mercoledì 26 aprile 2017

48. Robert Luis Stevenson - Olalla

Più riguardo a OlallaNon si può chiamare "Olalla" un romanzo. Sebbene sia stato pubblicato in un volume indipendente questo è a tutti gli effetti un racconto lungo. Per questo è il genere di lettura da 3 ore: un pomeriggio al lago, complici le vacanze, e questo libricino si volatilizza. Purtroppo senza lasciare granché dietro di sé...

Stevenson è proprio lui, quello famoso per "L'isola del tesoro" e "Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde". Questo racconto fa parte del periodo inquietante e misterioso in cui lo scrittore era impegnato nell'editing del secondo romanzo citato e si sente: l'atmosfera è carica di una cupa angoscia che si respira anche nell'altra storia, ma qui ha toni più smorzati e fumosi, quasi onirici. Non è un caso dunque se Stevenson raccontò di aver sognato questa storia e di aver faticosamente cercato di riportarla sulla carta.
L'ambientazione però è del tutto diversa: siamo in Spagna, presumibilmente nei primi anni del 1800, e l'io narratore è un soldato, un ufficiale, che dopo essere stato ferito in battaglia è alla ricerca di un periodo di riposo lontano dal clima umido e uggioso della madrepatria, la Gran Bretagna appunto. Su consiglio del suo medico sceglie di andare da pensionante in una magione spersa nelle montagne, residenza di un'antica famiglia nobiliare caduta in disgrazia. La famiglia ha una sola richiesta da fare: che lui non entri in alcun modo in confidenza con i suoi componenti. E' così che l'ufficiale incontra la padrona di casa e i suoi due figli, Felipe e Olalla. Be', non esattamente in quest'ordine... Ma il fatto che Olalla dia il titolo al libro fa intuire che avrà un certo peso nella storia.

Come dicevo c'è un velo di mistero che aleggia su questa storia, ma più di un vero senso di soprannaturale mi ha fatto pensare a "Il giro di vite" di Henry James: l'idea che qualcosa di demoniaco all'opera potrebbe esserci, ma anche no; forse è tutta immaginazione, forse è la gente che viaggia con la fantasia, o invece questa famiglia maledetta qualcosa di strano e innaturale ce l'ha davvero. E' un racconto del supposto, del temuto, dell'immaginato. Forse per questo alla fine mi ha lasciato un po' di inconcluso in gola.

Non sono molte le tematiche sviluppate dall'autore. In quest'atmosfera tardo gotica trova spazio l'immancabile follia amorosa (ma sarà poi amore, una passione alimentata dalle fantasie e da un paio di incontri fortuiti e silenziosi?), ma ciò che mi ha intrigato di più è la descrizione della decadenza all'interno della famiglia nobiliare spagnola.
L'autore ancora una volta cede all'attrazione del tema del doppio, in un certo senso, anche se non lo visualizza più in due entità diverse, ma come caratteristiche unite all'interno dell'individuo. In questa famiglia da generazioni gli esponenti mantengono sembianze molto simili e assai avvenenti, ma nel frattempo la loro lucidità mentale e intelligenza è andata perduta. Tutti noi abbiamo sentito parlare di come la maggior parte delle famiglie nobiliari di tutta Europa siano piuttosto malandate geneticamente, portatrici di un sacco di malattie inasprite e sviluppate dal costante matrimonio tra consanguinei più o meno prossimi. In questo racconto però il disfacimento mentale che ci aspettiamo è controbilanciato da un fascino esteriore che invece non passa, ma rimane immutato nelle generazioni. Come se l'interiorità di queste famiglie spesso malvagie, corrotte e rovinate dalla loro stessa superbia si distingua nella vacuità del loro sguardo, mentre all'esterno tutto rimane uguale, trasferendosi di generazione in generazione quasi come un'arma, perché è a questo che serve: sedurre chi sarà così debole da farsi ammaliare e dare nuova linfa vitale alla famiglia.

La tematica è carina e poteva essere sviluppata in molti modi, sia realistici che più fantastici, ma a mio parere Stevenson qui un po' pecca. C'è una ripetitività, una pesantezza nella narrativa, i protagonisti hanno ben poco da dire e da dirsi ma lo ripetono per decine di pagine. A questo si aggiunge uno stile non proprio scorrevole, l'ambientazione difficile da inquadrare all'inizio, e la mancanza di pause di respiro (94 pagine a capitolo unico, senza separazioni interne alla narrazione: un'unica tirata senza un momento in cui infilare il segnalibro).
Insomma, tutti questi piccoli nei, a mio parere, fanno perdere un po' di attrattiva al racconto e mi inducono a non consigliarlo, a meno che non si abbia una particolare predilezione per questo autore o per le atmosfere gotiche e le situazioni inquietanti ma non chiarite.

venerdì 21 aprile 2017

47. Stephen King - L'occhio del male

Più riguardo a L'occhio del maleChi mi conosce sa che io amo molto Stephen King e la maggior parte della sua produzione. In particolare amo i romanzi usciti sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, come "L'uomo che corre" ("The Running Man") o "La lunga marcia" ("The long walk"), storie distopiche dai temi forti e assai attuali. Quindi si potrà comprendere il mio dolore nello scoprire che questo romanzo, invece, è una palla mostruosa.
"L'occhio del male", che già dal titolo promette dolori (in lingua originale il titolo è "Thinner", cioè "Più magro", che se non altro c'entra con la storia), è l'ultimo libro pubblicato da King sotto falso nome prima di essere scoperto. L'occhio a cui si fa riferimento è il malocchio, interpretato nel romanzo come una maledizione.

La storia è semplice, una trama che si poteva sviluppare con agio in un racconto di media lunghezza e che invece come romanzo fa acqua, o meglio latte alle ginocchia, da tutte le parti.
Un avvocato obeso dell'America bene investe inavvertitamente una vecchia zingara perché poco attento alla guida. La polizia locale e il giudice lo difendono, scagionandolo, perché in fondo gli zingari danno fastidio a tutti in questo romanzo. Il capo degli zingari, un vecchio dal volto sfigurato, lancia una maledizione sul protagonista: quella di dimagrire fino alla morte.
Ovviamente ci viene descritto lo stupore nella perdita di peso iniziale, l'orrore nel rendersi conto che non c'è modo di fermarla, la reazione di chi sta attorno a Billy, il protagonista. E Billy non è uno che se ne sta con le mani in mano: indaga, cerca di capire cosa sia successo, di chi sia davvero la colpa e chi siano questi maledetti zingari con qualsiasi mezzo a propria disposizione. La faccenda volgerà al cruento, senza tuttavia alcuna reale nota horror. Si tratta più di soprannaturale drammatico, un mix che può descrivere l'uso di magia nera senza toccare i mostri nell'armadio di ciascuno di noi.

C'è poco da dire su questo romanzo. Non ha una vera carica di critica sociale, dal mio punto di vista, non affronta reali problemi se non portare all'attenzione del lettore ciò che tutti sanno, e cioè che le popolazioni rom, così come tante altre minoranze, sono rifiutate dalla società e abusate da chi si sente migliore di loro da tutta l'eternità. Certo che se poi tu, scrittore, li ritrai come stregoni e assassini spietati non aiuti...
Anche lo stile è scialbo. Non ci sono passaggi davvero emozionanti o poetici, come spesso accade invece in King. La storia è scontatissima e si può prevedere fin dall'inizio come andrà a finire. Nulla mi ha sorpreso, dall'inizio alla fine.

Una curiosità: ho detto prima che questo è l'ultimo libro uscito originalmente con lo pseudonimo di Richard Bachman, prima che il collegamento con King fosse fatto da un libraio americano e la realtà svelata. Devo dire che il vecchio King non si stava impegnando così tanto a nascondersi: come succede ogni tanto nei suoi libri, perché è un narcisista dei peggiori, l'autore qui si autocita nel romanzo, o meglio Bachman cita proprio Stephen King. A Billy sembra di essere in un romanzo di Stephen King, nella fattispecie. A me questa cosa di citare se stessi fa una tristezza senza precedenti, come già era successo nella saga della Torre Nera...

