lacrime che la terra tutto intorno a me ne fu intrisa.

Così inizia, dalla spaccatura tra le due donne, frutto delle parole avventate di una fanciulla che si mostra più sfrontata e aggressiva di quanto sia davvero. Da questo scontro prende il via il lento e tumultuoso corso del loro amore-odio, in un continuo cercarsi e respingersi. E' un desiderio di restare unite impossibile, ma la paura dell'astio che si è venuto a creare tra le due le spinge a fingere, a nascondersi al sicuro di una fredda distanza di sicurezza.

Fra me e mia madre c'erano adesso le lacrime che avevo pianto, e raccolsi delle pietre per costruire un argine in modo che quelle formassero un piccolo stagno. L'acqua dello stagno era densa e nera e velenosa, sicché potevano viverci solo turpi invertebrati, Io e mia madre ci guardavamo ora con cautela, sempre ben attente a ricoprire l'altra di gesti e parole d'amore e d'affetto.

Più la ragazza cresce e diventa donna più la tensione cresce. E poi il distacco, la separazione così netta, improvvisa e incompresa. La fanciulla si addentra nel mondo, scopre una nuova se stessa nel Paese straniero. Eppure da un grande dolore, quello dell'esilio forzato, nasce la rivelazione: a distanza, lentamente, diventando indipendente la giovane esce dal gioco delle parti e trova un proprio posto; di più, si ricongiunge alla madre che ha perso, ritrovandola in sé.

Che dire in conclusione? Questa autrice mi ha stupito, sconvolto i sensi e turbato qualche sonno con viaggi onirici tormentati tra la luce e l'ombra dei Tropici. Non posso che concordare con chi ha descritto la sua prosa come una poesia senza metrica né rima. Consiglio a tutti di dedicarle un po' di tempo, giusto il necessario per farsi trascinare in uno dei suoi vortici di simboli ed emozioni.