Conclusione: questo romanzo mi ha delusa profondamente. Mi ha lasciata annoiata e insoddisfatta, la storia è banale e non c'è nessuno stimolo intellettivo o psicologico. Un libro da dimenticare e che consiglio a tutti gli amanti di King di abbandonare tranquillamente sullo scaffale, se non vogliono sprecare tempo prezioso.

martedì 18 aprile 2017

46. Joseph Roth - La Cripta dei Cappuccini

Joseph Roth è uno di quegli autori che non si può proprio associare a un Paese preciso, non al giorno d'oggi. Nato a Brody, piccolo paese attualmente parte dell'Ucraina, è considerato in verità uno scrittore austriaco, scrisse in tedesco, ed è connotato in particolare per la sua appartenenza al gruppo degli ebrei galiziani, una comunità piuttosto numerosa all'inizio del '900 (e rappresentata anche nel romanzo protagonista di questo post). Insomma, un uomo che si può definire solo austro-ungarico e che di quest'appartenenza fa proprio il suo marchio di fabbrica, perché è conosciuto come il narratore della decadenza e della fine dell'Impero.

"La cripta dei Cappuccini" è il secondo capitolo di una breve serie composta da due romanzi e un racconto, che hanno in comune la descrizione delle vicende della famiglia Trotta. Nella prima parte, intitolata "La marcia di Radetzky", si narra di un ramo eroico della famiglia e della sua lenta decadenza; in questo secondo capitolo, che si può leggere tranquillamente in modo indipendente, l'autore segue le vicende dell'altro ramo genealogico, ancora una volta focalizzandosi sul suo disfacimento. La Cripta dei Cappuccini che dà il titolo al romanzo esiste davvero e altro non è che la cripta della chiesa di S. Maria degli Angeli a Vienna, dove tradizionalmente venivano seppelliti i membri della famiglia imperiale. Qui si possono ancora oggi visitare le tombe di molti personaggi famosi e sebbene nel romanzo appaia solo verso la fine rappresenta per il lettore un simbolo, una metafora del tempo corrente: il vecchio sistema è morto e giace qui, sepolto, per sempre. Il mondo là fuori è cambiato e non c'è più spazio per gli imperatori. Quindi il mood del libro dovrebbe a ben vedere essere questo:


Devo dire che Roth è bravissimo a farcela sentire, quest'allegria straripante.

La vicenda parte all'inizio del XX secolo, alle porte della Prima Guerra Mondiale. Protagonista è il giovane Francesco Ferdinando Trotta, unico erede di una casata ricca ma non grandemente nobiliare, che vive tra i lussi dei caffè di Vienna e i salotti della nobiltà annoiata a cui si accompagna. Trotta non ha un'occupazione, non ha mai dovuto fare alcun lavoro né mai dovrà preoccuparsene, perché sua madre un giorno gli lascerà in eredità una notevole somma di denaro e di proprietà immobiliari amministrate dal legale di famiglia. Quindi si tiene occupato con i mezzi del tempo: le uscite con gli amici, le notti a bere nei locali fino a tardi, il collezionismo di oggetti curiosi di carattere popolare e un amore più o meno inconfessato e sicuramente superficiale per la giovane Elisabeth.

Sono giovani annoiati e senza sogni, senza ideali, quelli della decadenza asburgica, incarnazioni perfette di quel disagio chiamato spirito di fin de siècle. E come tali, allo scoppio della grande guerra, si precipitano al fronte, pronti nella loro fantasia a gesta di chissà quale eroismo. Molti di loro dal fronte non torneranno e chi invece farà ritorno a casa troverà un mondo che più non appartiene loro, cambiato per sempre.
Roth non si dilunga nella descrizione della guerra. Trotta viene fatto quasi subito prigioniero e da lì in poi se la caverà facendo amicizia con ufficiali russi che avranno per lui un occhio di riguardo. Trotta è una persona fondamentalmente innocua, dal carattere aperto e amichevole, e con tutti i suoi difetti non si sente mai superiore agli esponenti del popolo lavoratore di cui non fa parte; gli piace anzi, con quell'atteggiamento sciocco che a volte hanno i ricchi, immergersi tra loro, cercare di farseli amici e di assomigliare loro, quasi fosse un atto trasgressivo e stimolante. Potremmo anche dire che Trotta, nel male, è ben fortunato.
Fatto sta che nel tornare a Vienna, a guerra ormai finita, trova la sua vita stravolta.

Ovviamente non posso andare avanti a raccontare nei dettagli ciò che succede nel romanzo senza spoilerare completamente tutta la trama. Mi limito quindi a dire che le rinnovate condizioni e istituzioni hanno già profondamente cambiato la cultura austriaca e pretendono, da parte della vecchia classe dirigente, un mutamento profondo, nei modi e nello stile di vita; questo tuttavia non è sempre possibile. Lo si vede nella vita di tutti i giorni: non tutti sono capaci di reinventarsi e di solito è chi ha vissuto in modo più agiato a soffrire questo genere di sconvolgimenti sociali. E' senza dubbio una debolezza, una grave mancanza di carattere, ma è anche estremamente vero e umano e per questo Trotta, nel suo essere spesso irritante, mi è sembrato così reale.
Così i protagonisti si rifugiano nel ricordo di un'epoca che non c'è più, di una società utopica che rivive solo nei loro ricordi. Non che l'Austria imperiale fosse un paradiso: lungi da tanta perfezione, l'autore è ben consapevole, e ce lo dice, che si trattasse di un mondo spesso crudele, corrotto e violento, in cui trionfavano arroganza e ingiustizia sociale. Ma che conta questo, quando il proprio presente è così alieno da lasciare un uomo sperduto?

Il personaggio di Elisabeth è forse quello che meglio degli altri risalta tra le pagine, specie nell'ultima parte, e insieme a Trotta ben rappresenta il periodo storico in questione. L'amore tra Elisabeth e Trotta, semplicemente, non esiste. Non è amore questa conoscenza superficiale che sfiorisce al primo contatto, alla prima vera occasione di intimità. Ciononostante questo tipo di rapporti, evanescenti e finiti prima ancora di iniziare davvero, sono l'unico tipo di relazione che ci si possa aspettare da persone così egocentriche ma allo stesso tempo inconsapevoli, non soltanto di ciò che si è, ma persino del mondo in cui ci si muove.
Elisabeth è una donna apparentemente moderna, che nel giro dei quattro anni della guerra fiorisce, potremmo dire, in una creatura che, da donna ottocentesca, diventa indipendente e in possesso del proprio destino. Tutto ciò naturalmente è solo apparenza. Non c'è nulla in Elisabeth che sia realmente sentito: è lo specchio fedele dell'influenza di chi le sta accanto, il superficiale e sciocco entusiasmo di chi non ha idee proprie e quindi si infervora per quelle degli altri. Elisabeth la trasgressiva, come potremmo pensare, questa donna che si lascia andare a una sessualità non convenzionale e si dedica all'arte, in verità agisce a caso, seguendo di momento in momento chi più la manipola col proprio carisma. Non si scorge, in lei, nessun vero affetto, nessuna appartenenza profonda, nessun valore irrinunciabile. Non c'è nulla di cui le importi davvero, se non l'irrinunciabile follia del momento.
Ed è rappresentativa, questa Elisabeth, perché quasi tutti i giovani all'interno del romanzo, almeno nella cerchia del protagonista, sembrano agire totalmente a caso, sull'impulso del momento o della moda, ma senza seguire desideri e principi più profondi. Ecco allora la fine secolo, la crisi dei valori, la perdita delle certezze e il rifugiarsi nell'estetica, nel materiale e transitorio per trovare sollievo, per mettere a tacere il proprio stordimento, per non sentire che c'è un vuoto; e tuttavia quel buco non si può colmare così, con la leggerezza e l'indifferenza.

Questo è il momento in cui questo romanzo ha iniziato a diventare doloroso, per me. Perché tra le pagine di Roth ho letto un mondo che mi è fin troppo familiare, un disagio sociale che rileggo ogni giorno sui volti dei miei allievi a scuola, sui ventenni che mi capita di frequentare. A cento anni di distanza la fine del secolo ha colpito ancora e con violenza la nostra società. Si sono salvati in pochi, dalla mia età in giù, e leggendo queste pagine ho ritrovato tutte le contraddizioni e le pochezze della nostra epoca, tutta la sofferenza di una generazione X, sbandata da una società che ha distrutto il vecchio senza saper ricostruire il nuovo. Toccherà a loro e a noi creare un mondo più moderno, più giusto. Il problema è che per loro, quelli dell'inizio '900, la spinta al cambiamento è stata una guerra mondiale che ha fatto 6 milioni di morti e decine di milioni di feriti e invalidi. E nemmeno questo è bastato, visto che poi ci sono stati i totalitarismi e la Seconda Guerra Mondiale. Insomma, se diamo ragione a Vico e crediamo nei corsi e ricorsi storici (e io un po' la sposo, questa teoria) allora il peggio deve ancora arrivare...

Sono più fortunati i vecchi, allora, in questo mondo a gambe all'aria. La madre di Trotta, donna tutta d'un pezzo, è l'incarnazione dei valori del passato e rimane, fino alla fine, l'ultimo baluardo del vecchio regime. L'autore la tratta con una dolcezza, una tenerezza che rivelano un occhio di riguardo. Pur avendo fatto molti errori, pur avendo attivamente mandato in malora la famiglia, non le rimprovera mai nulla davvero, perché la signora è sola, è anziana, non capisce la modernità che avanza e, alla fine dei suoi giorni, non è nemmeno del tutto in sé.
Raramente mi è capitato di leggere una descrizione della vecchiaia più dolce, un occhio così ottimista su un periodo della vita che è di solito guardato con odio, tristezza, rimpianto. Bellissimo il modo in cui invece ne parla Roth, come riesce a trovare poesia e sollievo in eventi dolorosi come il venir meno delle facoltà mentali.

Com'è caritatevole la natura! I malanni che essa regala alla vecchiaia sono una grazia. Oblio ci regala, sordità e occhi deboli, quando si diventa vecchi; un poco di confusione anche, poco prima della morte. Le ombre da cui questa si fa precedere sono fresche e caritatevoli.

La storia termina con l'arrivo dei nazisti in Austria, l'occupazione e la fuga degli ebrei da Vienna. Questo evento è la vera fine dello splendore passato: gli ebrei a Vienna e in generale nell'Impero erano stati una parte fondante della società; con loro se ne vanno non soltanto vetturini e ambulanti, ma anche alcuni dei più ricchi abitanti, i gestori di alcuni dei locali più alla moda della città e persino molti nobili. Non solo: con questo atto di invasione l'Austria perde la propria indipendenza come nazione. Quindi nel giro di vent'anni Trotta si ritrova a vivere la distruzione di un impero fino al proprio totale annullamento.
Sospetto che avrebbe desiderato quell'oblio riservato ai vecchi, quello che aveva reso gli ultimi anni della madre più dolci. Invece Trotta è, nonostante la propria inutilità, ancora giovane, nel pieno anzi delle forze, e gli tocca sopravvivere. Roth crea una forte assonanza tra lo stato d'animo del protagonista e i lampioni di Vienna in una delle descrizioni finali del libro.

...i lampioni intristivano, stanchi del vano risplendere. Agognavano il mattino indolente e il loro stesso estinguersi. Sì, erano sempre stanchi, i lampioni sfiniti dalla veglia, che volevano il mattino per potersi addormentare.

E' questa la tragedia dell'uomo nella generazione X, il non trovare un posto ma non potersene nemmeno andare. Allora che fa? Si aggrappa al passato, al poco che gli resta, e va a rifugiarsi in un luogo amato, che per lui rappresenta la sicurezza perduta. La tomba dell'imperatore.


La storia si chiude su questo momento storico, così come la vita dell'autore, morto soltanto un anno dopo aver pubblicato questo romanzo. Un uomo a sua volta sofferente, alcolizzato, afflitto da problematiche psichiche (sicuramente era un impostore e un mitomane) e sposato con una donna malata di mente. C'è molto di Roth nelle sue storie, forse più di quanto vorremmo conoscere, perché Trotta o gli altri protagonisti delle sue storie non sono certo gente a cui vorremmo accompagnarci; eppure ci parlano perfettamente di un tempo che è passato ma mai quanto ora vicino.

Personalmente consiglio la lettura di questo romanzo: è breve, lo stile è semplice e facile da seguire, un libro che scorre come acqua e lascia incollata dentro una patina di amarezza. D'altronde mica si legge solo per trastullarsi...

giovedì 13 aprile 2017

45. Wei Wei - La ragazza che leggeva il francese

Più riguardo a La ragazza che leggeva il franceseConcludo la mia piccola incursione in terra cinese con un romanzo curioso, che con la sua leggerezza di stile mi ha appassionato e mi ha fatto scoprire un altro pezzettino di storia cinese.

Per una persona che ha studiato lingue (non solo europee) e che ha approfondito filologia e glottologia in tesi, non solo, per una persona che di mestiere fa l'insegnante di lingua straniera, per quanto essa sia il nazional-popolare inglese, la lettura di questo romanzo è, a mio avviso, un viaggio affascinante. Abituati a vedere le lingue asiatiche come estranee, aliene alla nostra struttura linguistica, e soprattutto difficilissime da apprendere, è interessante osservare l'altra faccia della medaglia: una lingua europea, per di più romanza, come il francese descritta dalla prospettiva di una ragazza cinese che l'ha dovuta imparare.

"La ragazza che leggeva il francese" è il romanzo più o meno autobiografico della scrittrice di origine cinese Wei Wei. Nata nel 1957 nel sud della Cina, vive oggi in Inghilterra dopo aver trascorso alcuni anni in Francia. E ad averla portata in Europa è una sventura, da un certo punto di vista: l'essere stata scelta, contro la sua naturale inclinazione e ambizione, per studiare all'università lingua francese e diventare un'interprete.

Il primo tema approfondito in questa storia è, senza ombra di dubbio, il libero arbitrio, la libertà di scelta e la negazione della stessa all'interno della cultura cinese, almeno per quanto riguarda gli anni '60/'70. Durante la Rivoluzione culturale, periodo in cui la giovane Wei Wei frequenta la scuola, non era dato all'individuo di poter scegliere la propria strada. L'accesso all'università era fortemente limitato, le selezioni durissime e spesso corrotte, e il giovane studente veniva spesso rifiutato da un corso di studi senza sapere perché, o dirottato in seguito verso un'altra disciplina totalmente differente.
E' ciò che accade a Wei Wei, che partita dal sogno di diventare medico, è costretta ad abbandonare il proprio progetto a causa del passato non del tutto cristallino della sua famiglia (anche il minimo problema all'interno del partito era un precedente insormontabile che avrebbe infangato la reputazione dell'intera famiglia per generazioni) e solo grazie alla sua appartenenza ad una delle minoranze etniche cinesi viene poi ammessa ai corsi universitari a loro riservati, per studiare però lingua francese. Wei Wei è disperata di fronte a questo futuro: a lei le lingue non interessano, non conosce nulla né di francese né della Francia e ha speso anni a prepararsi a tutt'altra professione. In Cina però non c'è spazio per la volontà, i desideri del singolo, ma solo per ciò che serve al Paese. Mi fa sempre pensare a un formicaio o ad un alveare, questa Cina, in cui il comunismo ha eliminato il cittadino in nome di una grandezza e di un progresso globale di cui poi, quel singolo cittadino, non ha goduto mai (e nemmeno i suoi discendenti, spesso e volentieri).
Noi che in Europa abbiamo esaltato tanto la diversità, le inclinazioni personali, l'unicità (spesso fino all'esagerazione) non possiamo nemmeno immaginare un Paese così. E non si tratta solo dell'ambito lavorativo o di studio: anche la vita privata, amorosa, era all'epoca regolata con la stessa concezione di dovere imposto. Sottolineo l'uso del passato perché non ho idea di come sia la situazione corrente e non mi azzarderei mai a giudicare un Paese dalla sua cultura di 50 anni fa. Sono speranzosa che la situazione sia un po' cambiata, almeno dal punto di vista dei legami personali...

Comunque sia la protagonista di questa storia non molla mai, non si lascia mai vincere dalla delusione o dalle avversità. Il sistema e la famiglia la avversano, in modo e in ambiti diversi, ma lei trova sempre una maniera di andare avanti, ricaricarsi, scovare nuove ragioni per lottare. E' una ribelle dentro, Wei Wei, e forse lo studio del francese faceva davvero per lei, perché si sa che la storia francese è una di rivoluzioni... Sarà la letteratura francese (notare bene, quasi introvabile in Cina, perché la lettura della narrativa straniera non era incoraggiata affatto durante il Comunismo di Mao) ad aprirle le porte di un altro mondo, di possibilità diverse, e a farle trovare un senso nello studio della lingua francese, che inizialmente non apprezza per nulla.

Questo processo di apertura all'Occidente e, di conseguenza, la presa di coscienza della vastità e diversità del mondo, è descritto con una bellissima metafora dalla scrittrice. Non posso non condividerla qui sotto...

Una ranocchia nasce nelloscurità di un pozzo profondo. Vi passa linfanzia e ladolescenza. Non esce mai perché lidea di avventurarsi fuori non le passa mai per la mente. Contempla tutti i giorni il cielo dal fondo del suo nascondiglio e crede non sia altro che un piccolo disco talvolta bianco, talvolta grigio, talvolta azzurro, talvolta velato, talvolta luminoso...
Poi, un bel pomeriggio destate, un uccellino viene a posarsi sul bordo del pozzo:
Posso bere un po dacqua? Muoio di sete.
La ranocchia annuisce:
Bevi quanto vuoi.
Poi gli domanda con curiosità:
Da dove vieni?
Dal cielo. Ho volato più di duecento li.
La ranocchia strabuzza gli occhi stupita:
Duecento li? Ma esageri! Il cielo non è più grande dellentrata del mio pozzo, lo vedo tutti i giorni da qui.
Luccellino scoppia a ridere:
Esci e guarda. Io devo proseguire il mio viaggio. Arrivederci, e grazie dellacqua!
Poi vola via.
La ranocchia esita un istante, poi balza su una piccola felce che spunta da una fessura vicino al bordo del pozzo. Allunga il collo e osa timidamente mettere fuori la testa famelica: ma... ma il cielo è così GRANDE!

Forse la cosa che mi ha colpito davvero più di tutto il resto è l'incredibile forza di questa ragazza, la determinazione, la volontà di non arrendersi mai e di continuare a lottare per ciò che sente davvero. Non tutti abbiamo questa forza, come ci racconta anche il romanzo, ma tutti dovremmo ambire a lottare per essere liberi.

Inoltre non si può ignorare il messaggio d'amore per i libri: è la lettura dei classici francesi a far rinascere in Wei Wei la voglia di esplorare il mondo e opporsi alla castrazione psicologica a cui la sua società è soggetta. Il potere della letteratura è una verità ignorata solo dalla popolazione occidentale del giorno d'oggi. In passato, e in molti Paesi ancora oggi, chi deteneva il potere sapeva molto bene che certi libri sono dinamite e rischiano di far esplodere gli animi: per questo esistevano le liste di libri proibiti, per questo ancora oggi opera la censura. Trovo sempre incredibile quanta poca rilevanza viene data alla lettura dalla gente comune, quanto la trovino semplicemente noiosa e la evitino con cura. E pensare che su una persona può operare un cambiamento così grande! Io i libri li amo, si sa, è una cosa viscerale, ma non potrei mai farne a meno. La passione per la lettura dei classici della protagonista mi ha fatto sentire ancora più forte il valore della mia piccola collezione di libri casalinga.

Una nota ora dal profondo del mio animo di prof: ma è mai possibile che questa ragazza, madrelingua cinese, abbia avuto la forza e la costanza di imparare il francese mettendoci anima e corpo, leggendo interi romanzi con un dizionario da una parte e un quaderno dall'altra per appuntarsi tutto ciò che imparava, mentre io a scuola non riesco nemmeno a far leggere ai miei allievi due paginette in inglese corredate da appunti e didascalie? Da questo punto di vista la lettura è stata frustrante. Mi ha ricordato quanta fatica, anche fisica, imponesse lo studio fino a qualche anno fa, il lavoro di ricerca dei materiali, sempre così difficili da reperire, le ore passate a rimuginare sui libri e la soddisfazione del traguardo raggiunto quando si riusciva a cavarne un ragnetto. Oggi sono davvero pochi gli studenti disposti a tanto carico di lavoro e mi amareggia un po' che anche la mia materia, l'inglese appunto, abbia così poca presa sui ragazzi. Eppure l'inglese è forse quella lingua che non solo ti apre le porte del mondo, ma ti mette proprio le ali! Invece, quando chiedo ai ragazzi perché l'inglese è importante, mi sento dire cose tipo "è obbligatorio" o "a me non interessa, tanto non vado all'estero in vacanza". Forse fa sentire più sicuri chiudersi nel proprio piccolo mondo, dove tutto è conosciuto e familiare, anche ciò che non ci piace. Lo scontro tra culture è sempre doloroso e un giorno dovrò accettare che non tutti hanno voglia di misurarcisi.

Il romanzo si conclude con un finale un po' alla francese, sintomo che l'autrice ha ben interiorizzato la cultura francese... :)
In verità ho scoperto che ci sono altri romanzi semi-autobiografici di Wei Wei e mi piacerebbe in futuro recuperarli e scoprire com'è andata avanti la sua storia, come c'è andata a finire in Francia. Sicuramente è un romanzo che per il momento consiglio a chi voglia leggere qualcosa di facile, non troppo drammatico e ciononostante caratteristico del periodo post-Rivoluzione Culturale cinese.

P.S.: Il titolo originale di questo romanzo è "Una ragazza Zhuang" e si riferisce all'etnia della protagonista, appunto Zhuang, cioè una minoranza all'interno della Cina (che è a maggioranza Han). Se a qualcuno venisse la scimmia di dare un'occhiata a vestiti tipici e nomi delle altre minoranze, qui ce ne sono un po'. Buon divertimento!

Ragazza Zhuang in costume tradizionale

venerdì 17 marzo 2017

44. Sang Ye - La danza dei vestiti

Più riguardo a La danza dei vestitiContinuando il viaggio in Cina iniziato con "La buona terra", ho deciso di leggere un curioso volumetto scovato qualche tempo fa tra i miei amati scaffali di libri usati. L'autore è Sang Ye, scrittore e giornalista di nazionalità cinese che dal 1989 vive in Australia, a Brisbane, e da lì continua a raccontare la sua terra d'origine. Lo stile di questo autore è particolare: si distingue infatti per essere un collezionista di storie; i suoi racconti non sono inventati né frutto dell'esperienza personale, quanto una riscrittura quasi parola per parola di interviste fatte a persone qualsiasi, incontrate per strada. Sang Ye riprende questo materiale, lo organizza in una sorta di monologo, cercando di mantenere lo stile del narratore, e poi lo pubblica su giornali, in saggi o raccolte. Questo è il suo modo di raccontare la Cina attraverso la voce non di un solo intellettuale o di una persona dalla vita speciale, ma dal punto di vista di centinaia di cinesi qualunque, persone diversissime con idee anche contrastanti tra loro, ma che insieme concorrono a creare un mosaico variegato il più vicino possibile alla realtà del Paese.

La raccolta "La danza dei vestiti" prende il nome dalla tematica che lega la maggior parte dei racconti: tutti partono da un oggetto, di solito un capo di vestiario, a cui si lega un ricordo, un'esperienza. La persona che lo possedeva (e che poi l'ha ceduto o venduto a Sang Ye, che di questi oggetti fa collezione) narra un episodio della propria vita, il periodo storico a cui fa riferimento, descrive la collocazione geografica e la situazione sociale che ne ha fatto da sfondo, e spiega al lettore perché quell'oggetto è stato conservato per anni, a volte gelosamente, cosa esso rappresentava, che importanza ha giocato nella sua vita.
Per me che ho l'anima del collector, cioè di chi non butterebbe via mai nulla nella folle convinzione che tutto possa tornare utile o essere riutilizzato, io che investo emotivamente anche nei biglietti del treno e nei pass del campeggio, dicevo, per me questo argomento è seducente. Il pensiero che un uomo possa tenere per 40 anni un sigillo, una camiciola o un telefono non mi sorprende affatto; anzi, mi scalda il cuore. Quindi questo libricino mi ha conquistato quasi subito.

Nonostante sia stato pubblicato nella traduzione italiana soltanto nel 2007, le interviste che compongono "La danza dei vestiti" risalgono agli anni '90. Insomma, sono un po' passatelle... Ma tutti i ricordi si riferiscono a parecchi anni prima, tra la Liberazione, cioè quando i comunisti prendono il potere nel 1949, e la fine della Rivoluzione Culturale, quel movimento voluto da Mao che affossò per una decina di anni il mondo culturale cinese, tra il 1967 e il 1976 circa.
Ohibò, direte ora voi, quali incredibili conoscenze di storia possiede codesta donna! E io invece non ne so nulla, la storia della Cina non l'abbiamo mai studiata a scuola, e poi agli anni '60 manco ci siamo arrivati in quinta superiore... Come potrò mai io comprendere tale libro?
Ecco, ci tengo a chiarire questo punto: io di storia cinese non so una mazza di niente, o meglio, inizio a imparare qualcosa leggendo questi libri. Invece devo ringraziare le edizioni e/o e nella fattispecie Maria Gottardo e Monica Morzenti, vale a dire le traduttrici di questo libro, per avere aggiunto un'introduzione esplicativa del periodo storico in questione e di chi fossero i personaggi politici citati più volte nei racconti. Senza il loro aiuto non ne sarei mai venuta a capo...

Non essendo un romanzo è un po' difficile trovare un modo per parlare di questo libro. Ogni narratore fa un po' a sé, quasi come in un reportage, e ognuno ha una vita slegata dalle altre da raccontare. Ciò che posso dire è cosa mi ha colpito maggiormente.

La prima cosa che mi viene in mente è l'amarezza per la vita degli intellettuali in Cina durante il periodo della rivoluzione. Proprio per la loro cultura, la loro apertura al mondo, questi furono percepiti come persone "reazionarie", che in qualche modo si credevano superiori e per questo avrebbero osteggiato la rivoluzione comunista. Che questo sia stato una realtà o meno (è innegabile che gruppi di intellettuali si opposero ai piani di Mao, ma forse anche con cognizione di causa...), il trattamento che queste persone subirono fu doloroso: buttati fuori da laboratori, scuole e uffici in cui lavoravano, furono mandati nei campi a lavorare come contadini, svolgendo i lavori più umili in condizioni igieniche precarie e vivendo in povertà assoluta, così da "rieducarli". Si crearono persino campi di lavoro appositi, chiamate "Scuola 7 maggio", dove i funzionari dovevano essere riportati sulla retta via. Pare, dalle testimonianze raccolte, che questi non fossero altro che luoghi di sopraffazione giornaliera, dove operai in forza alle fila del partito che avevano ricevuto torti (almeno a loro parere...) da parte dei funzionari o che semplicemente negli anni si erano sentiti svantaggiati, in posizione subordinata a causa della mancata istruzione o altro, si vendicavano sui malcapitati arrivando persino alle torture. Di tutto ciò non si parla davvero nel racconto che li cita ("102 biglietti ferroviari"), ma si percepisce il dolore di aver subito un'ingiustizia che ha stravolto loro l'esistenza.
Mi ha fatto tanto pensare, perché l'unica colpa che avevano la maggior parte di queste persone era di amare lo studio e di aver potuto, chi grazie alla famiglia benestante e chi con tanti sacrifici, ottenere un titolo e di conseguenza perseguire una carriera. Io, un'insegnante di liceo, per di più di lingua straniera, sarei stata presa di mira quasi sicuramente. E al giorno d'oggi, in un mondo che svaluta sempre più il valore del titolo di studio parificando e appianando le differenze di preparazione, arrivando a negare persino il valore della scienza in virtù di complotti e scuole di vita vera, rivedo quell'odio figlio dell'invidia, dell'ignoranza, e un po' mi fa paura. Perché ad un certo punto persino Mao si accorse che senza intellettuali il Paese si sarebbe arenato inevitabilmente.

Un'altra categoria di perseguitati che mi ha impietosito molto sono i borghesi presenti in Cina durante la rivoluzione comunista. Che colpa ha una ragazzina a malapena adolescente di essere nata in una famiglia mediamente agiata? Che male ha fatto al Paese, ai suoi connazionali e al popolo? Dove sta la volontà personale? Di tutto ciò non si parla mai perché al popolo inferocito la verità e la giustizia non interessano. Ciò che conta è far scorrere il sangue, che qualcuno paghi, che stia male quanto pensiamo di aver sofferto noi.
In "Sarà un boccone amaro anche in una vita futura" una donna racconta dell'espropriazione subita dalla propria famiglia. Accadde nel 1966, lei aveva 15 anni e con lei fu preso di mira il padre. A compiere il dovere di requisire i beni della famiglia fu la "Squadra delle Guardie Rosse maoiste", che altro non erano che un gruppo di ragazzine adolescenti guidate da una donna analfabeta e meschina. I borghesi venivano espropriati dall'oggi al domani, attraverso un'azione di polizia: interrogati, picchiati selvaggiamente e poi arrestati o, nella migliore delle ipotesi, abbandonati a se stessi, senza un soldo né un vestito né un tetto a cui far ritorno. La donna racconta che all'epoca lei e il padre si nascosero nel magazzino della casa, che era sì stato sigillato, ma che era anche il posto più umile e malridotto. Lì nel giro di meno di un anno il padre trovò la morte, prostrato da una malattia cardiovascolare che non poteva più tenere sotto controllo, perché ai borghesi non era permesso essere curati negli ospedali né ricevere medicinali. La donna ricorda anche questo dolore, la disperazione con cui cercò di salvare suo padre senza riuscirci, la sofferenza di sentirlo spirare tra le proprie braccia dopo l'ennesimo scorno della responsabile del partito, che negava persino che la sua fosse vera malattia.
La donna dovette poi andare a lavorare in fabbrica per otto anni, in modo da rieducarsi e diventare una brava comunista, vivendo da sola in condizioni inumane e percorrendo ogni giorno a piedi 30 chilometri per raggiungere il posto di lavoro. Tutto ciò è raccontato con reale dolore, ma non solo: la rabbia, l'astio, la sete di vendetta della narratrice è tanta, perché come ripete più volte per questi delitti non ha mai pagato nessuno e lei non può perdonare.

Non è l'unica a ritornare su questo punto, quello delle crudeltà e delle morti causate dalle decisioni del partito per cui nessuno è mai stato processato, accusato, tanto meno condannato. Altri racconti parlano di persone uccise per capriccio, quasi, risorse immense sprecate per far bella figura o accontentare un rappresentante politico di alto livello che, nella sua ignoranza, chiedeva di fare imprese impossibili o altamente dispendiose e inutili. E' questa una delle ombre che pesa su molte delle storie, un senso di inconcluso, anche a distanza di decenni dai fatti, come se non si fosse mai messa la parola fine su ciò che è stato perché le autorità non ne hanno mai voluto prendere coscienza e ammettere di aver sbagliato. E' un'eredità pesante da portare che, come tutte le ferite non sanate, nel tempo creerà una voragine interna al Paese nutrita di rancore e diffidenza di cui già oggi vediamo alcune conseguenze.

Una cosa che mi ha colpito positivamente, invece, è la forza di carattere che mostrano alcuni dei narratori, un coraggio di dire la propria opinione senza troppi giri di parole, anzi utilizzando un'ironia tagliente e davvero accattivante. La critica che si percepisce nei confronti degli eventi dei decenni dal '50 alla fine degli anni '70 è forte e quasi affatto celata. Consiglio la lettura del racconto "Il vestito dell'imperatrice" per averne un assaggio lampante.

Infine il tema forse principale della raccolta: quello dell'abbigliamento, appunto. Io ho un rapporto non felicissimo con la moda, l'apparenza e i dettami nell'abbigliamento. Anzi, direi che sono proprio insofferente alle imposizioni di uniformi e vestiti standardizzati, perché a me quello che decidono gli altri di solito fa abbastanza schifo e mi sta pure male. Odio il concetto di fashion, di adattarsi a ciò che qualcun altro ha deciso essere trendy e odio spendere soldi per vestiti che manco mi piacciono. Soprattutto odio il concetto di bella presenza. Non so, sarà che come donna non rappresentativa della bellezza canonica e poco interessata all'apparenza ho sempre investito molto nel mio cervello e trascurato il guscio, esasperando perfino questa dicotomia. Oppure sarà che sono un po' strana io, però questa faccenda delle uniformi mi colpisce molto.
La rivoluzione di Mao non fu soltanto nelle teste, nell'organizzazione sociale, nella cultura: il deciso cambiamento nell'abbigliamento fu parte integrante dell'operazione di marketing politico. Il mondo cinese, che fino ad allora aveva vestito i propri panni tradizionali, si uniformò in un unico mondo di blu, verde e grigio, i colori delle tute tipiche del partito comunista. Conformismo, sempre, a ogni costo, l'annullamento della libertà individuale sottolineato dalla soppressione di qualsiasi espressione estetica personale.
Tuttavia, proprio perché in verità in Cina si susseguirono movimenti, leader diversi, alleanze, altrettanto rapidamente cambiava la moda. Non nelle grandi cose, ma nei dettagli: un colletto alla Mao piuttosto che alla Lenin, un vestito tradizionale da donna come il qipao messo al bando per imitare lo stile della first lady Jiang Qing e poi riportato in auge. Tutto ciò mentre la gente in Cina stentava a mangiare tutti i giorni e le possibilità di comprare vestiti nuovi era alquanto remota.
Non mi ero mai fermata molto a pensare quanto anche l'abbigliamento, quando è imposto, sia un modo per controllare le persone. Sinceramente leggerne il racconto dalle labbra di chi ha vissuto quel periodo non ha fatto altro che inasprire il mio rifiuto per quel genere di uniformità. E mi commuove un po' il pensiero che qualcuno abbia conservato con amore, per tanti anni, una camicia pur sapendo che non l'avrebbe mai più indossata, solo perché era un ultimo frammento di un mondo antico che rapidamente spariva per non ritornare più. La Cina di oggi non ha più niente a che fare con quella di inizio '900.

Insomma, "La danza dei vestiti" non è un libro che cambia la vita, che faccia gridare al genio o a premi internazionali, ma è uno scorcio inusuale sul periodo maoista cinese e lo stile particolare dell'autore lo rende agile, ricco, vario e mai noioso. Io lo consiglio sicuramente a chi voglia leggere qualcosa sulla Cina del secolo appena trascorso da un punto di vista alternativo e scritto in maniera semplice e sintetica.

sabato 11 marzo 2017

42/43. Amélie Nothomb - Diario di Rondine + Barbablù

Nelle scorse settimane ho fatto una mini-scorpacciata di Amélie Nothomb. Scrittrice che io amo molto e che mi affascina con la sua capacità di usare il linguaggio in modo schietto e poetico a un tempo, ho imparato ad amarla leggendo due dei suoi romanzi più famosi e, a mio modesto parere, i migliori: "Metafisica dei tubi" e "Stupore e tremori". Entrambe opere dal carattere fortemente autobiografico, ci permettono di entrare un po' più a fondo nella mente di questa scrittrice straordinaria, così colta e anticonformista, figlia di un mix di culture diversissime e spesso in contrasto tra cui spiccano il Giappone e il Belgio, rispettivamente il Paese in cui ha trascorso parte dell'infanzia e la sua terra d'origine.
Non si può negare che i libri di Amélie Nothomb siano parecchio strani, a volte sopra le righe, ma è proprio questo che me la fa amare: qualsiasi cosa scriva, in qualche modo mi cattura e non mi delude mai. Sarà che non so mai cosa aspettarmi...

Una delle sue tematiche forti è la morte e leggendo un po' della sua produzione ho notato che sembra provare una certa attrazione per gli assassini e i serial killer. Anche queste due opere, "Diario di Rondine" e "Barbablù", trattano di uomini che uccidono, ma in modo completamente diverso.

"Diario di Rondine" è la storia di un giovane fattorino che, in seguito a una delusione amorosa, non resiste al dolore e sceglie di spegnere le proprie risposte emotive. La genialità della Nothomb appare immediatamente: come si fa infatti a spegnere le proprie sensazioni? Semplice. C'è un interruttore dentro di noi. Sposti l'interruttore su "off" ed il gioco è fatto. Voilà. Il problema è che poi non torna più a posto così facilmente e l'assenza di emozioni porta a una deprivazione sensoriale intollerabile.
Il protagonista scopre di non riuscire più a provare piacere se non avendo esperienze completamente nuove. Così, complice il suo talento per le armi da fuoco, scopre l'immenso godimento che gli dà uccidere gente del tutto sconosciuta. Il passo successivo è quindi facile: diventare un serial killer, o meglio un sicario, un killer professionista.
Non dirò nulla né sul significato del titolo (posso solo anticipare che Rondine è da considerarsi un nome proprio e non si riferisce al protagonista) né sullo sviluppo della trama in sé. Non è uno dei libri più belli dell'autrice ma come al solito è riuscita a rapirmi. La sua esplorazione della mente di uno psicopatico - perché chi non prova emozioni lo è a tutti gli effetti - ha una tale disumanità da farci dubitare della sanità mentale della scrittrice stessa. Devo dire la verità, ho pensato spesso che Amélie Nothomb sia il genere di persona che adoro leggere ma non vorrei mai avere in giro per casa...

Invece di questo libro voglio regalare l'incipit, perché già da queste poche righe si può cogliere la potenza della sua scrittura e l'originalità delle sue idee. Quella che segue è la descrizione, secondo Amélie Nothomb, del risveglio dal sonno.

Ti risvegli al buio nella più assoluta incoscienza. Dove sono, che cosa è successo? Per un istante la memoria è cancellata. Non capisci più se sei un bambino o un adulto, un uomo o una donna, colpevole o innocente. Le tenebre sono quelle della notte o di una prigione? 
Capisci solo una cosa, e tanto più intensamente dal momento che è il tuo unico bagaglio: sei vivo. Più di così non lo sei mai stato: sei vivo e basta. In che consiste la vita all'interno di questa frazione di secondo in cui hai il raro privilegio di non avere identità?
In questo: hai paura.
Non c'è libertà più grande di questa breve amnesia del risveglio. Sei un neonato che conosce il linguaggio. Puoi assegnare un vocabolo alla scoperta senza nome della nostra nascita: sei scaraventato nel terrore della vita.

Così inquietante, sensoriale e mentale allo stesso tempo... Mi ci perdo.

Il secondo romanzo, "Barbablù", è proprio ciò che sembra: la riscrittura in chiave moderna e parecchio emancipata della storia di Barbablù, per intenderci quello che uccideva le proprie mogli quando sbirciavano nell'unica stanza della casa che era loro vietata - quella in cui teneva le mogli morte, per l'appunto.
Non credo serva dire molto di più perché già dà un'idea ben chiara di cosa aspettarsi. Invece ciò che non ci si aspetta è la capacità della Nothomb di trasformare questa favola in un approfondimento della simbologia che incarna e, allo stesso tempo, in un thriller vero e proprio.

La tematica dell'amore unito alla morte è presente in entrambi i libri, ma soprattutto in questo secondo trionfa proprio l'assurdità dell'innamoramento, che non distingue l'oggetto del proprio affetto nemmeno in presenza di un assassino, o presunto tale. Saturnine, la protagonista, una giovane forte, autonoma e senza paura, prova sulla propria pelle proprio la pazzia dell'amore: l'amore folle del Barbablù della storia, Don Elemirio Nibal y Milcar, ma anche quello che minaccia il proprio cuore e che potrebbe farla cadere tra le grinfie dell'assassino.
Ci sono molte altre tematiche interessanti, impossibile elencarle tutte. Una delle mie preferite è stata l'analisi del parallelismo tra la fiaba di Barbablù e la creazione dell'uomo nella Bibbia. In entrambi i casi abbiamo un maschio potente che dice di amare con tutto il cuore la moglie o la propria creatura. Questi viene posto in una dimora bellissima, in cui può trovare tutto ciò di cui ha bisogno, sia essa un castello o il giardino Eden, ma a una condizione: di non superare mai un limite, di non infrangere l'unica proibizione imposta. La stanza di Barbablù è il frutto dell'albero del bene e del male, e la creatura umana, tentata dalla curiosità o dal timore, dal bisogno di sapere e superare il limite, cade prima o poi in errore. Il prezzo per questa trasgressione è in entrambe le storie la morte.
Questo tema è assai diffuso nella letteratura dalle origini a oggi. Tanto per citarne uno a caso potrei far riferimento alla favola di Amore e Psiche ne "L'asino d'oro" di Apuleio, che rimarca più volte come Psiche cada vittima della propria curiosità al punto da perdere quasi la vita. Ciò che però mi è piaciuto della visione della Nothomb è lo spostamento dell'attenzione dalla vittima (il trasgressore) al carnefice (colui che punisce). Il desiderio di sapere è ciò che rende gli umani tali; è invece la crudeltà di chi pone il limite ma allo stesso tempo lo rende desiderabile ad essere riprovevole. Perché mettere un albero che non si può toccare nell'Eden? Perché sottolineare l'obbligo di non aprire la misteriosa stanza alla giovane moglie? Nel momento stesso in cui si pone la proibizione si prepara il momento di godimento in cui tale legge sarà infranta e il peccatore punito. Si sottolinea anche la pena smisurata in confronto all'infrazione: la morte è la privazione di ogni cosa, in primis della possibilità di fare ammenda.

Ancora una volta, tra le montagne russe mentali dell'autrice, il lettore è colpito dalla danza delle parole, dalla ricchezza sensoriale della narrazione. La vista è il senso più stimolato in questo libro, ma anche il gusto e il tatto pervadono il progredire degli eventi. Ecco, questo è forse uno dei pregi più grandi di questa scrittrice: la capacità di fare davvero appello alla totalità del corpo del lettore e dei protagonisti delle storie, andando a stimolare tutti e cinque i sensi mentre gioca con la sua mente più analitica e razionale.
Insomma, questo secondo titolo mi è piaciuto molto e lo consiglierei davvero. E se ci fosse qualcuno che ancora non conosce questa scrittrice è pregato di mettersi subito in pari e di darle una chance di farsi incantare. I suoi libri, in fondo, sono tanto brevi che il tentativo non può che valere la pena...

domenica 5 marzo 2017

41. Pearl S. Buck - La buona terra

Più riguardo a La buona terraDurante il mese di febbraio il gruppo di lettura aveva scelto di leggere "La buona terra" di Pearl S. Buck. Io di questo romanzo non avevo mai nemmeno sentito parlare, né conoscevo la scrittrice, per cui si può ben immaginare la mia sorpresa quando ho scoperto, sfogliando la biografia dell'autrice, che aveva vinto il premio Nobel per la letteratura. Sono contenta di avere incontrato sulla mia strada un altro Nobel; trovo che, per quanto in alcuni casi la scelta possa essere considerata non azzeccatissima, leggerne sia comunque stimolante.

"La buona terra" è un romanzo obiettivo, quasi alla stregua di un documentario, privo di occidentalismi, nel quale è narrata la storia di Wang Lung e della sua famiglia. Per quanto l'autrice narri tutto dal punto di vista di Wang Lung, il capofamiglia, la percezione non è esattamente quella di stare all'interno della mente di un uomo cinese di inizio XX secolo, quanto piuttosto di stargli sulla spalla e vedere, dall'esterno, questo mondo fatto di valori e usanze aliene. A mio parere la Buck è stata molto accorta a non inserire mai giudizi personali nella narrazione, per quanto in alcuni momenti, anche solo nella scelta degli episodi da presentare, la critica sociale non possa non trapelare...
Ho detto che il protagonista è un uomo di inizio '900, ma nel libro non ci sono riferimenti storici. A ben vedere, per gran parte della narrazione, il mondo descritto è talmente arretrato e misero da far pensare al Medioevo... Tuttavia si parla del treno, che i cinesi chiamavano il "carrozzone di fuoco", e che venne introdotto in Cina soltanto nel primo decennio del 1900, restringendo un po' la fascia temporale. Si parla anche di alcune rivoluzioni, ma non hanno mai un nome vero e proprio, né Wang Lung è in grado di offrirci una visione più chiara e competente di ciò che sta succedendo nel suo Paese. Anzi, ne è quasi del tutto ignaro, se non quando questa giunge a scuotere la sua placida esistenza. Essendo il libro pubblicato nel 1931, possiamo dire che la Buck ci vuole dare un'idea della vita dei contadini nella Cina orientale di inizio XX secolo.

La prima cosa che mi ha colpito di questo romanzo è il tema della memoria famigliare. Sarà che è una tematica a cui io personalmente tengo molto, ma tra queste pagine diventa ancora più rilevante. Nella fattispecie, "La buona terra" ci racconta cosa può accadere quando la memoria, per mille differenti motivi, si perde. Narrandoci generazione dopo generazione, la Buck mette in scena un processo molto comune e naturale, quello della rimozione dei ricordi dolorosi, soprattutto quando la vita pare volgere al meglio. Wang Lung parte come un povero contadino, orfano di madre e sprovvisto di fratelli che lo possano aiutare nel lavoro dei campi, ora che il padre è anziano. La sua storia inizia davvero quando prende moglie e da questa ha figli e figlie. Wang Lung e la sua famiglia vivono il lavoro duro, quello nei campi, che spacca la schiena e lascia tramortiti la sera. Non solo; essi subiscono gli effetti della carestia, quasi muoiono di fame, sono costretti a cercare fortuna e ad elemosinare per sopravvivere, in una disperata lotta per la sopravvivenza che lascia senza fiato. Poi nella loro vita tutto cambia: lentamente, grazie anche a qualche colpo di fortuna, la famiglia passa dallo stato di contadini poveri e ignoranti a quella di benestanti. E' qui, in questo momento, che il ricordo, la memoria delle privazioni, del dolore, dell'umiliazione della povertà si fa insopportabile. E allora la famiglia, semplicemente, rimuove. E' più facile avere a che fare coi ricchi e i potenti se ci si dimentica di essere stati al loro servizio, di essere stati ignoranti e bisognosi. La specie umana tende naturalmente ad adattarsi alla nuova condizione e a volte, per farlo, rinnega il proprio passato.
Io sento molto questo tema perché nella mia famiglia questo è successo. Io sono stata fortunata, ho sempre vissuto nell'agio, ma non così la famiglia di mio padre. Ebbene, in mio padre e nei miei zii io riscontro proprio questo stesso atteggiamento, che quindi a tratti comprendo e a tratti mi ferisce. Sarà che io invece ho un po' il pallino di farmi portatrice della memoria storica della nostra famiglia...
Perché, per quanto questa rimozione sia naturale, c'è un pericolo insito in essa: perdere  la memoria del proprio passato, delle proprie origini, ci rende vulnerabili, poiché finiamo per non ricordare ciò che ci ha permesso di migliorare la nostra condizione né ciò che è successo a chi, prima di noi, ha fatto il percorso inverso, perdendo tutto. La famiglia di Wang Lung parte dal nulla e arriva ad essere grande, numerosa e ricca; ciononostante non si può ignorare il parallelo con la grande famiglia Hwang, che possedeva le terre poi diventate di Wang Lung, che viveva nella casa che sarà di Wang Lung, che aveva schiavi e schiave, tra cui la moglie di Wang Lung, e che però ha finito col perdere tutto, prima di tutto l'unità e il rispetto per i propri anziani. A mio avviso l'autrice, sul finale, vuole proprio dirci questo: i figli di Wang Lung hanno dimenticato ciò che fu e si comportano come quelli della famiglia Hwang; una brutta fine non tarderà ad arrivare...

Un altro punto molto forte del romanzo è la descrizione della povertà dell'epoca, quella vera. Noi, come società, forse abbiamo un po' rimosso cosa voglia dire davvero morire di fame nella disperazione, dopo aver mangiato tutto ciò che la natura offre, compresi animali randagi ed erba dei campi. Per lo stesso processo psicologico che ci fa dimenticare i dolori passati, la nostra società ha obnubilato le sofferenze del popolo italiano durante i primi decenni del XX secolo. Oggi si legge in continuazione di famiglie che muoiono di fame, ridotte a rovistare nei bidoni, ma forse ci siamo scordati cosa voglia dire la mancanza persino dei rifiuti di qualcun altro, l'assoluta indigenza, il bisogno di tutto. Siamo fortunati, a modo nostro, perché ci sono tante associazioni di mutuo aiuto, perché i progetti di sostegno per le famiglie, anche se quasi sempre privati e non statali, sono tanti e basta cercarli un po'. Leggendo queste pagine mi veniva da ridere: e noi ci lamentiamo delle nostre difficoltà, dei nostri dolori? Con che diritto siamo costantemente scontenti, quando la dispensa è ben fornita e abbiamo più del necessario? Quale stile di vita ci accontenterebbe mai?

Sull'onda del tema della povertà la Buck insiste molto in un'aspra critica sociale. Complice il periodo storico in cui è vissuta, l'aver visto dal vivo la rivoluzione dei Boxer, la crisi americana e tante rivolte popolari in giro per il mondo, l'autrice lancia un monito: quando in una società i ricchi tendono a diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri la rivoluzione è inevitabile. Lo ripete ancora e ancora nel romanzo: ad un certo punto i poveri faranno ciò che fanno i poveri quando i ricchi sono troppo ricchi. Più chiaro di così si muore. Peccato che nessuno mai ascolti queste parole, di una chiarezza e di una semplicità sconvolgenti. Invece rimaniamo intrappolati in questo circolo vizioso, nell'incapacità di affrancarci, nel voler sempre prendere il posto dei ricchi e non cercare il vero benessere globale, accontentandoci di qualche restrizione. Non che la rivoluzione comunista, che partiva in un certo senso con questo scopo, sia riuscita nel suo intento... E' proprio una tara dell'essere umano, voler sopraffare l'altro. Forse è il marcio che ci portiamo dentro.

Sarà che sono donna, ma leggere della condizione femminile in giro per il mondo oggi come allora mi lascia sempre agghiacciata. Si continua a dire che il femminismo non serve ma se ci guardiamo indietro riscopriamo cose da far gelare il sangue e allora davvero non solo serve ancora il femminismo, ma anche una condivisione della memoria (la memoria, la memoria, questo tema che ritorna...), perché tutti si ricordino ciò che hanno passato le donne in passato e quanto questo sia inaccettabile. Le figure femminili del libro hanno vite private, che noi non vediamo mai davvero; sentiamo poco le loro voci e non conosciamo i loro pensieri, ma il trattamento riservato loro è terribile. Chiuse in casa, schiave dell'uomo (le figlie venivano proprio chiamate "schiave" dal padre, per dire...), costrette a fare le serve con ritmi estenuanti mentre generano figli a ripetizione e si preoccupano di mantenersi pazienti, accomodanti ed esteticamente piacevoli per il proprio uomo. Non esiste malattia né volontà personale. La nascita di una femmina è una sventura che può peggiorare solo nel caso in cui questa sia pure brutta. Vendere le figlie era un'abitudine e così la violenza sessuale sulle schiave. Insomma, una condizione di vita che fa rimpiangere quella del bue...
La Buck si vendica un po' di tanta sopraffazione rendendo i personaggi femminili nella storia più arguti e capaci di quelli maschili. Per quanto abbiano sempre le mani legate e quindi non possano davvero agire liberamente per la propria famiglia (non parliamo di volontà personale, per la carità...), esse suggeriscono, manipolano, punzecchiano e spesso danno una svegliata ai propri uomini. O-Lan, la moglie di Wang Lung, dà prova di essere mille volte più intelligente e consapevole del marito di ciò che accade loro intorno e compie quasi tutte le scelte più dolorose; ciononostante la sua vita rimarrà fino all'ultimo un inferno...
E spicca, tra tutte queste donne, la tenera presenza della figlia muta e ritardata di Wang Lung, che nonostante la disabilità lui curerà per tutta la vita con amore, quasi fosse la sua preferita. Sapere che la scrittrice aveva avuto dal primo marito una figlia con un grave ritardo mentale ci fa guardare a questo personaggio con ancora maggior dolcezza.

In conclusione, posso dire che il romanzo mi sia piaciuto davvero tanto e mi ha dato tantissimi spunti di riflessione. Purtroppo ho scoperto che esso fa parte di una trilogia legata alla famiglia, di cui il secondo e il terzo libro non sono mai stati tradotti dall'inglese. Poco male per me, che potrò, in caso, recuperarli e leggerli in originale, ma un po' mi scoccia. Questa poca attenzione per l'informazione del lettore è uno dei punti deboli delle case editrici.
Il romanzo è coinvolgente, la scrittura agile e scorrevole come non ti aspetteresti, il ritmo ottimo e le descrizioni della Cina rurale davvero curate. Meritava il Nobel, questa scrittrice? Non saprei pronunciarmi, anche perché dovrei leggere qualche altra sua fatica prima. Ricordo che il Nobel le è stato assegnato non per questo romanzo, ma per la sua produzione in generale e come questa ha saputo ritrarre la Cina dell'epoca. Le malelingue però dicono che il premio le sia stato assegnato grazie all'ottimo lavoro di marketing del secondo marito, agente letterario... Io di certo lo consiglio e mi rimane la voglia di leggere qualcosa di cinese cinese per completarne la visita!

P.S.: Naturalmente l'autrice che mi ha ispirato il post precedente è proprio lei.